Il corteo della gente di mare

Posted on 25 febbraio 2009

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(kaf)

(kaf)

In viaggio con i marittimi campani a Bruxelles, dove da tutta Europa protestano contro la possibilità di assumere extracomunitari sulle tratte nazionali. “La verità è che qui nessuno più si vuole imbarcare – dice qualcuno -. La comodità è navigare a vista”.

E’ ancora notte fonda, circa le tre e mezzo. La ministra Gelmini dorme, anche gli studenti dell’ennesimo “nuovo Sessantotto”. Il pullman parte sobbalzando dal porto di Torre del Greco. Trenta persone vi si stipano sonnolente, intorpidite dal primo caffè. Dopo essere passati da Ercolano e Torre Annunziata, si arriva nel piazzale alberato antistante l’Autorità portuale di Napoli, dove altri marittimi provenienti dai paesi del litorale aspettano il bus per l’aeroporto dove li attende il volo per Bruxelles. Nell’ottobre 2008 la commissione europea discute di riforme da introdurre nel settore dell’impiego della gente di mare: i lavoratori dei traghetti passeggeri, impiegati su tratte nazionali. A Capodichino saremo un centinaio. Il tabaccaio e il bar sono ancora chiusi. Poi aprono, e ognuno si rifornisce di sigarette e giornali. In volo il comandante è costretto, per due volte, a richiamare gli ostinati fumatori che scelgono di accendere le loro sigarette nello spazio angusto di un cesso aereo. Si alzano mugugni: «Come l’Alitalia dovete finire…», seguiti da sghignazzi. I capi delegazione del sindacato dormono, altri funzionari si occupano di distribuire la diaria per la partecipazione alla manifestazione dei marittimi dei paesi Ue.
Bruxelles è al nord, in Belgio. È famosa per la presenza delle istituzioni europee e per le sue patatine fritte cotte nel grasso di bue. Altro prodotto nazionale è la birra Stella Artois. I marinai del Ver.Di, il sindacato dei servizi tedesco, ne hanno già una bella scorta sotto braccio quando arriviamo al concentramento della manifestazione. Affianco ai bevitori teutonici c’è la banda dei danesi, i musicanti indossano orgogliosi la maglietta con la scritta: Pride to be a seaman!. Nel corteo sfilano marinai, nostromi, ingrassatori, camerieri, alcuni ufficiali, anche i piccoli di camera, quelli che a Torre chiamano “gli scurotti”. Lo scurotto in gergo marinaro indica quei lavoratori extracomunitari, prevalentemente filippini e indiani, che svolgono le mansioni più umili e faticose. Nelle tratte internazionali la manodopera è ormai prevalentemente extracomunitaria, fatto che limita le possibilità di impiego dei marittimi italiani ed europei. Gli scurotti costano di meno e non hanno sindacato.
«La verità è che qui nessuno si vuole più imbarcare. La comodità è stare vicino casa, navigare a vista», mi dice un lupo di mare mimetizzato tra la folla di pettorine colorate dei sindacati di mezza Europa. È un concetto netto, scabroso forse, ma che vale per tutti. Anche i marinai polacchi di Solidarnosc e quelli del sindacato extraeuropeo della Croazia si ritengono colpiti dai futuri provvedimenti. In buona sostanza, la commissione vuole introdurre la possibilità di impiegare marinai extracomunitari sulle tratte nazionali, ovvero ritrovarsi dei filippini che mollano i cavi dei traghetti Caremar per Capri e Ischia. Per ora sulle tratte nazionali non si può assumere manodopera straniera, al limite comunitaria, ma non è un uso comune. Gli equipaggi restano nazionali seguendo una sorta di protezionismo del lavoro.
Il cielo è basso e grigio. Le bandiere colorate rompono la monotonia della città. A corteo iniziato arriva il segretario nazionale di uno dei sindacati nostrani, quello con la sigla più corta. E’ raggiante, è il rappresentante del grado più alto, l’unico. Noto ai più per il suo fare sbrigativo. Una volta durante un’assemblea, contestato dai lavoratori, ha tirato fuori dalla giacca una rivoltella e usandone il calcio come un martello ha iniziato a sbatterla sul tavolo di legno. Dopo tre tocchi avrebbe detto: «Qua decido io, e chi vuole ne può parlare in privato, faccia a faccia».
