C’era una volta Barcelona

Posted on 25 febbraio 2009

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(cyro)

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L’età d’oro degli spazi pubblici è durata pochi anni, dice Manuel Delgado, antropologo catalano. Poi la città è stata venduta a turisti e speculatori, strade e piazze sottoposte a stretta vigilanza

A Barcellona, ogni anno è diverso. Alcuni quartieri scompaiono, altri sono irriconoscibili. Qui, la città cambia più velocemente del cuore dei suoi abitanti. Ma non si tratta di nostalgia, né di progresso. Gli abitanti si sentono espropriati della loro città. Associazioni e piattaforme rivendicano il diritto alla casa, agli spazi pubblici, alla partecipazione, contro la speculazione, contro l’espulsione e la segregazione sociale. I grandi progetti in corso, nella ex periferia (Poblenou, Sant Adreu, La Sagrera), nei quartieri centrali (Barceloneta, Raval), sono programmati e realizzati per investitori e turisti. Barcellona è oggi cara afuera: rivolta verso l’esterno, perde di vista sé stessa.
Eppure, finita la dittatura, a partire dagli anni Ottanta, l’amministrazione democratica di Barcellona incentrò le sue politiche sulla “urbanistica dei cittadini”, elaborò una strategia per rispondere alle richieste dei movimenti degli abitanti. In opposizione all’urbanistica di Franco, si stabilì di limitare lo sviluppo speculativo e si realizzarono, quartiere per quartiere, numerosi spazi e attrezzature pubbliche. Che cosa è cambiato? E da quando?
«Tutto cambia perché nulla cambi», rileggo nel recente libro La ciudad mentirosa di Manuel Delgado, un antropologo che scrive da anni sulla città. Lo vado a trovare.
Il suo studio si trova nel Raval, ex Barrio Chino, storico bassofondo della città antica, vicino plaça de les Angeles, dov’è il museo di arte contemporanea, il Macba. Piazza e museo furono realizzati negli anni Novanta, insieme al CCCB, il centro di cultura contemporanea e al Fad, spazio per l’arte e il design. Da allora, la parte alta del Raval è diventata polo di musei e gallerie. Nelle vicinanze è in costruzione un nuovo hotel, vicino a dove già dal ‘98 si aprì la Rambla del quartiere. Si disse: creare una strada, abbattendo cinque isolati, 1.384 residenze e 293 locali commerciali, serve a risanare socialmente un quartiere. Poi, sono stati abbattuti altri due isolati per l’hotel, una cineteca e altre residenze. Nel frattempo sono arrivati gli immigrati extracomunitari. Il Raval, che vuole essere quartiere culturale, e quindi si trasforma in turistico, non poté che essere multiculturale. La piazza del Macba ora è piena di stranieri, turisti e immigrati. Qui, e in tutte le piazze e le strade, in base alle nuove ordinanze municipali sul civismo, è vietato giocare a pallone, mangiare un panino, sedersi sui marciapiedi.
«Manuel – gli dico – negli anni Ottanta Barcellona fu un modello, se non altro per la politica degli spazi pubblici. Tra il 1980 e il 1987, se ne realizzarono più di cento, ad oggi sono centocinquanta».
«Quale spazio pubblico – risponde lui – può esserci per una città che è solo per alcuni dei suoi abitanti? Quando si pretende di rimuovere la povertà con le ruspe, quando invece di garantire alloggi degni per gli immigrati, si costruiscono alberghi? La volontà ordinatrice dell’amministrazione non fa scomparire le disuguaglianze; al contrario, queste si fanno sempre più evidenti. Ed è sugli spazi pubblici che il conflitto tra città pianificata e città vissuta si fa evidente. Perché uno spazio pubblico lo fanno gli abitanti. E il conflitto è svelato dalle ordinanze sul civismo nel momento stesso in cui cercano di reprimerlo. Quando gli spazi pubblici non sono per tutti, c’è bisogno di norme che regolino l’ingresso. È proibito fare un uso improprio delle panchine; ma dove dorme chi è costretto a fare del cielo il suo tetto? Lontano dal centro, dai musei, dagli hotel, sicuramente. Basta che non si veda. A Barcellona si cerca di contrapporre l’urbanistica all’urbano. L’urbanistica dei negozi alla vita. Ma è sempre stato così, qui e altrove».
«Ma non era così, qui, prima».
