La venditrice cinese

Posted on 10 febbraio 2009

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(aria)

(aria)

La ragazza cinese mi aveva intercettato sul sito di aste on-line, ma le nostre trattative durarono un giorno, poi cominciò il racconto: gli studi, la grande città, il lavoro come venditrice. Il computer sempre acceso e la rigida sorveglianza. Finchè un giorno…

Jany lavorava al computer sedici ore al giorno. Il suo compito era quello di dragare la rete in lungo e in largo per raccogliere quanti più indirizzi di posta elettronica possibile. Le e-mail dei consumatori occidentali valgono oro, perché si tratta delle caselle che vengono prese d’assalto per proporre i prodotti delle fabbriche cinesi a basso costo. Tra gli indirizzi intercettati c’è anche il mio, preso direttamente da un celebre sito di aste on line. È così che ho conosciuto Jany, e con lei tanti altri operatori cinesi del web. Cominciò con l’offrirmi stock di abbigliamento e di prodotti elettronici a un decimo del costo a cui era possibile trovarli in Italia in un qualunque negozio, spiegandomi che un’eventuale rivendita mi avrebbe fruttato notevoli guadagni. L’unico ostacolo era la dogana – mi diceva – perché accade talvolta che i pacchi provenienti dalla Cina vengano bloccati. In questo caso, avrebbero provveduto a rispedirmi il tutto, anche più volte se necessario. Nel costo era infatti inclusa una speciale assicurazione che prevedeva questa eventualità.
Presto i contatti con i venditori cinesi si spostarono in chat. Acconsentii a scambiare i riferimenti messenger, incuriosito da un mondo che mi era del tutto sconosciuto. Ormai i venditori mi contattavano quasi ogni settimana, sempre cortesi e con mille attenzioni, ma anche presi da un’ansia di concludere l’affare che si avvertiva piuttosto chiaramente nei colloqui. Molti, quando capivano che non avrei comprato, sparivano e puntavano su nuove prede. I miei tentativi di dirottare il discorso su tematiche meno legate al commercio falliva quasi sempre di fronte al silenzio imbarazzato dei miei interlocutori o a un loro rifiuto cortese ma esplicito, spiegato con la severità dei controlli a cui erano sottoposti. Jany però era diversa dagli altri. Le nostre trattative commerciali durarono un solo giorno. L’indomani fu lei a rompere il ghiaccio e a chiedermi della mia vita, del cibo italiano e delle abitudini di un trentenne occidentale. Nelle sue parole digitate in chat si avvertiva una dolcezza e una voglia di esplorare il mondo non comuni. Mi faceva domande, ma presto furono le mie a prendere il sopravvento. E lei non si sottraeva, aveva voglia di raccontare sé stessa e il suo mondo di ventitreenne. A volte i colloqui si interrompevano bruscamente. Accadeva quando quello che lei chiamava “boss” si avvicinava alla sua postazione. Non era consentita alcuna divagazione, l’ordine era tassativo. Il capo conosceva l’inglese e avrebbe facilmente scoperto che l’oggetto dei nostri dialoghi non erano le scarpe Nike.
«Perché avete il terrore del vostro capo?», le chiesi un giorno.
«If are not able to sell the predefined amount of goods, we can easily be fired», fu la risposta.
Nel caso qualcuno non fosse stato in grado di vendere le quantità stabilite di merce, sarebbe scattata la mannaia immediata del licenziamento. Ma il problema non era solo quello. Un licenziamento – mi spiegò – rovina del tutto la carriera di un aspirante operatore di telemarketing, rendendo problematica la ricerca di altri lavori. In quel caso, non restava che la fabbrica vera e propria, la produzione: quattordici ore davanti a una macchina utensile a ripetere gesti sempre uguali. L’edificio dal quale Jany operava era in effetti lo stesso della fabbrica per la quale lavorava, un’ala di quello che mi descriveva come un fabbricato enorme. Le ore di lavoro scandite dal rumore monotono e incessante dei macchinari, che nei periodi di pieno regime andava avanti anche nelle ore notturne. Mi confessò di non poterne più di quel rumore, che gli ritornava in testa anche di notte, come un incubo ricorrente.
«Vivi lontano dalla fabbrica?», provai a chiedere un giorno.
«No, come tutti quelli che lavorano qui, ho una stanzetta vicino al luogo dove lavoro, sempre nello stesso edificio, in modo che non vi siano tempi morti. E poi ho un computer anche in stanza. Sai, quando da noi è sera o notte, in Europa è pomeriggio e in America addirittura mattina, quindi bisogna restare in linea».
