Neri dalla rabbia

Posted on 10 febbraio 2009

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disegno di malov e kaf
disegno di malov e kaf

A settembre la camorra ammazza sei africani a Castel Volturno, due mesi dopo le forze dell’ordine compiono una violenta retata di migranti. Il sindaco applaude, i media sorvolano. Voci e punti di riferimento degli africani del litorale domizio

Ho sentito bussare alla porta. Mi sono svegliata di colpo, erano le cinque. Gridava-no: carabinieri! carabinieri! Ho cercato le chiavi e ho aperto la porta. Li ho fatti entrare, in casa c’eravamo solo io e il mio bambino di sette anni. “Chi sono i genitori?”, mi hanno chiesto. Gli ho detto che il papà non abitava qui perchè siamo separati. Il bambino porta il nome del padre, gli ho mostrato lo stato di famiglia per dimostrare che sono la madre. Quando hanno visto che il permesso di soggiorno rilasciato dalla questura di Mantova era scaduto, mi hanno detto di seguirli in caserma. Hanno perquisito tutta la casa. Hanno buttato giù la porta della stanza di un ragazzo che abita con noi e che a quell’ora era già uscito per andare a lavorare. Ci hanno portato alla caserma dei carabinieri di Mondragone e poi, dopo i primi controlli, alla questura di Caserta. Faceva freddo. Ho avuto paura per mio figlio che soffre di asma. Per fortuna mi hanno dato una coperta. Ci hanno trattenuti fino alle due di notte del giorno seguente, quasi ventiquattro ore, poi ci hanno riaccompagnati qui».
La “brillante operazione delle forze dell’ordine” comincia all’alba del 20 novembre, quando circa trecento uomini tra poliziotti e carabinieri, accompa-gnati da unità cinofile, vigili del fuoco e vigili urbani, fanno irruzione nell’American Palace, una palazzina di cinque piani situata al chilometro trentaquattro della statale Domiziana, un edificio in cui abitano esclusivamente migranti africani. A quell’ora molti di loro sono già diretti verso le rotonde, dove i caporali reclutano la forza lavoro da condurre nei campi o nei cantieri. Gli agenti sfasciano i vetri delle finestre e le porte. Chi rientra nel pomeriggio lamenta la sparizione di denaro, documenti e altri oggetti. Dalla questura dicono di essere alla ricerca di “armi, munizioni o esplosivi, latitanti”. A operazione conclusa fanno sapere che nei ventisei appartamenti dell’Ame-rican Palace sono stati fermati novanta cittadini stranieri, settantasette dei quali senza permesso di soggiorno. Sedici sono stati arrestati per violazione dell’ordine di lasciare il territorio nazionale; rentanove sono sottoposti a provvedimento di espulsione e accompagnati presso alcuni Cie (Centri di identificazione ed espulsione, gli ex Cpt). Nove tra gli stranieri avevano chiesto asilo politico. Nessuna traccia, a quanto pare, di armi, munizioni, esplosivi o latitanti.
