La sindrome della ruspa

Posted on 2 febbraio 2009

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copertina di Francesco Feola
copertina di Francesco Feola

L’anno trascorso lascia in eredità crisi e incertezza, ma anche qualche occasione per i cittadini di organizzarsi e far valere le proprie ragioni. A Chiaiano i comitati contro la discarica non vogliono tornare a casa

Abbiamo scelto di “far parlare” quattro persone diverse del presidio contro la discarica a Chiaiano. Diverse sia per sesso (due uomini e due donne), sia per età e condizione sociale e culturale. Due intervistati appartengono al mondo universitario: Serena si occupa di cooperazione allo sviluppo, Roberto è impegnato in quello che lui stesso definisce con il termine “mediattivismo”, un diverso modo di intendere e di produrre informazione.
Le altre due persone intervistate sono anagraficamente più mature. Antonio si definisce un operaio metalmeccanico. Ha, rispetto agli altri, una coscienza politica che fa spesso riferimento al passato. Fortuna, invece, è una “semplice” casalinga, che in questo momento della vita è presa da due sentimenti contrastanti e ugualmente forti: da un lato la gioia, quasi commovente, per aver conosciuto tante persone al presidio, dall’altra la tristezza per ciò che stanno per fare a quello che lei definisce il suo quartiere, la sua casa.
Queste persone hanno conosciuto l’appartenenza, l’amore per una terra che conserva la loro storia, la loro origine e dopo otto mesi di scoperte graduali sarebbero ora disposti a dare la vita affinché lo scempio di una discarica nel Parco delle Colline non venga perpetrato. Chi considerava Chiaiano «il luogo in cui tornare a dormire» ora ha fatto del presidio il perno della propria quotidianità: «In realtà – dice Serena – questo è stato forse il lato positivo della vicenda, perché io prima di questo momento non avevo mai visto Chiaiano come un luogo in cui passare il tempo, per me era il luogo dove tornavo la sera a dormire e basta […] non ho nemmeno mai voluto bene al mio quartiere in questa maniera. Adesso mi ritrovo a guardare la strada dove abito oppure i posti dove cammino e provare un senso di affetto che prima non avevo. Mi sono resa conto che ci stanno togliendo qualcosa che non pensavamo di avere; il fatto di pensare che tutto quello che vedi può essere inquinato, può essere violato ti fa considerare diversamente il posto dove abiti».Altri, per indole o per esigenza avevano sempre cercato di evadere, di uscire fuori: «Marano – dice Roberto – non offre chissà cosa un posto abbastanza sterile […] e questo mi ha spinto a non frequentare quei posti più di tanto… cioè restare fuori a un circolo a giocare a biliardino o in una sala giochi non sono state cose… l’ho anche fatto ma non è stata una mia aspirazione, ecco».

Qualcun altro, con una diversa esperienza politica, con una conoscenza profonda del territorio, si era già battuto in passato per salvaguardarlo: «Questa storia non è nuova – dice Antonio –, non è la prima volta che tentano di allestire una discarica in una delle cave della selva di Chiaiano. Nel 2001 hanno tentato di fare una discarica riempiendola con il Fos, la cosiddetta frazione organica stabilizzata. Noi già allora dimostrammo che non era altro che immondizia fermentata, perché gli impianti Cdr in Campania non hanno mai funzionato. Facemmo una manifestazione con circa cinquemila persone a Chiaiano, che è un quartiere dove storicamente la gente non si mobilita; portammo il Fos in processione e la gente scappava per la puzza. Oggi se n’è accorta anche la magistratura […] Voglio precisare una cosa. Rispetto ai quartieri limitrofi, Piscinola e Marianella, che erano quartieri sempre popolari ma di operai e contadini, storicamente molto vicini alla sinistra, Chiaiano è sempre stato un quartiere più borghese… qui c’è ancora il mito del farmacista, del dottore, del maresciallo, c’è ancora il mito dei notabili del quartiere». Infine, c’è chi conosceva da anni i luoghi destinati alla discarica ed è disposto a rischiare di ammalarsi pur di non abbandonare la terra che ama: «Mio marito era camionista – racconta Fortuna – e andava nelle cave perché c’era il tufo, allora io andavo con lui a caricare le pietre e ho visto che era bellissimo, che era una selva bellissima, perciò mi sentivo male sapendo che dovevano fare una discarica […] perché io ci tengo molto per il nostro territorio […] e anche se mi ammalerò un giorno credo di non andare via, però sto consigliando ai miei figli di andarsene, perché penso ai bambini, io ormai non fa niente però penso ai bambini».