Venni a sapere che riceveva sia a pranzo che a cena un piatto unico sempre a base di riso, a cui venivano aggiunte altre pietanze. Mangiava quasi sempre con un occhio al computer. La sera Jany semplicemente se ne restava stesa sul suo letto, in attesa di eventuali chiamate di clienti.
«Non esci mai, Jany?».
«Sì, il sabato, solo qualche volta la domenica. Esco con i miei colleghi di lavoro, soprattutto con loro».
«E che fate di solito?».
«Di solito shopping, ci sono un sacco di bei negozi qui».
«In quale zona della Cina sei?».
«Sono nel sud della Cina, ma la mia famiglia vive al centro del paese. Ho deciso di venire qui perché ci abitavano dei parenti. I miei avevano una grande casa in campagna, con enormi spazi intorno e degli animali. Questo fino a vent’anni fa. Quando ci sono tornata per lavoro, non esisteva più nulla di quello che ricordavo da bambina. La grande città ha inghiottito tutto».
«È molto grande la città?».
«Ci vivono quindici milioni di persone, e la tua?».
«Beh, senza considerare la provincia, un milione e mezzo».
«Ma allora vivi in un piccolo paese…».
Jany mi diceva di avere un fidanzato, ma abitava a varie ore di treno e lo vedeva una volta ogni due settimane. «Ma in fondo è meglio così, non credi? Non mi piace dover fare tutto con lui», diceva convinta.
Un giorno di metà ottobre mi annunciò che la sorella si era sposata, e che era stata organizzata una festa piuttosto sfarzosa. Le chiesi se avesse intenzione di sposarsi anche lei. «No – rispose –, almeno fino ai trent’anni voglio essere libera di divertirmi e spendere i soldi che guadagno. Ieri sono stata in un nuovo locale che hanno aperto qui in città. È un posto fantastico, dove è possibile mangiare, bere, chiacchierare, ballare e anche cantare. Io sono abbastanza timida, ma ho cantato per quaranta minuti».
Era quasi un mese che ci sentivamo ormai. Mi parlava della sua istruzione e dei progetti futuri. Aveva studiato all’università, una facoltà che riuscii a tradurre come “inglese finanziario”. I suoi avevano sborsato molto denaro per consentirle di studiare ed era sua ferma intenzione restituirlo. Ma il salario era basso e dipendente dalle vendite condotte in porto, non molte, tanto da tenerla sempre con il fiato sospeso. Mi fece una strana richiesta: «Hai mai comprato qualcosa da questa fabbrica?». La mia risposta negativa mi fece scoprire il motivo della curiosità: «No, niente, volevo sapere qual è la qualità di quello che producono. Noi lavoriamo nello stesso edificio della fabbrica, ma non ci è concesso nel modo più assoluto dare uno sguardo ai prodotti».
Non poteva vedere di persona ciò che vendeva, e naturalmente neppure comprare. I suoi acquisti, peraltro numerosi come quelli di un qualunque ragazzo occidentale, erano indirizzati verso quella che mi descriveva come merce destinata al mercato interno. «Ci sono merci che sono solo per il mercato occidentale, quindi?», le chiesi.
«Sì – rispose –, ad esempio la fabbrica dove lavoro produce solo per l’estero».
Il lungo periodo di frequentazione telematica ci aveva fatto diventare quasi amici. Sempre più spesso, però, la sentivo triste, a tratti disperata. Erano trascorsi due mesi dalla sua assunzione e le sue vendite erano modestissime. Il capo la maltrattava sempre più spesso. Le aveva persino sottratto un potenziale cliente, un vecchio acquirente che rientrava tra i suoi contatti quando lui stesso faceva quel lavoro. Nelle serate che diventavano sempre più fredde, mi diceva di avere forti crisi di ansia e dolori allo stomaco. Gli amici le dicevano di “pensare di meno” ed era giunta alla conclusione che forse avevano ragione. Voleva però fare un check-up medico, ed erano i costi elevati a spaventarla. Gli ospedali erano cari – mi diceva – e non voleva che la sua famiglia si sobbarcasse le spese. Nel corso dei nostri lunghi colloqui esprimeva crescenti dubbi sulla sua adeguatezza a quel lavoro. Pensava di dare le dimissioni per non incorrere nel licenziamento, ma non trovava il coraggio di dare seguito al proposito.
La penultima volta che la sentii, mi disse che sognava di andare via dalla Cina, e di vivere, semplicemente, in pace. Il giorno successivo mi annunciò convulsamente che la sua vicina di postazione, e sua migliore amica, era stata licenziata ed era nel panico. Mi chiese di nuovo l’indirizzo mail, che aveva smarrito, da appuntare in fretta su un foglietto. «Credo che tra poco verrà anche il mio turno…».
(gianluca vitiello)

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