“Un’operazione spettacolare che ha mostrato i muscoli con i più deboli e distrugge tutto ciò che faticosamente si stava tentando di fare: unire le forze di tutti contro la camorra”, sostiene in un comunicato, divulgato subito dopo il blitz, il centro sociale Ex-Canapificio di Caserta, punto di ritrovo di centinaia di migranti e riferimento indispensabile per le questioni legali e amministrative. “Sono poveri, sono neri, sono irregolari – dice un altro comunicato, stilato dai missionari comboniani –. L’American Palace non è il ghetto, o la Soweto di Castel Volturno come una trasmissione televisiva l’ha recentemente chiamato. Quando in un palazzo ci vivono italiani, famiglie o persone singole, il palazzo viene chiamato condominio e non ci sorprende di vedere volti bianchi alle finestre, ma se a queste finestre si affacciano volti neri chiamiamo il palazzo ghetto”. Padre Giorgio Poletti siede al tavolo di cucina nella casa dei padri comboniani di Castel Volturno. Sono in quattro, in una palazzina a due piani, poco distante dal monotono rettilineo della Domiziana. Padre Giorgio ha l’aria sofferente per i postumi di una brutta caduta, ma si dice soprattutto «stanco di ripetere le cose di sempre». Le parole escono fuori a fatica, lentamente, ma la voce è chiara, profonda: «L’American Palace è sempre stato il luogo dove le forze dell’ordine, soprattutto i carabinieri di Mondragone, hanno iniziato i loro interventi sul territorio. Cinque anni fa è stato oggetto di un’altra incursione. Allora, per protestare contro l’operazione “Alto Impatto”, che nel nostro territorio colpiva soprattutto gli immigrati irregolari, ci siamo incatenati alla prefettura di Caserta. Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Adesso si riparte con questa incursione, con un dispiegamento di forze sproporzionato». Secondo lui però, il vero problema è un altro. «La questione è che sul litorale ci sono piani di sviluppo per il futuro. Dopo la strage di settembre sono stati in pochi a dirlo. Quando ci incatenammo, si stava concludendo l’accordo di programma tra la Regione, la provincia di Caserta, i comuni di Castel Volturno e Villa Literno e le società Consorzio Rinascita S.r.l. e Fontana Blu S.p.a, sul futuro assetto del territorio di Pineta mare, una cittadina per il novanta per cento abusiva, costruita dalla famiglia Coppola su terreni del demanio marittimo e forestale. Tutto è stato bloccato per anni da un contenzioso tra lo Stato e gli eredi Coppola. Poi si è trovato un accordo. Adesso i Coppola rientrano nell’accordo di programma con il consorzio Rinascita. Chi ha distrutto paga la penale e guadagna di nuovo sulla ricostruzione». In effetti, nel 1998 il governo nomina un commissario straordinario per il territorio di Castel Volturno con il compito di gestire le aree demaniali e i beni sottoposti a sequestro; trovare una risoluzione del contenzioso tra lo Stato e i Coppola; predisporre progetti di sviluppo del territorio. L’1 agosto 2003 viene approvato l’accordo di programma per il risanamento eco-ambientale e il rilancio socio-economico del litorale domitio. Il piano prevede una serie di interventi di riqualificazione tra cui l’ampliamento del porto turistico “San Bartolomeo” che passerà dagli attuali 250 a 1200 posti barca. Il 30 giugno 2005 viene firmato l’accordo che pone fine al contenzioso tra lo Stato e i Coppola. I quarantatre milioni di euro di debito vengono sanati dai Coppola, in parte in contanti e in parte con la cessione di alcuni fabbricati costruiti illecitamente.