Dopo otto mesi di vita il presidio contro la discarica a Chiaiano ha modificato totalmente l’esistenza di queste persone concentrando in quei luoghi le loro lotte, le loro speranze. Anche scegliendo differenti tipi e caratteri, opposti vissuti, le voci evocano immagini ed eventi condivisi. Otto mesi di stretta convivenza hanno concesso a queste persone non solo di riconoscersi come entità – che la si voglia chiamare comunità, comitato o “zoccolo duro della protesta” poco importa – ma soprattutto di accedere a un comune patrimonio di conoscenze, evidente anche nel lessico adottato nelle interviste: «Parlo sempre al plurale – dice Serena – perché quello che si è costruito attraverso questa esperienza è proprio il fare comune, cioè le persone sono riuscite a entrare in relazione l’una con l’altra, ognuno si è trovato un ambito, non so, di studio o di approfondimento, che può dare agli altri per accrescere le conoscenze di ciascuno; e anche per presentarsi come un movimento che abbia alternative, perché le persone del presidio sanno benissimo che esistono alternative al piano rifiuti così come è stato concepito, e che non solo sono più economiche, ma sono anche non dannose per la salute, ad esempio il trattamento a freddo dei rifiuti».

(diego)
(diego)

«Conoscendo pian piano tutte le persone che abitano il presidio – dice Roberto –, mi sono reso conto che anche persone che non si erano mai interessate alla questione rifiuti e alla raccolta differenziata, e che magari buttavano le carte a terra il giorno prima, si erano improvvisamente, come dire… erano cresciute. Da un giorno all’altro erano cresciute».
«Nel presidio – dice Antonio – è rinata l’agorà, la polis, la democrazia, però ci siamo scontrati con la totale assenza della politica. La cosa più importante è che abbiamo discusso tutti, sempre, non è stata presa un’iniziativa che non fosse passata per il presidio».
«Sono tornata – dice Fortuna – e mi sono sentita di restare, per tutto quello che avevo ascoltato, per tutti i ragazzi, le persone anziane che stavano sul presidio».
Quando si sceglie di dare voce alla gente di Chiaiano e Marano quello che colpisce è la ricorrenza di emozioni, immagini e parole che più di ogni costruzione teorica, testimoniano l’esistenza di una comunità. Tutto parte dal 23 maggio 2008, data della prima carica subita dagli abitanti del quartiere, passando poi per le due manifestazioni nazionali dell’1 giugno e del 27 settembre. «Il 23 maggio ero presente perché stavo facendo volantinaggio sotto la metropolitana – dice Serena –, mia madre invece era al presidio con le sue amiche. A un certo punto cominciò a diffondersi la notizia che sarebbero arrivati i poliziotti, i carabinieri. Dovevano passare di lì per prendere possesso della cava».
«Il 23 maggio – racconta Antonio – corse voce che si stava per allestire, stava per aprire. Io mi ci trovai per  caso, non per caso, cioè stavo andando al presidio a piedi ma non sapevo che ci stava questa mobilitazione. All’improvviso vidi arrivare il contingente italiano in Afghanistan… Mi girai, centinaia di camionette di polizia, carabinieri, guardia di finanza, forestale… naturalmente mi diressi verso il presidio».
«Io mi sono trovata – spiega Fortuna – nel momento in cui ho visto passare quei camion della polizia e ho sentito dentro di me di correre e andare a vedere cosa era successo».
«Una volta arrivata sul presidio – racconta Serena –, ci siamo tutti quanti seduti a terra, abbiamo alzato le mani in alto per far capire che le nostre intenzioni erano più che pacifiche, che non avevamo intenzione di scontrarci con la polizia, né di provocarla ma semplicemente di resistere e di impedire il passaggio nella cava. Dopo un po’ abbiamo capito che le forze dell’ordine erano intenzionate a passare lo stesso, anche a scapito della nostra incolumità. Hanno preso i manganelli, hanno cominciato a provocare la gente e a manganellare le persone che erano lì sedute. Davanti eravamo donne, bambini, persone anziane perché convinti che questa cosa potesse far capire le intenzioni pacifiche e quindi evitare lo scontro… invece non si sono fatti scrupolo e hanno cominciato a manganellare tutti».