«Ci fu un momento, caduta la dittatura, che alcuni ebbero l’impressione che fossero “arrivati i nostri”. Ma subito quelli che avevano lottato contro il franchismo e contro il capitalismo furono assorbiti nelle strutture di potere. Le associazioni di abitanti e molti esponenti della sinistra ottennero ruoli nell’amministrazione. E successe quello che succede sempre. Certo, in un primo momento gli interventi mirarono a generare spazi di qualità, infrastrutture, piazze, parchi. Però, appena questi debiti furono in qualche modo pagati, si ripropose la questione: che fare con la città? Al servizio di chi porre il suo sviluppo? E i beneficiari finirono per essere quelli di sempre».
Infatti, a ripensarci, in piena recessione economica, dopo la dittatura, chi mai avrebbe investito in una città ridotta al collasso dopo tanti anni di speculazione edilizia? Non esisteva la pressione del mercato. E poi, la politica dei microinterventi pubblici durò poco, mentre già si cercavano fondi per progetti di grande scala: per dieci anni si inseguì l’Olimpiade, che arrivò nel ’92. Dall’86 si poté usufruire dei fondi europei che servirono anche a sventrare il Raval. Con le Olimpiadi si sperimentò l’alleanza tra pubblico e privato. Le società a capitale misto si occuparono della costruzione su suolo pubblico, espropriato alle industrie, trasferite in periferia, ed entrarono in scena grandi promotori che acquistarono terreno pubblico e costruirono torri, alberghi e negozi. Barcellona, diventata ancora più attraente per le sue infrastrutture, si offriva sul mercato per investimenti ancora a prezzi relativamente bassi. E saltò l’equilibro pubblico-privato, a vantaggio di quest’ultimo, naturalmente.
«La domanda che mi avresti dovuto fare – continua Delgado – è piuttosto questa: quale fu il momento splendido, l’età d’oro degli spazi pubblici? Quanto durò? È come l’apparizione della Vergine Maria: all’improvviso, a qualcuno sembrò di vedere qualcosa, gli sembrò che qualcosa cambiasse».
Dopo le Olimpiadi, l’operazione di marketing funzionò: prima del ’92 si contavano 500mila pernottamenti annui, nel 2006, quattordici milioni e per la fine del 2008 se ne prevedono sedici milioni. Il valore del suolo e degli immobili registrarono un incremento del 131% nei cinque anni successivi all’evento olimpico, contro l’83% nel resto della Spagna. E si innescò il ricambio sociale.
Dopo lo sport, la cultura, e Barcellona fu, nel 2004, sede del Forum delle Culture, con cui finanziò, anche con fondi europei, la trasformazione della periferia occidentale, vicino a ciò che rimaneva del problematico quartiere di Poblenou. Comparvero nuovi e vecchi promotori, e sorsero nuove spiagge e nuove torri con vista mare. Ad alcuni non piacque l’architettura e il Forum fu considerato l’inizio della fine del modello. Per altri, una sua continuazione.
«Il punto è un altro – prosegue Delgado –. Le Olimpiadi, il Forum non sono stati la causa di questi fenomeni, ma la conseguenza di un modo di intendere la città che fu già quello della cosiddetta transizione. Da subito si pensò come proseguire, ovvero riprendere il programma che poi era quello di Franco e che è della città capitalistica: la città intesa come affare».
«Ma, Manuel, qualcosa di buono ci deve pur essere stato nella trasformazione urbanistica di Barcellona dagli anni Ottanta ad oggi».
«Buono per chi? Certo la città, da un certo punto di vista, è migliorata. Ogni giorno che passa si fa più bella, ha più infrastrutture, ha edifici progettati dai migliori architetti del mondo. Fantastico! Ma Barcellona sta diventando una città per la classe media. Se hai la disgrazia di non essere di classe media, o di non sembrarlo, sei condannato ad essere espulso. L’amministrazione dovrebbe creare e gestire scenari per la vita democratica. Io non dico che non debba fare progetti, ma che programmi le pietre, non le persone. E che costruisca più case per gli abitanti. Ma basta, sono stanco, anche di cercare subordinate, di periodizzare. E non cerco contro-modelli da contrapporre a modelli. Che ci lascino in pace! Piuttosto, ascolta questo. Lo senti?».
E io, allora, ho sentito il suono di ragazzi che giocavano a pallone nella piazza del Macba.
«È questo l’importante. Ed è per questo che non ci riusciranno, perché la vita è più forte». (chiara ingrosso)

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