La guerra delle melodie

Posted on 9 febbraio 2009

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(cyop&kaf)

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Dov’erano finiti Ida Rendano e Luciano Caldore? Ed esistono ancora gli autentici cultori della tradizione? Uno sguardo ai due estremi della canzone napoletana, tra neomelodici desiderosi di riscatto e salotti vomeresi, poetesse e gagà

Quando ho cominciato a prendere contatti per un lavoro fotografico sulla musica napoletana, molti hanno cercato di farmi desistere. Ero interessata soprattutto ai neomelodici, ma tutti mi dicevano che i neomelodici non esistevano piú: «Il fenomeno è finito, si è sgonfiato. Ormai puoi incontrare solo i figli del telefonino, gli Alessi e Raffaelli che non sanno cantare. Hanno qualche stagione di notorietà solo perché sono belli e le ragazzine impazziscono per loro».
Magari è così, ma nei vicoli si continua ad ascoltare questa musica, anche se critici e sociologi non gli dedicano piú i loro scritti e giornalisti e politici ne parlano solo per lanciare accuse di collusione camorrista. Ai matrimoni, alla Madonna dell’Arco, alle feste di piazza loro si esibiscono ancora. Le radio e le televisioni locali trasmettono gli stessi programmi via satellite. Il pubblico è sempre più vicino ai suoi beniamini. Ci può parlare, li può toccare, baciare, farsi fotografare con loro. Sono tornati nel quartiere, dopo aver cercato di uscirne. Uno solo ce l’ha fatta, Gigi D’Alessio, ma è diventato un’altra cosa. Un rispettabile cantante italiano. Gli altri continuano la vita di sempre. Dopo avere fatto il giro, alla fine degli anni Novanta, di tutte le trasmissioni-contenitore di RAI e Fininvest, come documentano orgogliosi i loro curriculum on line. Per alcuni è stato un ritorno amaro e difficile, per altri una scelta consapevole e fiera. «Io a Sanremo? Non ci voglio andare – dice Ida Rendano –. Prima sí, ma adesso che ho visto con i miei occhi come funziona non mi interessa piú. Preferisco stare a Napoli, con il mio pubblico. Ho lasciato un po’ da parte la musica in questi anni, mi sono dedicata al teatro. Ho interpretato Viviani, ho lavorato con D’Angelo. Penso di avere imparato tante cose».