«Da lontano avanzavano le forze dell’ordine – dice Antonio –, noi ci mettemmo a terra con le mani alzate, quando arrivarono vicino non volò un foglio di carta, non volò niente, ci caricarono. Quello che mi è rimasto impresso è stata la brutalità delle forze dell’ordine, gratuita, senza nessun motivo; in effetti noi stavamo facendo un blocco stradale in difesa del territorio, stavamo difendendo la nostra salute e la nostra terra; nonostante il tentativo di mediazione di alcuni politici locali, non ci fu verso, ci attaccarono brutalmente. Ho visto poliziotti in borghese infilarsi tra di noi, prendere persone e tirarsele dalla loro parte, ho visto anziane donne… Un anziano signore davanti a me svenne e le forze dell’ordine dicevano che fingeva e quindi impedirono pure l’arrivo di un’ambulanza. Ho visto picchiare donne anziane, una bambina ebbe un braccio fratturato, una bambina di dieci anni. Tutto questo per un blocco stradale. Questa è una situazione surreale, surreale e tipica di un paese capovolto». Le manifestazioni nazionali hanno sottratto Chiaiano dal ruolo marginale e grigio di periferia nord di Napoli. Il quartiere è stato, a distanza di soli due mesi, teatro di un’umanità disparata che in quel posto ha visto unirsi uguali rivendicazioni: il no a una base militare, il no a un treno che di veloce ha solo la devastazione della natura, il no a considerare le discariche la sola alternativa alla gestione dei rifiuti. «Quella dell’1 giugno – dice Serena – è stata la prima grande manifestazione che abbiamo vissuto a Chiaiano ed era strano vedere che le strade di una periferia in genere così buia, così grigia, fossero attraversate da tutte quelle persone che arrivavano da tutta Italia per affiancarsi al nostro movimento. Non mi sarei mai aspettata nella mia vita di vedere tante persone che sfilavano in quelle strade».
«Il fatto stesso – dice Roberto – che i “No Tav”, i “No Dal Molin” siano venuti a una manifestazione contro la discarica di Chiaiano, fa capire quanto quella manifestazione fosse qualcosa aldilà della discarica in sé, fosse una manifestazione per la democrazia prima di tutto».
«Però ti devo dire – continua Fortuna – che mi è sembrato molto bello vedere tanti bambini, bambini con cartelloni “aiutateci”, “salvateci”, “salvate la nostra terra” e tante persone amiche, tante persone che avevano fiducia, voglio molto bene a queste persone per quello che hanno fatto per noi, perché vengono da noi e ci aiutano».
«Il 27 settembre – dice Serena –, giorno dello “Jatevenne day”, sapevamo che quel posto era stato militarizzato ma noi avevamo intenzione di fare un passo in più, un passo in avanti rispetto a dove si era posizionata la polizia, per dimostrare che quei luoghi sono nostri, che quella terra è nostra».
«Il mio ruolo – dice Antonio –, come al solito è stato quello di militante, però la manifestazione secondo me è stata organizzata male, perché che io sappia quando il popolo vuole conquistare un suo diritto, anche con la forza, perché comunque sta difendendo la sua salute e il suo territorio, non lo si annunzia un mese prima».
«Alla rotonda dove c’è il presidio – dice Serena –, abbiamo svoltato per arrivare alla strada che dà accesso alla cava. E chi di noi se la sentiva, si è messo davanti con dei caschi, strumenti di protezione che invece sono stati presentati come strumenti aggressivi. È partita la prima carica della polizia, noi siamo indietreggiati, poi di nuovo hanno cominciato ad avanzare, lanciando tra l’altro lacrimogeni. C’è stato il panico perché non ci si aspettava una reazione di questo tipo, anche perché nessuno aveva manifestato atteggiamenti aggressivi. Ricordo il fumo rosso perché a un certo punto non vedevo più niente, avevo paura di essere schiacciata dalle persone che correvano, non vedevo dove mettere i piedi, vedevo le persone che cadevano e ho avuto paura anche per chi stava con me. Ho visto mio padre che si appartava per vomitare perché è stato colpito dal fumo dei lacrimogeni, è stato impressionante».
«Davanti – dice Roberto – c’erano le persone che avevano i caschi, sono partite le manganellate, loro erano in assetto di guerra con i mitra sulle camionette, noi eravamo in un assetto pacifico e di difesa, solo la prima fila era con i caschi, la polizia non ha saputo usare bene i propri strumenti perché ha lanciato dei lacrimogeni, tra l’altro erano quelli urticanti, io ne ho subito le conseguenze; data la conformazione di quel territorio il fumo si è concentrato tutto lì, colpendo anche i poliziotti che si sono arrabbiati ancora di più e hanno manganellato ancora più forte, per fortuna c’erano i caschi, appunto».

