In una desolata Pianura

Posted on 25 febbraio 2009

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(kaf)

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L’odissea degli immigrati scacciati dal fuoco, dai vicini, dalla polizia e dal cardinale

T1 colpito e affondato. La battaglia navale dei disperati segna un punto improv viso la notte del 24 luglio. Un incendio probabilmente doloso divampa in una palazzina di quattro piani in via Trencia a Pianura. Sarà il casus belli per procedere allo sgombero di questa struttura che i residenti chiamano con le coordinate di una piccola mappa della sfiga. Costruito abusivamente negli anni Ottanta, fu occupato prima che terminassero i lavori. Sequestrato dal comune e da sempre fatiscente, il T1 è una radiografia delle mille emergenze che hanno attraversato la città diventando metodo di governo dei ceti subalterni. Dentro ci abitano oltre cento rifugiati e immigrati provenienti da Costa D’Avorio, Burkina Faso e Capoverde, insieme a 44 nuclei di napoletani. Tra questi, circa la metà è legittima assegnataria di casa popolare fin dal terremoto del 1980 (do you remember?) ed è stata messa lì dalla stessa amministrazione comunale in attesa di “soluzioni adeguate”.
Come per altre emergenze abitative che affollano le periferie, anni di tavoli e trattative hanno sancito l’attesa immobile che “succeda qualcosa”. Così l’incendio diventa l’occasione per uno sgombero senza paracadute e per improvvisare in poche ore le soluzioni che non si sono costruite in un decennio. In compenso la strategia è senz’altro “creativa”. L’amministrazione decide che duecento sfollati che convivono insieme da anni vanno in realtà catalogati in due sottogruppi: napoletani votanti e immigrati. Voci di dentro garantiscono che per i primi si sta muovendo l’assessore alla protezione civile Giorgio Nugnes, mentre i secondi se li accollerebbe quello alle politiche sociali, Giulio Riccio. «Un assessore per i bianchi e uno per i neri», come scriverà nel suo comunicato la Rete Antirazzista. Certo ci sarebbero anche parecchi casi incerti, come Stefania: di origini capoverdiane, è nata a Napoli oltre vent’anni fa. Napulegna nel midollo, una passione per Rosario Miraggio e una bimba di tre anni, fa fatica a riscoprirsi straniera e a fare il conto «di quelli che mi hanno girato la faccia». I ragionamenti di Stefania «sulla mia città» destabilizzerebbero facilmente la retorica identitaria dei nuovi imprenditori della paura, ma pochi sembrano interessati ad ascoltarla.
Il risultato è che i napoletani finiscono baraccati nella Municipalità di Pianura mentre per gli immigrati la soluzione last-minute sarebbe una scuola in via Pasquale Scura al centro di Napoli. Ma quando tutti caricano i materassi sui furgoni e uno sfollato gioca ad aggirare i blocchi della celere entrando e uscendo dal palazzo incendiato, arriva la notizia che un gruppo di persone sta barricando la scuola. Sapremo poi che consiglieri municipali della destra hanno sollevato gruppi di abitanti della strada al grido “arrivano gli zingari” (nuovo incubo metropolitano). La questura comunica che non ci sono «le condizioni per il trasferimento» e comincia così un lungo presidio coi materassi sui marciapiede di via Trencia. Il sindaco Iervolino sembra scosso dal problema ma non ha soluzioni, perchè mai sono state costruite: in tutta la regione ci sono poche centinaia di posti letto per l’accoglienza di immigrati e rifugiati, a fronte, ad esempio, dei ventimila del Lazio.
Il quadro si sblocca quando all’alba del quarto giorno da sfollati, gli immigrati di via Trencia si trasferiscono nel Duomo di Napoli. Non occupano la chiesa: ci entrano e chiedono un incontro col cardinale. La polizia reagisce con grande aggressività e, realisticamente, col via libera della Curia. Minacciano di portar via i migranti con la forza. Perciò si finisce barricati tutti insieme: sfollati, antirazzisti, giornalisti, sindacati e associazioni. Ci sono anche l’assessore Riccio e il segretario della Cgil di Napoli, Giuseppe Errico. E il fatto che anche così non si riescano ad avere certezze sul comportamento della Questura dice molto sui rapporti di forza nel quadro politico attuale.
L’impressione sul momento è che anche nella polizia ci sia confusione, perchè agiscono pulsioni e scommesse politiche diverse. Alla fine tre rifugiati saranno trascinati via su furgoni privi dei contrassegni d’ordinanza. Uno viene anche pestato. Per fortuna alcuni videomakers che hanno documentato tutta la storia, registrano i momenti più drammatici. Le immagini (su Youtube col nome “Botte al Duomo”) saranno viste da quasi centomila persone in tre giorni e rimandate dalle pagine dei principali giornali on-line. Una parte della stampa, inizialmente indifferente, scopre il nuovo tormentone dell’estate: dopo la crisi rifiuti, “Napoli razzista” funziona meglio dei classici pezzi sulla “bolla di calore”. Si muove perfino la Comunità Europea che da settimane tiene sotto osservazione le campagne xenofobe del governo. La sera stessa il comune trasferisce gli sfollati in una pensione in piazza Garibaldi. La questura si scusa e il Cardinale Sepe è costretto a un intervento sul Mattino, in cui riesce magistralmente a negare le accuse senza mai citare i fatti. A settembre, dopo oltre un mese, i migranti sono ancora nella pensione, aspettando il completamento dei lavori in un palazzo nella zona orientale. I napoletani, per effetto domino, sono finiti nella scuola di via Pasquale Scura. Il mostro della guerra tra poveri intanto dorme in attesa di nuove emergenze: le tensioni di via dell’Avvenire e le campagne xenofobe di Alleanza Nazionale, sempre a Pianura; lo sgombero annunciato dei braccianti marocchini da San Nicola Varco a ottobre. Basta solo aspettare, continuando a non far niente. (nicola angrisano)

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