Ida Rendano fan club

Con Ida Rendano ci incontriamo sempre nei pressi di Porta Capuana. Mi viene a prendere con la macchina e andiamo insieme a un programma televisivo o in radio o a un concerto. È inverno e lei è sempre infagottata in un piumino e se ne sta rannicchiata nel sedile posteriore. La formazione completa di queste spedizioni prevede: il padre Ciro al volante, il fidanzato Giuseppe sul sedile anteriore; Enzo e Gaetano, i coordinatori del fan club, che curano da anni le sue pubbliche relazioni e ci seguono in un’altra macchina. Io mi siedo accanto a Ida.
Questa notte Enzo e Gaetano non ci sono. In auto siamo in tre: Ida, suo padre e io. Andiamo a un concerto di piazza vicino Nocera Inferiore. Ida mi parla dei suoi progetti per il futuro. Si sposerá con Giuseppe, il fidanzato gioielliere. Di artisti, cantanti, attori non ne vuole sapere. «Quelli sono tutti pazzi e qui di pazza ci sto già io». Giuseppe infatti è calmo e taciturno. Quando la accompagna a una serata quasi non si parlano, nemmeno si toccano. Però la sua presenza si percepisce e infonde sicurezza. Ida vive ancora con i genitori e una sorella, ma ormai, a 36 anni, sente il bisogno di una vita e di uno spazio suoi, di un figlio. «Sono all’antica, andrò a vivere con Giuseppe solo dopo sposata».
Ciro, il padre di Ida, è piccolo e quadrato. Non parla molto, ogni tanto canticchia ascoltando la radio. Scambia con la figlia brevi comunicazioni che riguardano il lavoro. È il suo manager. Ida mi dice che vanno d’accordo su tutto, ma poi è lei a prendere le decisioni. L’unico punto sul quale hanno visioni differenti è il rapporto con il pubblico. Ida si stanca di partecipare a certe trasmissioni sulle tv locali dove risponde in diretta ai suoi fan, ma riconosce l’importanza di questo vincolo e finisce per assecondare Ciro.
Arriviamo nella piazza del paese, decorata con luci colorate e affollata di bambini con lo zucchero filato. Sono le otto, Ida deve cantare alle dieci. Sul palco c’è il saggio di danza di un gruppo di ragazzine vestite di rosa. Dopo sarà la volta di una giovane cantante esordiente. Ci avvicina una signora bionda, che dopo aver salutato in fretta me e Ciro si ferma estasiata davanti a Ida. «Sei sempre bella. Quando ti vidi cantare l’ultima volta eri una ragazzina. Mo’ quanti anni hai?». Ida glissa elegantemente e la signora, che scopro essere l’assessore alla cultura del piccolo centro, ci guida in macchina verso la casa di qualcuno. Chiedo a Ida dove andiamo, ma lei ne sa meno di me. Ciro è rimasto in piazza ad aspettare i musicisti della band. Ida e io varchiamo la soglia di un appartamento grande, nuovo, con le pareti decorate da nature morte a olio e una cucina a vista degna di una rivista di arredamento. Si usa, mi spiega qualcuno, quando c’è un concerto, mettere a disposizione la casa piú confortevole del vicinato, perché l’artista possa riposarsi prima dell’esibizione. Ma del riposo non si vede la prospettiva. La casa è piena di adulti affaccendati, che fanno il caffé, rispondono al telefono, aprono le porte e gridano ai bambini sovrappeso che corrono intorno a noi. Non si capisce chi forma parte della famiglia e chi no. Ci sediamo al tavolo. Li conto, sono in quattordici. Le padrone di casa, due sorelle anziane dal viso gufesco, cominciano a sfornare pizzette, dolci, bibite, caffé, liquori. Ida non mangia niente, in compenso si beve quattro caffè nelle due ore che rimaniamo lì. «Non fumo, non bevo, non mi drogo, il caffé è il mio unico vizio». Tutti la guardano rapiti, le parlano, la toccano. Lei promette di salutarli in trasmissione. Poi suona il campanello e comincia la processione di amici e parenti, persone in vista del paese, che vengono a salutare la cantante. Lei si alza, bacia tutti, firma autografi e si fa fotografare con loro. Un giovane assessore mi annota su un foglio l’indirizzo elettronico dove dovrò inviare le foto ricordo. Si avvicina il momento dell’esibizione. Ida non ha avuto il tempo di rilassarsi, di riposare la voce. Lasciamo l’appartamento ancora in subbuglio. Sul palco i musicisti sono giá pronti. Un pubblico di ragazzini, mamme con bambini al collo, signori solitari e gruppi familiari al completo comincia ad applaudire mentre Ida esce da una coltre di fumo bianco e spesso. Le adolescenti, abbracciate alle transenne, cantano con lei anche le canzoni piú vecchie come Ciao mamma. Alla fine del concerto, durato un’ora e mezzo, tutti si avvicinano al palco, anche i pompieri, per complimentarsi e farsi una foto con Ida.