«Ho visto scene strane – dice Antonio –, ho visto persone che entravano e uscivano dal cordone di polizia in borghese. Si mettevano una volta dal lato dei manifestanti e poi tornavano dietro al cordone di polizia. Tengo a dire che c’è stata prima la carica e poi sono stati lanciati i petardi… io sono d’accordo a dire che hanno sbagliato a portarseli i petardi, però i petardi sono stati lanciati dopo non prima, non possono prendere a pretesto i petardi per la carica perché prima hanno caricato. Ho visto che erano impreparati anche loro, perché hanno lanciato lacrimogeni che gli sono tornati addosso per cui noi abbiamo dovuto soccorrere dei poliziotti, li ho visti litigare fra di loro, uno di loro dire all’altro: “Ma che cazzo state facendo?”. Ho visto una situazione di caos da tutte e due le parti, non ci ho capito molto e mi è dispiaciuto perché era stata fino allora una grande e civile manifestazione». «Questa manifestazione – dice Forutuna – mi è rimasta molto impressa perché non me l’aspettavo quella carica che abbiamo avuto dalle forze dell’ordine in cui siamo rimasti cinque di noi, tutti sono riusciti a scappare giù, noi siamo rimasti in mezzo, non sapevamo dove scappare, perché avevamo tutti i lacrimogeni che ci hanno buttato. Quando si è tolto tutto quel fumo, siamo usciti e ci siamo trovati accerchiati dalle forze dell’ordine, non lo sappiamo come siamo riusciti a scappare e ad andare giù perché la paura veramente ha preso a tutti quanti». Le cariche subite, le accuse di essere dei facinorosi o peggio dei malavitosi, lo scarso e provocatorio spazio sui media che la comunità di Chiaiano e Marano ha avuto in questi mesi, anziché spaventare e demotivare, ha consolidato l’unione. Tutti gli intervistati appaiono coscienti della propria evoluzione, si riconoscono in una realtà non istituzionale ma alternativa e concreta rispetto alle decisioni imposte dal governo centrale e locale. La comunità di Chiaiano e Marano ha scoperto in otto mesi di lotta, di non credere più nella rappresentanza e di avere una padronanza così ampia della problematica, tanto da poter proporre delle valide alternative. «Le persone che partecipano al presidio – dice Serena – sono le stesse che c’erano all’inizio, però prima di tutto siamo cresciuti numericamente perché ognuno ha cominciato a parlare con chi gli stava accanto, ma anche ognuno di noi ha cominciato a documentarsi, ha cominciato a studiare; ho visto persone anziane, che avevano abbandonato gli studi chissà da quanti anni, che hanno ripreso i libri in mano e non solo si sono documentate sugli aspetti scientifici del problema, quindi la questione dell’inquinamento o dei problemi per la salute, ma anche andare a rivedere, che ne so, norme giuridiche, questioni che attraversavano il problema della democrazia perché in fondo tutti abbiamo capito che si tratta di un problema di democrazia».

