Mosca, le due vite di Sasha

Posted on 25 febbraio 2009

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(francesco feola)

(francesco feola)

Lo studentato si trova in periferia, ai confini con il bosco che delimita la città. Nel corridoio si stendono i panni, si fuma, si beve una birra. Nessuno fa caso a nessuno. Ma l’ultimo giorno l’uomo che fuma con aria assente mi rivolge una domanda…

Incontravo Sasha nel corridoio dello studentato. Il posto, con sedie in finta pelle, una luce giallastra e un balcone dagli infissi mezzi rotti, era piuttosto squallido come del resto l’intero casermone e le stanzette in cui ci stringevamo in due o in tre. Era lo studentato per russi, per professori e lavoratori di passaggio, o per gente come Sasha che non può permettersi altro (i prezzi al centro sono proibitivi, dal punto di vista abitativo Mosca è tra le città più care al mondo).
Io ero l’unica italiana, l’unica straniera che ci viveva. Lo studentato è alla periferia sud di Mosca, circa un’ora di metropolitana dal centro, una periferia come un’altra, palazzoni, stradoni, desolazione, ubriachi, un piccolo club aperto giorno e notte, un supermercato e baracchini di sigarette, alcolici, cibo e dvd contraffatti.
La maggior parte degli abitanti di Mosca vive lontano dal centro e, quando non sono costretti a trascorrere metà delle proprie giornate nelle metropolitane per andare a lavoro o all’università o fuori città, preferiscono rimanere a casa e nelle zone adiacenti. Attorno allo studentato i luoghi di ritrovo erano ben pochi: un mercato molto grande, sottopassaggi pieni di botteghe, un parco con laghetto. Una signora mi raccontava che prima c’era solo campagna che confinava con il bosco che delimita la città, ora solo cantieri e presto sorgerà anche un enorme centro commerciale. Ma l’intera zona era in generale piuttosto deserta.
Il corridoio dello studentato mi sembrava un buon punto di aggregazione, si stendevano i panni, si fumava; ci andavo spesso con la speranza socializzare con i miei vicini. Niente di più difficile, nessuno faceva caso a nessuno, il tempo della sigaretta o di una birra e poi di nuovo tutti nelle proprie stanze. Un’umanità varia e sciatta si avvicendava in quel rettangolo, studenti e lavoratori, famiglie e singoli, vecchie, bambini e gatti.
Tra questi, un uomo sulla quarantina, biondo, sempre in calzoncini e canottiera, un paio di tatuaggi sfocati, un anello e una collana d’oro giganti, dall’aspetto gradevole ma molto trascurato, un tempo forse atletico e prestante, ora gonfio per il troppo alcol. C’era sempre quando uscivo ma avevo rinunciato a parlarci, come con tutti gli altri, che anzi mi avevano annoiato con il loro silenzio.
La mia ultima notte a Mosca, sono andata in corridoio un po’ triste e insonne per l’imminente partenza. L’uomo era lì che fumava le sue Camel con l’aria assente, l’ho salutato senza ricevere risposta e mi sono seduta senza farci più caso. A un tratto mi chiede se sono del sud. Gli rispondo di sì e prima che potessi continuare, mi dice che si vede, che lui le donne russe del sud le riconosce subito, volitive e volubili, che io gli sembro proprio così, che ci aveva azzeccato, sono una tipica donna russa del sud. Gli chiedo allora di quale sud, forse del Caucaso ma lui mi dice no, che gli sembro più della regione del Don; mi aveva osservato a lungo, quando entravo e uscivo dallo studentato, per strada, alle prese con la vigilanza, in corridoio… Io mi sono infastidita, ritenevo questo spionaggio fuori luogo, tanto più che era stato muto fino a quel momento. Poi mi è venuto da ridere, chissà chi gli ricordavo, ma non potevo reggere a lungo la finzione, il mio russo mi avrebbe tradito prima o poi, e ho dovuto dirgli che in un certo senso aveva ragione, ma che io venivo da ancora più a sud, da Napoli per l’esattezza. La notizia lo ha messo di buonumore, gli italiani sono visti quasi sempre con simpatia, e ha cominciato a raccontarmi la sua vita.
Si chiama Aleksandr, Sasha abbreviato, viene da Astrachan, città che sembra meravigliosa dalle sue descrizioni, una delle più antiche della Russia, porto e crocevia di culture; la sua famiglia sopravviveva con la pesca e la vendita di caviale, fino a che il governo non ha proibito la pesca privata appropriandosi del business del caviale e arrivando a sparare contro le famiglie che si ostinavano a continuarla, riducendo alla fame moltissime persone.