Il corteo avanza seguito da dieci poliziotti annoiati. A un certo punto le strade anonime del quartiere europeo di Bruxelles vengono scosse da botti ripetuti. Da una collina d’asfalto scendono i portuali e i marittimi di Le Havre, nelle loro pettorine arancioni. Arrivati in una stretta piazza ovale all’ombra di due edifici rivestiti di vetro c’è un camion che ospita l’orchestra tradizionale dei marinai danesi che si esibiscono in maglietta a strisce e basco blu scuro. La trasparenza dei palazzi del potere non intimidisce i francesi e i belgi, che saccheggiano il cantiere edile lì vicino e iniziano ad accendere dei roghi che riscaldano il tepore di un autunno appena iniziato. Di lato si distribuiscono panini, in poco tempo tutti i marinai riempiono le birrerie della Stella Artois. Qualche anno fa una manifestazione di portuali europei ha devestato il centro di Strasburgo in opposizione a una misura di liberalizzazione delle banchine. Ma i portuali, a conti fatti, sono gente di terra, più irrequieta di quella di mare che invece sfila taciturna e imbacuccata nelle tute da lavoro impermeabile.
In un locale dalle ampie vetrate due ragazzi di Torre del Greco ordinano in un francese corretto le birre, e poi uno mi fa: «Conosco la lingua perché ho lavorato sulle crociere. Mi mandavano sul turno invernale ai Caraibi, che la prima volta è bello ma la seconda no. Sei fuori, lontano, e quando sbarchi è come se tutti si dimenticano di te. Diventi una specie di fantasma per sei mesi all’anno». Allora si preferisce lavorare vicino casa, al limite avventurarsi fino in Sardegna, in Sicilia, alle Eolie. È per questo che in molti sono venuti a Bruxelles: per difendere un lavoro mal pagato ma privilegiato. Altri cinque scurotti sono andati al chiosco delle patatine, conversano in dialetto torrese con un magrebino mentre questi cerca di spiegargli che lui le patatine le mangia perché sono cotte nel bue e non nella sugna che è di maiale. Gli scurotti scherzano e gli offrono un hot dog. La birra si fa bere, mentre si avvicina l’ora dell’appuntamento con il pullman che riporterà tutti all’aeroporto. Il gruppo campano è sfaldato ma è l’unica rappresentanza italiana, il posto dove la gente di mare continua a imbarcarsi in assenza di altre possibilità. Non sono giovani, in molti hanno ripreso la via del mare dopo aver tentato di aprire un negozio o un’altra attività a terra. Tra i marittimi, i procidani sono i più taciturni, i montesi fanno gruppo, mentre i torresi fumano in continuazione e sono sempre senza soldi.
Sull’aereo tutti sono di nuovo intorpiditi, ma stavolta per gli effetti dell’alcol e della giornata. Gli indomiti fumatori al ritorno riescono a far invocare un intervento della polizia aeroportuale per la perseveranza a fumare in volo. La voce del comandante – lo stesso della mattina – è più nervosa, spazientita. «So che siete lavoratori del mare, comportatevi come se foste in nave, per Dio», gracchia l’altoparlante, accolto con una salva di sonori fischi. Poi l’aereo inizia a ballare per una turbolenza. I marinai riottosi diventano una scolaresca impaurita e tacciono. Ad ognuno il proprio mestiere, a chi il mare, a chi l’aria.
Si atterra che è di nuovo scuro, si aspettano gli autobus che riportano verso casa, pioviggina. Nel 2009 inizierà la privatizzazione della Tirrenia, l’armatore di stato. Chissà in quanti riterranno la questione altrettanto strategica come per Alitalia o una nuova onda di privilegiati inconsapevoli. La navigazione è cosa più sporca, invisibile, relegata all’ombra delle macroistituzioni europee e non sui palcoscenici dei baroni che aizzano le piazze. Un corteo internazionale fa meno rumore, ma l’aria che smuove è quella del lavoro, del reddito, della redistribuzione sociale, terreni che la politica – nelle sue svariate forme – sembra aver definitivamente cancellato a vantaggio di gruppi assuefatti alla protesta creativa e responsabile. (marcello anselmo)

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