(diego)
(diego)

«Magari all’inizio sentivi “noi non vogliamo la discarica” – dice Roberto –, e quindi il messaggio che passava era: io non voglio la discarica sotto casa mia. Poi quelle persone hanno studiato, magari a una certa età è anche più difficile imparare certe cose, hanno studiato, hanno capito, hanno iniziato ad aprire gli occhi. Ho cominciato a sentire parole come impianti di compostaggio, impianti di trattamento meccanico biologico, Cdr, affari illegali della FIBE… Insomma quelle persone che inizialmente erano semplici, tra virgolette, massaie o lavoratori, magari anche precari, sono diventati piccoli esperti di gestione dei rifiuti. Hanno iniziato a capire come funziona la gestione economica dei rifiuti, perché poi non è una gestione semplicemente tecnica».
«La questione delle persone che fanno parte del comitato per il no alla discarica – dice Antonio – mi avvince e a volte mi emoziona perché… durante tutti questi mesi ho rincontrato persone che non vedevo da trent’anni, con le quali abbiamo ristabilito un rapporto di frequentazione, se non di amicizia, e ho conosciuto molte persone che non conoscevo. Ora io sono convinto che i potenti, chi detiene il potere, chi ha deciso questa scelleratezza è talmente inetto che non conosce nemmeno il territorio. Loro credevano che avrebbero avuto a che fare con un gruppo di facinorosi, di piccoli delinquenti, di piccola manovalanza camorrista che avrebbero sgominato come si fa normalmente. Siamo stati capaci, questo è il nostro merito, di mantenere un alto livello di democrazia in tutte le decisioni che si prendono al presidio. Poi con il tempo… diciamo che io un po’ di cultura sulla monnezza ce l’avevo già, ma ora siamo diventati espertissimi tutti. A parte il fatto che il sindaco di Marano, con un’operazione molto intelligente, ha nominato assessori due professori universitari di fama internazionale; loro hanno dato un contributo e noi con loro siamo diventati bravi e adesso ne sappiamo molto più di Bertolaso».
«Io penso – dice Fortuna – che non dovrebbe finire perché abbiamo acquistato una cosa molto bella, l’amicizia resterà sempre, però è una cosa… ci sentiamo partecipi di tutte le cose, aiutiamo tante persone, ci sentiamo una famiglia grandissima, anche i ragazzi che vengono li trattiamo come fossero figli nostri, nipoti nostri… Io mi sentirei troppo male, penso però che non deve finire». bambini con cartelloni “aiutateci”, “salvateci”, “salvate la nostra terra” e tante persone amiche, tante persone che avevano fiducia, voglio molto bene a queste persone per quello che hanno fatto per noi, perché vengono da noi e ci aiutano».
«Il 27 settembre – dice Serena –, giorno dello “Jatevenne day”, si sapeva che stavamo andando a riprenderci il territorio che ci veniva sottratto, quindi sapevamo che ci sarebbe stata una risposta da parte delle forze dell’ordine; sapevamo che quel posto era stato militarizzato ma noi avevamo intenzione di fare un passo in più, un passo in avanti rispetto a dove si era posizionata la polizia, per dimostrare che quei luoghi sono nostri, che quella terra è nostra».
«Quello chee ho visto è una manifestazione che è durata forse quattro ore, mi ricordo una fila di donne incinte (incinte per finta), con dei sacchetti di spazzatura attaccati al collo con un cappio a rappresentare, almeno il messaggio che è arrivato a me, la morte del nascituro. Noi viviamo in una repubblica, io non ho studiato molto bene il latino, ma so che res publica vuol dire cosa pubblica, ed è anche mia, mia quanto tua, non loro. Loro con la lettera maiuscola».
