La via napoletana al razzismo

Posted on 25 febbraio 2009

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(kaf)

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Da Pianura a Castelvolturno, fascisti e camorristi alimentano il vento dell’odio

Una sceneggiatura potrebbe aprirsi così: venerdì 26 settembre, scuola media “Mario Schipa” in via Conte della Cerra, nel centro di Napoli. Decine di abitanti, donne in grande maggioranza, occupano via Salvator Rosa, il principale asse di comunicazione nei pressi di questa struttura che è chiusa da due anni. Infine arriva un consigliere provinciale di Alleanza Nazionale, Giovanni Bellerè, e con lui quattro, cinque ragazzi che sventolano bandiere con la scritta “associazione culturale casapound”. C’è un disegno che somiglia a una tartaruga stilizzata. È il simbolo, appunto, di Casapound, quartier generale dell’estrema destra romana, della sua componente più fluida, quella che fa “occupazioni non conformi”, quella che si è appena liberata dall’abbraccio con “la Destra” di Storace per avere mani libere nell’interpretare le tensioni che attraversano il paese. I suoi epigoni napoletani entrano nella scuola con il cospicuo gruppo di abitanti. Quando tutti escono l’edificio è allagato. Un manifesto ci spiega il perché: “Non vogliamo i neri nella nostra scuola!”. I “neri” sono i ragazzi africani sgomberati dal lotto T1 di Pianura in luglio, oppure quelli che rischiano di essere cacciati “ad horas” dal borgo di via dell’Avvenire sempre a Pianura. Difficile saperlo, perché in realtà nella “ex-Mario Schipa” doveva finirci un gruppo di sfrattati napoletani…
Sì, questa sequenza andrebbe bene, perché fotografa quella complessa chimica di speculazioni politiche, rancore sociale e paure xenofobe che da mesi attraversano la città come una fibrillazione. Il pogrom anti-rom di Ponticelli aveva già tolto il velo: a Napoli e in Campania spira lo stesso vento, le stesse paure, la stessa   pulsione razzista che avvelena il paese. Ma che nell’impatto con un tessuto sociale frantumato, calpestato e rabbioso può facilmente implodere in guerra tra poveri. Una guerra di cui, come sempre, non  mancano i beneficiari. La seconda metà di settembre ce ne offre un  campionario pauroso: giovedì 18 uomini armati irrompono fuori la “Ob Ob exotic Fashion”, sartoria ghanese di Castelvolturno. Hanno pettorine finte dei carabinieri e sono imbottiti di cocaina. Sparano a due mani, con pistole e kalashnikov. In pochi istanti sul terreno restano oltre 130 bossoli e sei morti. Tutti immigrati, del Ghana, della Liberia, del Togo. Una carneficina! I morti sono ovunque, nella sartoria, in strada, perfino in una macchina di passaggio. Eppure nei primi minuti si parla, in automatico, di regolamento di conti per il traffico degli stupefacenti. Ancora il giorno dopo il questore di Caserta la definirà “violenza chirurgica(!!)”.
Il riot delle comunità migranti esplode anche per difendere memoria e dignità degli uccisi. E per segnare una reazione, fissare una linea. Era già successo un anno fa, per il ferimento gratuito di due ragazzi ghanesi dopo una festa, con cassonetti ribaltati e corsie occupate in via Rosaroll a Napoli. Il ragionamento è semplice e istintivo: se le istituzioni non danno tutela, allora o reagisci o te ne vai. Perché il livello della tua reazione fissa anche il prezzo della tua vita da queste parti.
Col passare del tempo si consolida l’identikit delle vittime: muratori, un barbiere, un giardiniere. E si fanno strada altre letture, come quella di una strage terroristica legata forse a finalità estorsive oppure ancora all’espulsione di un’intera comunità, che con la sua numerosissima presenza ostacolerebbe la speculazione edilizia e i nuovi investimenti milionari sul turismo. Soldi della regione e della comunità europea. Nella nuova “Malibù” (auto-definizione del sindaco) non ci sarebbe spazio per così tanti africani.
Mercoledì 24 settembre Pietro Diodato e un gruppo di residenti tentano un blitz per cacciare la comunità burkinabe che abita nel diroccato borgo medievale di via dell’Avvenire, un ossimoro di strada. Aprofittano della partita Napoli-Palermo in notturna per sfruttare la distrazione della stampa e di un sabotaggio del tubo dell’acqua  per forzare uno sgombero coi vigili del fuoco e la polizia municipale. Il blitz fallisce, ma il clima si avvelena ulteriormente. Autoctoni e immigrati convivono da quasi vent’anni, in situazione di obiettiva emergenza abitativa con interventi sempre promessi e mai realizzati dall’amministrazione.
Poi improvvisamente qualcuno scopre di non poterne più, in significativa coincidenza con lo stanziamento di otto milioni di euro per i lavori nel centro antico. «Non siamo razziste», urlano le donne che fanno blocco di fronte al borgo. Ma quando arriva l’Arin per riallacciare l’acqua viene aggredita quattro volte, un ivoriano è preso a sassate al ritorno dal lavoro, sui muri compare la scritta “NEGRI MORTI”.
Domenica 4 ottobre, finalmente, un fiume di quindicimila immigrati attraversa Caserta. Si riprende la parola per dire che non ha paura. Ci sono quelli di Castelvolturno (a migliaia) e quelli di Pianura. Anche cinquecento italiani, macchia bianca nella marea nera della manifestazione. Mi sembrano tanti, rispetto ai trenta che normalmente frequentano questi appuntamenti. Silvia Baraldini, presente al corteo, si arrabbia: «Noi bianchi siamo vergognosamente pochi». (nicola angrisano)

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