Dai fondali al lazzaretto

Posted on 10 febbraio 2009

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(luca dalisi)

(luca dalisi)

Fino a qualche anno fa Tommaso viveva in quella parte di Polonia che affaccia sul mare. Era sommergibilista nella marina sovietica. Poi il muro crollò e lui si ritrovò con un sacco militare pieno di orologi e mostrine. Arrivò a Napoli con l’Odessa

Risalendo il corso Garibaldi da Via Marina si compie il tragitto che i container fanno tra porto e interporto. Loro lo fanno in treno perdendosi il panorama umano che popola la zona stretta tra le “case nuove” e il mercato, e più su tra porta Nolana e la Circumvesuviana. La strada è anonima, la popolazione composita. Lungo il corso è un viavai di commerci e traffici diventati nel corso degli anni sempre più umili. Dal lato della stazione dei treni in partenza verso il vesuviano, i rom organizzano un mercato di pezze, rottami, oggetti in apparente disuso che sono i tesori del riutilizzo in tempi di spreco. Gli avventori sono rumeni, magrebini e altri stranieri. Qui la raccolta differenziata non va a finire nei maceri, viene ridistribuita attraverso forme primordiali di commercio, è quasi un baratto. Di fronte ci sono i cappellai e le jeanserie frequentate dai ragazzotti in bomber e cappellino americano.
Più avanti, risalendo verso piazza Garibaldi, compaiono i venditori cinesi che commerciano le cineserie sbarcate dalle porta-contenitori China Shipping. È tutto ammassato ordinatamente nello spazio ristretto delle bancarelle. Sono cianfrusaglie, ma nuove e ancora imballate. Poco più avanti, superando la Circum, si apre lo slargo di Porta Nolana, dai cui pilastri partono gli abusivismi anni Sessanta e i palazzi del risanamento da sanare nuovamente. Nei portoni entrano ed escono agenti di assicurazioni, avvocati di piccolo cabotaggio, faccendieri dagli abiti sdruciti. Intorno, da mattina a sera, c’è il mercatino del Lazzaretto. Panni ruvidi stesi a terra ospitano libri, arnesi, vestiti, oggetti tecnici arrugginiti, scarpe. Tra gli avventori si aggirano uomini minuti pronti a farti fare l’affare con l’orologio falso stretto nella mano. È il regno dei saponari e delle sarte di quartiere che per pochi spiccioli adattano abiti di taglie più grandi ai corpi dei compratori. Si parla italiano al Lazzaretto, quell’italiano duro, tronco e gutturale traslato da lingue slave, dall’arabo di strada. La lingua storpiata dalle approssimazioni e dall’onnipresente dialetto.
Tommaso parla così. Sbaglia qualche verbo, ricorre spesso all’infinito, ma conosce tutte le parole tecniche di orologi, macchine fotografiche e strumenti ottici. La sua bancarella espone mercanzia di precisione, un tantino usurata ma rara, e di ottima fattura: cannocchiali, binocoli, macchine fotografiche, cineprese, orologi, bussole, fino agli scacchi lavorati a mano. La sua mercanzia, insomma, è pregiata. E ci tiene a sottolinearlo.
Fino a qualche anno fa – diciamo il 1989 – Tommaso viveva non lontano da dove era nato. In Slesia, quella parte della Polonia che affaccia sul mare, dove c’è Danzica, foriera dei drammi del secolo breve. Era un marinaio. E che marinaio! Lui uomo di terra è arrivato perfino a sfiorare i fondali freddi dell’Atlantico. Polacco di nascita, cittadino realsocialista per contingenze, Tommaso all’età di ventuno anni iniziò la leva nell’esercito polacco. Fu mandato in marina senza un chiaro perché, si ritrovò in una base sul Mar Nero a fare cinque mesi di addestramento. Attraversò il Mar di Marmara, lo stretto dei Dardanelli e per un anno rimase a bordo di un cacciatorpediniere inserito nell’area mediterranea della marina sovietica. Era una flottiglia ben organizzata, che si muoveva tra la Libia, l’Algeria e il mediterraneo orientale. In quegli anni si ritrovò al largo di Beirut, fuori Suez.