Il ritorno di Caldore
Sono a piazza Garibaldi con Luciano Caldore nella macchina del suo nuovo produttore. Luciano mi fa ascoltare alcuni brani del suo ultimo disco, Vorrei di piú, uscito da qualche mese. «Dopo aver fatto “Pazzo d’amore”, ho avuto un grande successo, ho riempito il Palapartenope, poi una gestione non buona mi ha bloccato. Qualcuno mi ha promesso il salto a livello nazionale, ma non me lo potevo permettere, ci voleva ben altro. Adesso ho trovato persone che mi aiutano a riprendere quota. Qui basta che stai fermo un paio d’anni e la gente si dimentica di te».
Sono seduta sul sedile posteriore, accanto a Gigino, una guardia del corpo mastodontica, che si guarda le mani con aria imbronciata. Non dice una parola, emette solo incomprensibili rantoli quando si fa riferimento a lui. Sta passando un periodo difficile, mi spiegano. Lui gira la testa e guarda desolato dal finestrino un gruppo di polacchi che bevono birra.
Luciano è seduto davanti, mentre mi parla vedo il suo sguardo ritagliato dallo specchietto retrovisore. Sua moglie l’ha sposato perché assomigliava a Simon Le Bon. «Bisogna lasciare i problemi personali a casa, quando si va a lavorare. Io so quanto è difficile perché ho un figlio autistico», dice, accennando alla mole inanimata di Gigino. Gli chiedo di parlarmi di lui. tistico», dice, accennando alla mole inanimata di Gigino. Gli chiedo di parlarmi di lui. «Sono figlio di operai. Mio padre aveva la passione della musica, provengo da una famiglia di artisti mancati. Sono nato vicino alla chiesa del Carmine. Dopo il terremoto sono andato ad abitare a Secondigliano. Occupammo una casa nelle Vele. All’inizio non c’erano neanche le porte. La mia famiglia partecipò agli scioperi per farsi assegnare la casa. Dei primi anni alle Vele ho un bel ricordo. Era una specie di paese. Le persone erano più vicine, venivano tutte da momenti burrascosi… Ho studiato due anni da geometra, volevo diplomarmi. Prima di iniziare a cantare ho giocato anche a pallone nei dilettanti. Poi è subentrato il canto. A 13 anni ho vinto un concorso, ho cominciato a fare i primi 33 giri. Allora mi gestiva mio padre. Sono cresciuto facendo gavetta, le serate nei locali, i 166 dove chiamavano le ragazzine per richiedere le mie canzoni. Per un periodo a Napoli sono stato famoso, ancora lo sono, e spero di esserlo sempre di più».
Luciano spera di tornare sulla cresta dell’onda con l’aiuto del nuovo produttore, Angelo Coppola, che fino a quattro anni fa era rivenditore di macchine. Seduto al volante della sua auto, Angelo mi spiega che produce anche la figlia Nancy (che compone le canzoni di Luciano nell’ultimo disco). Alza il volume del lettore CD e le voci di Luciano e Nancy duettano in Io te voglio bene. Ormai produttore e guardia del corpo si muovono nervosi sui sedili, provati da tante chiacchiere: «Prima la canzone usciva in RAI – conclude Luciano – era internazionale. Il mio sogno è di riportare la canzone napoletana nel mondo».Ma non tutti la pensano come lui. Pochi giorni dopo partecipo a una riunione in un salotto napoletano, dove non trovo le stesse idee sulla continuità fra tradizione classica e canzone neomelodica.

(cyop&kaf)

