Romeo, perché sei tu Romeo?

Posted on 9 febbraio 2009

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(diego, kaf)

(diego, kaf)

Lo scandalo della global service è la radiografia di un sistema (finalmente) inceppato

Settemila giardinieri sul libro paga del Comune di Napoli: una cifra gonfiata e mitizzata. Ma era anche la quantificazione nell’immaginario popolare di un modello di intervento pubblico: alla fine degli anni Ottanta l’amministrazione napoletana rappresentava una delle più grandi “aziende” del mezzogiorno per numero di dipendenti. Quello dei carrozzoni statali era il modello democristiano per il Sud. Governare la crisi sociale e le ondate di protesta senza sancire diritti universali, ma con forme di assistenza segmentate e clientelari. Divide et impera. Ne era corollario un modello di welfare informale e diseguale: non paga la bolletta dell’acqua il povero, non la paga nemmeno il ricco.
Di fronte a questa fotografia, lo “scandalo Romeo” ci racconta cosa è successo negli ultimi quindici anni. Al di là delle speranze tradite, della corruzione, del familismo sempiterno dei partiti. Il cosiddetto “Rinascimento napoletano” è stato infine soprattutto questo: una serie di apparati discorsivi che dovevano accompagnare la modernizzazione della città secondo le regole della globalizzazione liberista. Il modo per sopravvivere alla fine del fordismo era ritenuto la trasformazione delle metropoli occidentali in aziende di servizi. Un processo che include la privatizzazione o l’esternalizzazione delle forme di governo pubblico, con conseguente taglio delle spese. E questo è successo anche a Napoli. Dall’affidamento del patrimonio immobiliare pubblico proprio alla Romeo, alla costituzione delle Società di Trasformazione Urbana, all’appalto privato per la riscossione dei crediti (la temutissima Gestline/Equitalia), fino alla Global Service che avrebbe assegnato a privati la manutenzione stradale e fognaria. Anche qui il processo globale si è misurato con le specificità locali: la presenza di attori economici parassitari, aggressivi e spesso armati e un’area di disagio sociale ampissima. L’immagine della “bonifica” è stata perciò la sua principale retorica di accompagnamento. E in questa cornice ha scritto il suo fallimento: la città resiste a un cambiamento che lascia per strada centinaia di migliaia di persone sempre più ai margini del patto di cittadinanza. Ma lo fa in maniera scomposta, attraversata da fiammate estemporanee e da una convulsione immobile. Senza un’idea del futuro che si traduca in conflitto sociale organizzato oppure in alternativa di governo. Il welfare informale viene tagliato senza forme di tutela sostitutive. Ma non c’è un discorso pubblico a raccontarlo: tra le tante dismissioni sembra che la politica abbia previsto anche quella delle parole. Per lo meno delle grandi narrazioni collettive. Resta soltanto il gossip. E il ricorso patologico allo “stato d’emergenza”, come dispositivo per ricomporre gli interessi forti sfuggendo al controllo di una democrazia in crisi.
Lo scandalo Romeo è una radiografia agli intoppi del sistema. L’assalto alla diligenza dei beni comuni avviene attraverso la mediazione di referenti politici trasversali ai partiti e subalterni all’operatore economico. Si tratta però di meccanismi più fragili che in passato, perchè la capacità di manovrare le leve del consenso pubblico è paradossalmente ridimensionata proprio dall’abbattimento del welfare.  La merce di scambio è il nostro futuro comune: la privatizzazione dell’acqua, la devastazione dell’ambiente, la svendita delle case comunali, affidata proprio alla “Romeo Gestioni”. In questo quadro uno dei pochi segnali in controtendenza sono state le esperienze di autodifesa del territorio contro gli interessi speculativi del cosiddetto “piano rifiuti”. Sperimentazioni locali di democrazia dal basso, ancora incapaci però di un salto dimensionale, di una narrazione condivisa. Anche perché represse e diffamate. Come ogni resistenza che si rispetti. (alfonso de vito)

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