Poi sbarcò, tornò in Polonia. Gli fu chiesto di iscriversi a Solidarnosc. Si iscrisse. «Ma fu grave errore quello», mi ha raccontato poi, sorseggiando uno dei caffè che gli offro due giorni a settimana. Da Tommaso vado a vedere gli orologi o cerco di trovare affari nel campo delle macchine fotografiche. Era iscritto al sindacato, ma gli risultò impossibile farsi assumere nella marina mercantile polacca o sui traghetti in partenza per il Baltico. Neanche i pescherecci di merluzzo lo accettarono a bordo. Così dopo un anno passato tra vodka e banchine, cetriolini e moli, stracciò la tessera e si arruolò di nuovo in marina sfruttando i due anni di credenziali accumulate durante la leva. Fu mandato all’addestramento in una base nei pressi di Vladivostok dove subì anche una lunga rieducazione politica marxista-leninista «Che fare? diceva Lenin. Ma noi non lo sapevamo che fare. Andavamo avanti a cetrioli e pane nero. Le camerate erano tutte scrostate e non c’era l’acqua calda. Non era buon affare di fare il militare».
Tommaso era nei battaglioni misti interforze del patto di Varsavia. Ogni stato aveva un suo esercito ma l’Esercito era l’Armata rossa. Scoppiò la guerra in Afghanistan, i russi chiamarono gli alleati alla solidarietà. Tommaso per sfuggire alla guerra fece domanda nei sommergibilisti, quei marinai di fondale che respirano sempre la stessa aria, filtrata e rifiltrata. Fece un ennesimo addestramento e si ritrovò a mangiare sardine con il grado di “marinaio scelto” a bordo di un sommergibile atomico della marina sovietica. «Non c’era spazio per niente. Era come una grotta nella roccia, bisognava scavare per recuperare una cuccetta. Ordine c’era ordine, ma per il resto marinai e ufficiali avevano sempre la schiena china. Lo spazio era del reattore, e nessuno ci dormiva volentieri vicino».
Poi il muro crollò. La cortina di ferro venne frettolosamente abbattuta e Tommaso si ritrovò con un sacco militare pieno di orologi, mostrine e macchine fotografiche, sul molo di Danzica di nuovo alla ricerca di vodka e cetriolini. Il denaro non valeva più niente, si diede a ramazzare i magazzini militari, mise insieme un patrimonio di cianfrusaglie di valore e precisione, e salì su uno dei pullman diretti verso occidente. Prima di partire si fece finalmente crescere la barba, vietatissima a bordo per via del pericolo di radiazioni. Saltò la Germania – fredda e ostile – deviò verso il Mediterraneo passando per i Balcani e arrivò in Italia a traino dell’Odessa – la nave con i marinai abbandonati nel porto di Napoli. In breve trovò abitazione presso un vecchio mito della città, Agostino il pazzo, che dismessa la motocicletta – con cui fece impazzire guardie e ladri napoletani – s’era dato al commercio di antiquariato e al mestiere di affittacamere. In breve Tommaso mostrò il suo talento di venditore e procacciatore di oggetti antichi. Dalle sue mani iniziarono a passare violini, mobiletti, icone ortodosse, tutti beni rivenduti a vecchi e nuovi intenditori. Agostino gli cambiò stanza, Tommaso salì di piano e iniziò a risvegliarsi nel sole e nel tepore del Mediterraneo. Aveva finalmente chiuso con l’umidità del mare.
Dai sommergibili Tommaso ha ereditato la paura per gli spazi stretti. Adora la folla e la strada. Arriva al Lazzaretto di mattina presto, sistema la merce e aspetta i compratori. Allontana i perdigiorno, tratta con chi compra, con chi caccia i soldi. Ha voglia di caffè, di raccontarsi ai pochi che hanno voglia di ascoltarlo. Nei sotterranei della città continua a sognare i sommergibili, in incubi profondi. Sulla sua bancarella spiccano i ritratti minuscoli dei cento e uno morti nella tragedia del Kursk, il sottomarino atomico russo affondato nel Mar Baltico un’estate di pochi anni fa. «Se non partivo, mi ritrovavo lì. Morire sul fondo è come morire da topi. E noi siamo ancora uomini…». Si accarezza la lunga barba incolta, si liscia i baffi grigi e accende una sigaretta con un accendino di ottone a benzina. «Questa è roba originale, funziona. Da me non c’è trucco e non c’è inganno…». (marcello anselmo)

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