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Il Salotto Tolino
Sotto il palazzo di via Luca Giordano c’è la fila davanti all’ascensore. Enzo e Ciro, che lavorano all’Archivio Sonoro della Canzone Napoletana sono i miei Ciceroni. L’attesa è l’occasione buona per le presentazioni. «Questo è Ernesto Sieyes, figlio del gran poeta Mario. La signora è X, soprano al San Carlo». La soprano subito prende la parola. «Qui c’è la signora Nora Palladino, cantante, con suo marito l’ingegnere Z. Non è artista, peró ama partecipare». «Farmacista, signora, farmacista, non sono ingegnere». «Chissà com’è, a Napoli se non si sa che fai, tutti ti danno dell’ingegnere», chiosa il figlio del poeta Sieyes, che è agente di commercio in pensione. Ha lasciato tutto, dice, per dedicarsi alla sua “passione”.
Si apre la porta dell’appartamento all’ultimo piano. L’ingresso è affollato di signore e signori vestiti elegantemente. Altra fiera di presentazioni: il poeta X, la cantante Y, il compositore Z, piacere io sono il pittore X, conosce il maestro Y, bé, io sono il cugino. Il bisnonno di qualcuno è stato ucciso durante la rivoluzione del 1799. Sono nel Salotto Tolino, ospitato da sette anni nell’appartamento vomerese della poetessa Bianca Delia Sole. Il Salotto Tolino è la prosecuzione del Salotto De Mura, autore della monumentale Enciclopedia della Canzone Napoletana, pubblicata nel 1969. La casa della poetessa non è quello che ci si aspetterebbe da un salotto napoletano. Nessun interno aristocratico decadente e oscuro, ma grandi finestre dalle tende bianche che lasciano entrare la luce. L’evento si svolge nel salone, che è stretto e lungo, dove sono sistemate dieci file di sedie, già tutte occupate. In fondo al salone c’è il pianoforte. Nella baraonda generale vengo presentata alla padrona di casa, una signora minuta, con i riccioli biondi, truccata con fard rosa e un tocco di ombretto turchese. Per finire conosco anche Federico Tolino, il figlio di Salvatore, che mi viene incontro con un pullover rosa dal colletto sporgente. Si schermisce con un sorriso timido, quando accenna allo spessore culturale del padre. Lui, come figlio, cerca di fare quello che può, per continuare la tradizione.
Viene servito il caffè in bicchierini monouso. Il salone è pieno, fa caldo e c’è un gran parlottio di sottofondo. Federico Tolino, in piedi davanti al pianoforte, porge il benvenuto ai presenti e passa la parola al poeta Enzo Fasciglione. Inizia allora l’almanacco del dicembre dei tempi che furono. Si ricorda il tal attore, il tal poeta, la tal cantante che ci lasciarono qualche decennio fa. Rimembrare le anime scomparse è un’occasione d’oro per recitare brani delle loro poesie. Ogni volta che Fasciglione cita un nome si levano mormorii di approvazione e sconforto allo stesso tempo. Fasciglione introduce il maestro Festinese che ci canta Nemica, una perla di Totó, accompagnandosi con la chitarra. Poi è la volta dell’attore Franco Gorgia che vive a Roma, e che tutti si ostinano a chiamare ingegnere. Dal mio punto di osservazione, il viso dell’attore-ingegnere è una maschera di Pulcinella che declama i versi di ‘O Vico di Raffaele Viviani. Fra una poesia e l’altra ci sono i commenti dell’attore. A parte aneddoti su autore e brano dedica una parola ai vicoli napoletani, lo scenario delle poesie di Viviani. «Quest’altra faccia di Napoli che noi – dice – conosciamo bene ed è quello che è… Ma non voglio entrare in polemica». Questo della polemica, delle provocazioni non accettate, dell’esistenza di una minaccia è come il leit motiv della mattinata. Certo sono solo accenni, frasi lasciate a metà, sguardi eloquenti, ma si percepisce fisicamente una presenza che si farà esplicita solo alla fine.
Ma ecco che finalmente Fasciglione presenta il pianista Rosario Ricciardi che a sua volta introduce l’amico Palombo. «Il conferenziante Luigi Palombo è un collezionista – dice il pianista –. I più grandi studiosi si rivolgono a lui per consultare i suoi archivi». Palombo comincia a stupire la platea quando viene sottolineata la sua età, solo 43 anni, un giovane. Seduto come uno scolaretto con la sua cartella sulle ginocchia alza una mano per mostrare una locandina consunta, uno spartito, una fotografia. «E siccome è stato citato Eduardo, ecco qua il maestro con Scarpetta e la soubrette X in un’immagine del 1933, al Teatro Y».
Il presentatore Fasciglione prende infine la parola per ringraziare i presenti e dare appuntamento al mese prossimo, perché ormai sono le due. Tutti si alzano e si salutano, a lungo. Enzo e Ciro mi si avvicinano per chiedermi che ne penso del Salotto, poi Enzo sorride orgoglioso e mi dice: «Questa è la vera musica napoletana». E indicando con le dita unite la bocca del suo stomaco, esclama: «È che a me Mario Merola mi sta proprio qui». Allora capisco tutte le allusioni e le polemiche morte sul nascere. Quello che aleggiava nel Salotto era un risentimento identitario nei confronti dell’”altra” musica napoletana: Merola, D’Angelo e i loro eredi neomelodici.
L’idea di questa rivalità fa un po’ sorridere, guardando questi anziani e gentili signori. E sembra quasi surreale l’esistenza di questa piccola folla dai valori antichi, che non si riconosce nell’immagine che televisioni e giornali sono soliti trasmettere della città. Quando finalmente esco dal palazzo passo davanti alla Fnac e mi riprometto di comprare al più presto i libri di Viviani e Di Giacomo, la musica di Bruni e Murolo. Per adesso però cerco la canzone che mi fece innamorare della città: Chillo va pazz’ pe’ te, canta Ciro Ricci, pardon… Ciro Riggione. (carola pagani)

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