Allora Sasha dopo il servizio militare è rimasto nell’esercito, come molti giovani russi, ha viaggiato lungo tutti i fronti di guerra, si è sposato due volte e ha avuto una figlia, che vive con la madre e i nonni ad Astrachan. Mi racconta tutto con calma e in maniera molto chiara e quando vede che non capisco e non glielo dico mi rimprovera, lo devo interrompere così lui può ripetere. Ha una capacità evocativa tale per cui immagino tutti i luoghi che nomina e le varie situazioni, militari, conviviali, quotidiane o straordinarie che ha vissuto in questo immenso paese, da sud a nord, da ovest a est. È molto credente, si stupisce che io non lo sia, dice che sbaglio se credo nella scienza, perché è imperfetta in quanto creatura umana, prova a convincermi che non posso andare avanti senza una fede. Mi racconta rapito dei pellegrinaggi in monasteri che sembrano fuori dal tempo, per Pasqua, Natale o capodanno. Concordo sul fatto che le chiese ortodosse sono di una bellezza emozionante, luoghi caldi e accoglienti e allora mi dice che se la vedo così sono sulla buona strada. Poi inizia a imprecare contro Putin e il governo, lui si è fatto tutt’e due le guerre cecene, li hanno mandati a uccidere e a morire per motivi che la maggior parte dei soldati ignorava. È la prima persona che incontro in Russia che mi parla spontaneamente della Cecenia, non è un argomento che si affronta volentieri, soprattutto con noi “europei” che, secondo quelli con cui ho cercato di parlarne, giudichiamo facilmente non capendo la gravità reale della situazione.
Sasha mi racconta di aver sparato spesso, a chiunque, mi dice che dei suoi compagni chi non è morto ha perso la ragione, e mi chiede se mi sembra pazzo, se si comporta come un pazzo, se mi ha aggredito; lo tranquillizzo e gli dico di no, più che pazzo un po’ pazzoide, ma non lo specifico. Prosegue con tono depresso, ormai è un pensionato militare, fa lavoretti qua e là, a volte l’autista di autobus turistici, e così continua a viaggiare per la Russia. Odia Mosca e i moscoviti, per lui sono fuori dal mondo, degli snob alienati, ma è costretto a starci per sopravvivere, e quindi poter viaggiare e incontrare ancora gente di tanto in tanto. Mi consiglia di vedere un film russo molto popolare degli anni Settanta, “Il bianco sole del deserto”, così ne avremmo parlato insieme. Poi mi chiede se mi può raccontare una storia e cambiando tono comincia.
«A Odessa, tempo fa, un gruppo di banditi organizzò per mesi una rapina in una famosa banca. Era un colpo difficile, la banca era protetta bene, bisognava studiare tutto al minimo dettaglio, non fare errori e aspettare il momento giusto per agire. Il momento arrivò e i banditi entrarono nella banca; fu una strage, ammazzarono molti innocenti ma ce la fecero, e il bottino meritava l’impresa. Da allora, si esclamava a proposito di gesta impressionanti “Odessa, Mama!” (Odessa, mamma mia!).
A Rostov sul Don, sorge un’immensa cattedrale ortodossa con due giganteschi campanili. La cattedrale è circondata da un enorme mercato in cui si vendono cibo, stoffe, monili, animali, bevande, sempre pieno di gente e di urla. Un giorno, venne una nebbia incredibilmente fitta che coprì i due alti campanili. Allora, un tizio che si aggirava per il mercato gridò: “Guardate, i campanili sono volati via!”. Tutti i presenti girarono la testa in direzione dei campanili per constatare che in effetti i campanili erano spariti. Il tizio, mentre la folla incredula guardava il vuoto in cui sorgevano i campanili, svaligiò il guadagno della giornata di tutte le botteghe del mercato, lo caricò su un furgoncino e scappò. Senza alcuno sforzo, l’uomo fece molti più soldi dei banditi che svaligiarono la banca di Odessa. Da allora, l’esclamazione è diventata “Odessa Mama….Rostov PAPA!” (Odessa mamma mia, Rostov PADRE MIO!)».
Ci siamo augurati la buonanotte, abbiamo finito tutte le sigarette e le sedie sono diventate scomodissime. Non ho detto a Sasha che sarei partita il giorno dopo, probabilmente mi ha spiato dalla sua finestra, io nel dubbio ho alzato la testa e ho sorriso piena di gratitudine per quella notte di racconti in corridoio, poi sono salita su un taxi in direzione dell’aeroporto. Prima di partire, in uno dei baracchini ho comprato il film che mi aveva suggerito. Narra delle infinite peripezie di un solitario soldato dell’Armata Rossa che attraversa la Russia, una specie di western sovietico. Capisco che Sasha voleva davvero farmi vedere una parte della sua vita. (emma ferulano)

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