Una duplice attrattiva
Dopo il blitz dell’American Palace il sindaco di Castel Volturno Francesco Nuzzo ha dichiarato: «L’iniziativa delle forze dell’ordine segue la mia richiesta inviata al ministro dell’interno, che ha pienamente recepito il senso del messaggio e compresa l’esigenza di ripristinare, anche nell’area della clandestinità, i fondamenti della legalità (…) La città nutre completa fiducia nell’operato delle istituzioni perché anche sulla parte rimanente del territorio, dove si annidano forme di illegalità che vanno dalla prostituzione allo spaccio di droga, si pongano in atto iniziative analoghe». Il sindaco dimentica di aggiungere che, benché senza i documenti in regola, la retata colpisce solo lavoratori extracomunitari sottopagati che soggiornano nella spoglia palazzina abusiva pagando cospicui affitti al nero. Il 13 novembre, sette giorni prima dell’irruzione, i consiglieri comunali di opposizione avevano presentato un’interrogazio-ne al sindaco, chiedendogli “quali provvedimenti intende urgentemente adottare al fine di prevenire e di eliminare i gravi pericoli per l’ordine e l’incolumità pubblica relativamente alla presenza massiva (sic) nel cosiddetto American Palace di un notevole numero di immigrati clandestini, provvisti di foglio di via, con decreto di espulsione, come ampiamente documentato nella trasmissione Anno Zero”.
Qualche giorno prima, durante la trasmissione di Michele Santoro, l’ineffabile giornalista Ruotolo aveva riunito un gruppetto di immigrati e gli aveva chiesto in diretta di mostrare il foglio di via per dimostrare l’inefficacia dei provvedimenti di espulsione. Per alcuni è stato questo il motivo scatenante del blitz. Per altri è il prezzo che il sindaco ha dovuto pagare alle pressioni dell’opposizione, che proprio il giorno prima era tornata alla carica presentando una mozione di chiusura del centro Fernandes, bocciata in consiglio comunale per un solo voto.
Il centro Fernandes è un baluardo dell’accoglienza ai migranti nella zona di Castel Volturno. Antonio Casale, l’attuale direttore del centro, ne racconta in sintesi la storia. «Negli anni Ottanta era uno dei tanti edifici abbandonati lungo la Domiziana, occupati dagli immigrati in cerca di un tetto. Ce n’erano circa quattrocento, tutti uomini. Non c’erano corrente, acqua e servizi igienici. Il comune fece un’ordinanza di sgombero e in molti confluirono verso il famoso ghetto di Villa Literno. Da poco era stata approvata la legge regionale sull’immigrazione che prevedeva l’istituzione di centri di accoglienza. La Caritas di Capua e il comune decisero di trasformare questa struttura in centro d’accoglienza. La casa venne inaugurata nel 1996. Un finanziamento regionale ne consentì la parziale ristrutturazione. Adesso ospitiamo trenta immigrati. Possono restare per due mesi, ricevono vitto e alloggio, si cerca di avviarli al lavoro. Ci sono aule per i corsi di alfabetizzazione, uffici, ambulatori, aree verdi, un centro di ascolto, la mensa, uno sportello legale. Nel 2000 abbiamo attivato una parte della casa per le donne, ex prostitute sfruttate e ragazze madri. Adesso abbiamo cinque donne con bambini assistite dalle suore». «Quando è nato – continua Casale – questo posto era pensato per essere anche un centro studi. Qui fuori c’è ancora la targhetta “Informa giovani e osservatorio sull’immigrazione”. Si voleva studiare il fenomeno, cominciare a elaborare risposte, oltre alla semplice accoglienza per pochi. Tutto questo non è durato, non abbiamo avuto finanziamenti».
Attualmente al comune risultano censiti 2300 immigrati. Sono tanti rispetto a una popolazione di quasi 23000 unità, ma la presenza effettiva è di almeno il doppio. Tra chi non risulta regolarmente censito ci sono anche molti regolari che spesso hanno la residenza altrove, per il permesso di soggiorno o la richiesta di asilo politico. «Stanno qui – dice Casale – soprattutto per due motivi. Trovano più facilmente casa. C’è un enorme patrimonio immobiliare abbandonato. Interi complessi, case costruite abusivamente anni fa per venire al mare, che oggi non hanno più alcuna attrattiva. In una villetta si possono affittare tre, quattro stanze a duecento euro l’una, in nero. Il territorio li assorbe. E poi, si tratta di una zona franca, non ci sono controlli di alcun tipo. Puoi stare senza permesso di soggiorno e nessuno ti ferma, puoi avere la macchina senza assicurazione e nessuno te la sequestra, puoi aprire un’attività commerciale e non ci sono controlli severi…».
«Castel Volturno è un porto franco per tutti, non solo per gli immigrati – dice il comboniano padre Giorgio –. Lo sfruttamento del lavoro non riguarda solo gli immigrati ma anche gli italiani. Questo è un luogo d’asilo, qui hanno portato gli sfollati del terremoto dell’Irpinia. Manca un’identità geografica e culturale. Non ci sono cittadini, ma fruitori di un territorio da spolpare. C’è scarso interesse per il bene pubblico. Non dimentichiamo che erano paesi gestiti da famiglie dove un fratello faceva il prete, l’altro ancora il maestro. Il potere si è sempre concentrato nelle mani di pochi».

