Nella valle dello Zambesi

Posted on 10 febbraio 2009

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(cyro)

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Viaggio in Mozambico, tra i contadini che arrivano in città fuggendo dalle inondazioni. La maggior parte degli abitanti vive di agricoltura di sussistenza e resta sotto la soglia di povertà. Intanto il governo offre i terreni migliori sul mercato internazionale

Siamo arrivate a Beira nel pieno di un inverno da venticinque gradi all’ombra, lasciando a casa un’estate più fredda. Gli aeroporti mozambicani hanno un fascino particolare e una terrazza grande affacciata sulla pista, dove scorgiamo subito chi ci aspetta: i muzungo – i bianchi – qui sono decisamente facili da individuare. Stefano ha prenotato i posti nella chapa, dove passeremo le prossime sette ore in viaggio. Ai lati della strada c’è un mondo che si muove ad altro ritmo: una carovana infinita di persone a piedi o in bicicletta procede lungo le rotte di un tragitto commerciale portando sul capo merci varie, avvolte da stoffe solari. Bivio di Gorongosa. Le capanne che si disperdono all’orizzonte sembrano piccolissime tra gli imponenti baobab e i termitai giganti. Ancora un paio d’ore. Sera. Sena. Passeremo qui le prossime settimane, nel cuore della Valle dello Zambesi, cercando di comprendere le condizioni di vita dei suoi abitanti e i fenomeni che stanno trasformando il territorio.
Comincia la nostra inchiesta. Il rituale è sempre lo stesso. Ci fermiamo ai margini di un lotto delimitato da bassi arbusti e chiediamo il permesso per passare attraverso una porta immaginaria: «com licenzia…». Varchiamo una soglia che non è fisica, eppure percepiamo ogni volta di essere entrate in uno spazio privato. Ci accoglie di regola il capofamiglia o, in sua assenza, una delle mogli. La stuoia viene stesa a terra sotto l’ombra della frondosa massaniquera, al centro dello spazio circolare generato dalla disposizione di piccole costruzioni, che messe insieme formano il mudzi. Accomodati in questi salotti africani, ricoperti dalla curiosità di bambini e vicini, ascoltiamo le voci di questa città rurale che rivelano l’incrocio di abitudini ancestrali, proprie di un mondo agricolo, con aspirazioni tipicamente urbane. Pochi a Sena sono quelli che hanno un reddito fisso come impiegati nelle deboli strutture pubbliche. Qualcuno è commerciante e gode della felice posizione di transito della cittadina, a pochi chilometri dal Malawi e a tutt’oggi sede dell’unico ponte sullo Zambesi. La maggior parte della popolazione vive di agricoltura di sussistenza e resta al di sotto della soglia di povertà.
Baltasar, come molti qui del resto, percorre ogni giorno due ore di cammino che separano la casa dalla machamba. Qui coltiva miglio, mapira e fagioli, con l’aiuto della sua microimpresa familiare di tre mogli e quindici figli. Il lavoro nei campi non consente il soddisfacimento del fabbisogno alimentare e ci si inventa ogni giorno un modo per integrare le entrate con attività occasionali, i buscados. Le donne raccolgono legna, il figlio maggiore recupera a Nhampanda paglia per rivestire i tetti. Paula, la seconda, va in bicicletta a Chola a comprare pomodori da rivendere al mercato centrale e raccoglie pietre da costruzione su commissione. João fa il venditore ambulante di capulane –  stoffe colorate e multiuso – di cui fa scorta all’ingrosso al mercato centrale.
Buona parte dei guadagni dei buscados serve per le spese mediche. L’aids, anche quando non è dichiarato, è palpabile e diffusissimo. In caso di malattia si ricorre al curandero, poi all’ospedale. Da queste parti la malaria, così come le infezioni causate dall’acqua raccolta nei pozzi, sono malattie ordinarie, di cui è stato affetto e spesso colpito a morte almeno un membro della famiglia. Ai bambini non viene dato un nome finché non sopravvivono ai primi tre o quattro anni di vita.
Lo stupore aumenta ogni giorno, mano a mano che approfondiamo la conoscenza con esistenze così precarie da essere messe a rischio da un morso di zanzara, un’inondazione, la siccità o perfino da un ippopotamo incazzato. Alla sera torniamo pensierosi dai padri Saveriani che ci ospitano. Portiamo sempre qualche birra per risollevare gli spiriti. Il convento è una specie di fortino bianco intonacato, in mezzo a un paesaggio di costruzioni di terra e paglia. C’è l’acqua corrente e una bella scorta di alimenti in scatola. Piccoli privilegi a cui nessun essere umano, potendo, sa rinunciare. Potremmo restare ore ad ascoltare le storie che ci narrano sulla variegata umanità incontrata nella loro esperienza di missionari.
Ci raccontano anche delle profonde trasformazioni della Valle dello Zambesi. I padri hanno da poco sottoscritto una lettera con la quale denunciano il governo mozambicano, accusato di coprire la cattiva gestione della diga di Cabora Bassa, che sta un po’ più a nord, nella provincia di Tete. La diga ha un ruolo fondamentale nel regolare la portata dello Zambesi, ma è gestita al solo fine di massimizzare i profitti della produzione di energia elettrica. Di conseguenza, il fiume straripa continuamente, inondando la valle e producendo gravi danni per chi lì vive e coltiva la terra. Negli ultimi anni il governo mozambicano ha messo in piedi un massiccio piano di trasferimento della popolazione dalla valle alle più sicure città di Caia, Sena e Mutarara. Moltissimi fondi sono stati stanziati a questo scopo, con il cospicuo intervento delle organizzazioni internazionali. Ma quale potrà mai essere – in un luogo così arido e distante dalle coltivazioni – il destino di questa popolazione recentemente inurbata, che intanto continua a vivere di agricoltura? Dove troveranno i fondi le misere amministrazioni locali per offrire loro servizi e lavoro? Sono molte le domande che ci frullano in testa mentre intervistiamo i governatori locali che ci spiegano le loro politiche a medio e lungo termine. Il governo mozambicano ha deciso di proporsi sul mercato internazionale offrendo i migliori terreni agricoli alle imprese straniere per la coltivazione di biocombustibile. La valle dello Zambesi, con le sua fertili zone alluvionali, è una zona ideale e vanta già diversi investitori potenziali… che coincidenza fortuita che i contadini l’abbiano dovuta abbandonare. Gli amministratori ci prospettano fieri il roseo futuro dei nuovi cittadini da impiegare come braccianti nei latifondi, ma finalmente iniziati a uno stile di vita urbano e moderno. Del resto, si sa, lo sviluppo è inevitabile, soprattutto se la Banca Mondiale ha già in cantiere una Spatial Development Iniziative per la Valle dello Zambesi, grazie alla quale pioveranno sul territorio finanziamenti stranieri, grandi infrastrutture, megaprogetti.
La fotografia scattata il giorno del nostro arrivo si fa lentamente più nitida, ma resta l’amara sensazione di aver solo intuito un mondo che reclamava maggiore profondità di comprensione. Ne parleremo a lungo durante il nostro viaggio verso nord. Ce ne andiamo percorrendo una strada asfaltata di fresco. Quello sviluppo di cui abbiamo discusso intere serate davanti a matapa e birra eccolo lì, sotto i nostri piedi. Stiamo per attraversare in barca lo Zambesi, nel punto in cui si costruisce il nuovo ponte. I piloni ormai ci sono tutti e Caia, dove un anno prima neanche c’era l’elettricità, ora di notte con i suoi bagliori fa competizione alla luce piena della Via Lattea. (roberta nicchia/cristina mattiucci)

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