«Il mio ruolo – dice Antonio –, come al solito è stato quello di militante, però la manifestazione secondo me è stata organizzata male, perché che io sappia quando il popolo vuole conquistare un suo diritto, anche con la forza, perché comunque sta difendendo la sua salute e il suo territorio, non lo si annunzia un mese prima».
«Alla rotonda dove c’è il presidio – dice Serena –, abbiamo svoltato per arrivare alla strada che dà accesso alla cava. E chi di noi se la sentiva, si è messo davanti con dei caschi, strumenti di protezione che invece sono stati presentati come strumenti aggressivi. È partita la prima carica della polizia, noi siamo indietreggiati, poi di nuovo hanno cominciato ad avanzare, lanciando tra l’altro lacrimogeni. C’è stato il panico perché non ci si aspettava una reazione di questo tipo, anche perché nessuno aveva manifestato atteggiamenti aggressivi. Ricordo il fumo rosso perché a un certo punto non vedevo più niente, avevo paura di essere schiacciata dalle persone che correvano, non vedevo dove mettere i piedi, vedevo le persone che cadevano e ho avuto paura anche per chi stava con me. Ho visto mio padre che si appartava per vomitare perché è stato colpito dal fumo dei lacrimogeni, è stato impressionante».
«Davanti – dice Roberto – c’erano le persone che avevano i caschi, sono partite le manganellate, loro erano in assetto di guerra con i mitra sulle camionette, noi eravamo in un assetto pacifico e di difesa, solo la prima fila era con i caschi, la polizia non ha saputo usare bene i propri strumenti perché ha lanciato dei lacrimogeni, tra l’altro erano quelli urticanti, io ne ho subito le conseguenze; data la conformazione di quel territorio il fumo si è concentrato tutto lì, colpendo anche i poliziotti che si sono arrabbiati ancora di più e hanno manganellato ancora più forte, per fortuna c’erano i caschi, appunto».
«Ho visto scene strane – dice Antonio –, ho visto persone che entravano e uscivano dal cordone di polizia in borghese. Si mettevano una volta dal lato dei manifestanti e poi tornavano dietro al cordone di polizia. Tengo a dire che c’è stata prima la carica e poi sono stati lanciati i petardi… io sono d’accordo a dire che hanno sbagliato a portarseli i petardi, però i petardi sono stati lanciati dopo non prima, non possono prendere a pretesto i petardi per la carica perché prima hanno caricato. Ho visto che erano impreparati anche loro, perché hanno lanciato lacrimogeni che gli sono tornati addosso per cui noi abbiamo dovuto soccorrere dei poliziotti, li ho visti litigare fra di loro, uno di loro dire all’altro: “Ma che cazzo state facendo?”. Ho visto una situazione di caos da tutte e due le parti, non ci ho capito molto e mi è dispiaciuto perché era stata fino allora una grande e civile manifestazione».
«Questa manifestazione – dice Forutuna – mi è rimasta molto impressa perché non me l’aspettavo quella carica che abbiamo avuto dalle forze dell’ordine in cui siamo rimasti cinque di noi, tutti sono riusciti a scappare giù, noi siamo rimasti in mezzo, non sapevamo dove scappare, perché avevamo tutti i lacrimogeni che ci hanno buttato. Quando si è tolto tutto quel fumo, siamo usciti e ci siamo trovati accerchiati dalle forze dell’ordine, non lo sappiamo come siamo riusciti a scappare e ad andare giù perché la paura veramente ha preso a tutti quanti». Le cariche subite, le accuse di essere dei facinorosi o peggio dei malavitosi, lo scarso e provocatorio spazio sui media che la comunità di Chiaiano e Marano ha avuto in questi mesi, anziché spaventare e demotivare, ha consolidato l’unione. Tutti gli intervistati appaiono coscienti della