Una scuola multietnica

Antonio Gucchierato, insegnante di scuola elementare al primo circolo didattico di Castel Volturno, mette anche lui l’accento sull’incerto tessuto sociale della zona. «Nel ’91 – dice –, quando scelsi di venire in questa scuola, pensavo che il problema fosse l’inserimento degli immigrati. Io sono di Capua, durante un periodo di distacco sindacale avevo vissuto l’arrivo impetuoso alla fine degli anni Ottanta. E invece no, il problema non riguardava loro. Le famiglie straniere ci tengono che i figli vadano a scuola. Tutti frequentano regolarmente e con impegno. Sono nati qui, la maggior parte entrano già alla materna. Quelli che arrivano nel corso dell’anno sono poche eccezioni. E di solito raggiungono la famiglia, quindi i genitori già parlano l’italiano. Le classi ponte qui non so a cosa potrebbero servire… Ma poi c’è una forte presenza di figli di famiglie italiane non radicate nel territorio e spesso in condizioni di deprivazione. Sembra quasi che un nucleo familiare quando va in disfacimento venga ad abitare a Castel Volturno. Esiste un’enorme mobilità territoriale. Una volta, nello stesso anno scolastico abbiamo avuto 98 alunni in uscita e 180 in entrata, per la maggior parte italiani. E qualcuno in entrata e in uscita più volte. La “disfrequenza” riguarda quasi solo i figli di italiani che dall’hinterland napoletano e casertano si trasferiscono qui».
Sempre lungo la Domiziana c’è una scuola dove i neri sono in maggioranza, anche se non sono gli unici alunni. È un asilo nato qualche anno fa dall’iniziativa dei padri comboniani. Si chiama la “Casa dei bambini” e ne ospita circa quaranta, dai due ai sei anni. Oltre il cancello rosso, un vialetto conduce a un’ex casa colonica a un piano. Sul davanti un giardino con qualche gioco, sul retro una grande estensione di terreno, alcune serre, un recinto dove sgambetta un cavallo. Accanto alla casa ci sono tre costruzioni a pianta circolare, che ricordano le capanne dei villaggi africani. Hanno il tetto a punta fatto di palme intrecciate. «Abbiamo iniziato cinque anni fa su proposta dei padri comboniani – racconta Margherita Prisco, che manda avanti la scuola con il marito Robert Visco –. Eravamo due ragazze, lo spazio uno scantinato. L’altra ragazza andò via il secondo giorno. All’inizio c’erano due bambini, dopo tre mesi erano venti e alla fine dell’anno trentacinque. Lasciammo lo scantinato e prendemmo in affitto questa casa. Abbiamo una lista d’attesa abbastanza lunga, lo spazio all’interno è limitato e non possiamo prenderne di più. Ci sono anche una decina di bambini italiani. Nella zona c’è più commistione di quel che si creda. Alcune famiglie italiane prendono in affidamento bambini stranieri. Magari sono vicini di casa che aiutano gli immigrati che lavorano tutto il giorno. È un affido non ufficiale, poi ci sono anche quelli che pagano… Per la scuola non riceviamo alcun incentivo. I bambini pagano due euro al giorno, ma forniamo tutto noi, dai pannolini al mangiare. Le mamme vengono a prenderli alle cinque. Tutti i soldi provengono da iniziative legate ai missionari comboniani. Ci industriamo in ogni modo, un concerto, una riffa, qualche offerta…».
L’organico della scuola è composto da cinque ragazze del servizio civile, oltre a Margherita e Robert, suo marito, che è una specie di jolly: «Fa il cuoco, il bidello, cura le pubbliche relazioni – dice Margherita –. Io e lui siamo gli unici stipendiati». Alle due del pomeriggio arrivano i bambini delle elementari che fanno il doposcuola nelle capanne accanto alla casa. «Le abbiamo fatte costruire noi – spiega Margherita –, un po’ alla volta, come tutto qui intorno. Anche le serre. Abbiamo un progetto di inserimento lavorativo per le donne. E il maneggio. Un fisioterapista che ama i cavalli si è offerto di fare ippoterapia con i bambini». «Lo chiamiamo doposcuola – interviene Robert –, ma il progetto è rivolto soprattutto alle ragazzine, per tenerle occupate con i compiti e i laboratori. Attraversano un’età critica… Qua ci sono i leoni. Se una ragazza fa un chilometro a piedi lungo la Domiziana si fermano minimo cinque, sei macchine a darle fastidio».
«Un paio di volte – prosegue Robert – sono venuti a rubare. Ci hanno ripulito di tutto. E un’altra volta quando eravamo nello scantinato. Abbiamo dovuto mettere le grate alle finestre. Poi una volta c’erano due ragazzi ghanesi che stavano al primo piano, li ospitavamo. Vennero con le pistole, li fecero stendere a terra puntandogli la pistola alla nuca. Qui dietro avevamo degli animali: pecore, agnelli. Hanno sgozzato un agnello davanti a loro: “questa è la fine che farete se non ci aprite la porta della scuola”. Ma loro non avevano le chiavi. Li hanno picchiati e se ne sono andati. Questo due anni fa. L’ultimo furto l’anno scorso. Non abbiamo mai saputo chi fossero». (salvatore porcaro/luca rossomando)

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