propria evoluzione, si riconoscono in una realtà non istituzionale ma alternativa e concreta rispetto alle decisioni del governo centrale e locale. La comunità di Chiaiano e Marano ha scoperto in otto mesi di lotta, di non credere più nella rappresentanza e di avere una padronanza così ampia della problematica, tanto da poter proporre delle valide alternative. «Le persone che partecipano al presidio – dice Serena – sono le stesse che c’erano all’inizio, però prima di tutto siamo cresciuti numericamente perché ognuno ha cominciato a parlare con chi gli stava accanto, ma anche ognuno di noi ha cominciato a documentarsi, ha cominciato a studiare; ho visto persone anziane, che avevano abbandonato gli studi chissà da quanti anni, che hanno ripreso i libri in mano e non solo si sono documentate sugli aspetti scientifici del problema, quindi la questione dell’inquinamento o dei problemi per la salute, ma anche andare a rivedere, che ne so, norme giuridiche, questioni che attraversavano il problema della democrazia perché in fondo tutti abbiamo capito che si tratta di un problema di democrazia».
«Magari all’inizio sentivi “noi non vogliamo la discarica” – dice Roberto –, e quindi il messaggio che passava era: io non voglio la discarica sotto casa mia. Poi quelle persone hanno studiato, magari a una certa età è anche più difficile imparare certe cose, hanno studiato, hanno iniziatoad aprire gli occhi. Ho cominciato a sentire parole come impianti di compostaggio, impianti di trattamento meccanico biologico, Cdr, affari illegali della FIBE… Insomma quelle persone che inizialmente erano semplici, tra virgolette, massaie o lavoratori, magari anche precari, sono diventati piccoli esperti di gestione dei rifiuti. Hanno iniziato a capire come funziona la gestione economica dei rifiuti, perché poi non è una gestione semplicemente tecnica».
«La questione delle persone che fanno parte del comitato per il no alla discarica – dice Antonio – mi avvince e a volte mi emoziona perché… durante tutti questi mesi ho rincontrato persone che non vedevo da trent’anni, con le quali abbiamo ristabilito un rapporto di frequentazione, se non di amicizia, e ho conosciuto molte persone che non conoscevo. Ora io sono convinto che i potenti, chi detiene il potere, chi ha deciso questa scelleratezza è talmente inetto che non conosce nemmeno il territorio. Loro credevano che avrebbero avuto a che fare con un gruppo di facinorosi, di piccoli delinquenti, di piccola manovalanza camorrista che avrebbero sgominato come si fa normalmente. Siamo stati capaci, questo è il nostro merito, di mantenere un alto livello di democrazia in tutte le decisioni che si prendono al presidio. Poi con il tempo… diciamo che io un po’ di cultura sulla monnezza ce l’avevo già dalle esperienze degli anni passati, ma ora siamo diventati espertissimi tutti. A parte il fatto che il sindaco di Marano, con un’operazione molto intelligente, ha nominato assessori due professori universitari di fama internazionale, per cui loro hanno dato il loro contributo e noi seguendoli siamo diventati bravi e adesso ne sappiamo molto più di Bertolaso».
«Io penso – dice Fortuna – che non dovrebbe finire così, perché abbiamo acquistato una cosa molto bella, l’amicizia resterà sempre, però è una cosa… è una cosa unita, ci sentiamo partecipi di tutte le cose, aiutiamo tante persone, ci sentiamo una famiglia grandissima, anche i ragazzi che vengono li trattiamo come fossero figli nostri, nipoti nostri… Io mi sentirei troppo male, penso però che non deve finire». (le/ec)

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