Una rotonda sul ghetto

Posted on 25 febbraio 2009

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(francesco feola)

(francesco feola)

Alla fine degli anni Ottanta il pomodoro era l’oro rosso di Villa Literno. Centinaia di immigrati aspettavano i caporali alle rotonde. L’omicidio di Jerry Masslo. La storia del Ghetto. “Adesso i neri non ci stanno più”. Ma gli invisibili sono ancora tanti

Prima o poi doveva succedere. C’era troppa pressione. Un paese come Villa Literno, diecimila abitanti, senza infrastrutture, un tasso di disoccupati altissimo, dove nel giro di pochi mesi arrivano tutti quegli immigrati che non si sa come accogliere. Alla rotonda c’erano centinaia di persone che dormivano per terra. All’alba li venivano a prendere e li portavano a raccogliere i pomodori, il cosiddetto “oro rosso”… Fu una rapina finita male. I neri reagirono, quelli spararono. Un rapinatore serio non va a prendersi i quattro soldi guadagnati durante il giorno da quella povera gente». Quando Jerry Masslo venne ucciso, Renato Natale, medico di base, era segretario della sezione del Pci di Casal di Principe, il paese accanto a Villa Literno. Il giorno successivo la stampa diede grande risalto alla notizia. Un mese prima c’era stata un’intervista in televisione in cui Masslo raccontava la sua vita di perseguitato politico in Sudafrica. Diceva di aver trovato in Italia un altro tipo di emarginazione, ancor più dolorosa perché inattesa. Fu ucciso in un tentativo di rapina da quattro giovani del posto. Era il 25 agosto dell’89. Villa Literno, la piazza degli schiavi, l’omicidio di un africano scappato dall’apartheid… In pochi giorni quella storia divenne un caso nazionale.

La storia del Ghetto

Il giorno dei funerali di Jerry Masslo, dentro e fuori dalla chiesa c’era tantissima gente. Il parroco di allora, un vecchio sacerdote che stava lì da quarant’anni, celebrò la messa davanti alle autorità. C’erano gli esponenti del governo e dei sindacati. Il presidente della repubblica aveva mandato una corona di fiori. «Nella piazza non si sentivano le parole del prete – racconta Renato Natale –, nella chiesa era impossibile entrare. L’idea mi venne allora: un’associazione che facesse ricordare nel tempo il nome di Jerry Masslo. Coinvolsi altri amici, medici come me. Il comune di Castel Volturno ci mise a disposizione una stanza».
A settembre, nel nome di Masslo, ci fu la più grande manifestazione antirazzista che l’Italia ricordi. Gli amministratori di Villa Literno andarono a Roma con uno striscione. Bisognava ribaltare l’immagine negativa diffusa da stampa e televisione. Durante una trasmissione di Michele Santoro in diretta dalla piazza di Villa Literno, con la gente che faceva ressa intorno alle telecamere, la solita giornalista aggressiva domandò a una signora: «Ma lei sua figlia la farebbe sposare a una persona di colore?» «No, mai», rispose pronta la signora. «Era un tranello – commenta Natale –. Se gli avesse chiesto: lei farebbe sposare sua figlia a un petroliere americano di colore? Quella avrebbe detto certamente di sì. L’immagine del nero, per quella signora, era l’immagine della povertà più assoluta. Era normale che per la figlia aspirasse a qualcosa di meglio. Il problema non era il colore della pelle ma la condizione sociale».
L’associazione intitolata a Jerry Masslo offriva assistenza sanitaria a Castelvolturno, ma gli immigrati non ci andavano, non facevano nemmeno in tempo a sapere dell’ambulatorio, che già erano ripartiti; erano quasi tutti di passaggio. Allora l’associazione si trasferì a Villaggio Coppola, dove c’era un parroco, Antonio Palazzo, di cui gli immigrati si fidavano: gli lasciavano i soldi in deposito, i passaporti in custodia, si facevano spedire la posta al suo indirizzo. Il prete offrì ai medici ospitalità nel salone parrocchiale. Una tenda divideva il loro angolo dal resto delle attività. Nel frattempo, su via delle Dune, nel territorio di Villa Literno ma molto più vicino alla Domiziana, era cresciuto un grande insediamento intorno a un casolare diroccato. Lo chiamavano il Ghetto. Nei periodi di massima densità, nei primi anni Novanta, ospitava anche 2500 persone. Non c’era altro che una fontana della rete pubblica e un canale per la raccolta delle acque. Nel giro di qualche anno diventò una vera e propria città, con i suoi negozi, la macelleria, il barbiere. Una comunità maschile, non c’erano donne. Una comunità nera. Non c’erano arabi, tranne qualcuno che ci andava per qualche compera. C’erano cristiani e musulmani. La moschea era una baracca con dei tappeti per terra. Di fronte, non molto lontano, c’era una chiesa. Gli immigrati venivano da Costa d’Avorio, Benin, Burkina Faso, c’era qualche ghanese. Avevano un consiglio degli anziani. C’era un servizio d’ordine interno, soprattutto per evitare che entrasse la droga.
«Tutti volevano spostarlo – racconta Renato Natale –. C’erano movimenti che chiedevano lo sgombero, i proprietari reclamavano il terreno. Io nel frattempo ero diventato sindaco di Casal di Principe. Una sera mi chiamarono dalla prefettura di Caserta. Erano le dieci e mezza, pensavo fosse qualcosa riguardante la camorra. Invece mi dissero: “Abbiamo un miliardo di lire per il comune di Casale se vi prendete tutti quelli del Ghetto sul vostro territorio. Vi forniremo i container e tutto il resto”». Di lì a qualche mese era previsto il G7 di Napoli. L’accampamento dei neri doveva sparire.
«Cercai di prendere tempo – continua Natale –. Era una responsabilità enorme. Poi venne il 19 marzo del ‘94. Quel giorno era venuto a Caserta il capo della polizia per discutere del Ghetto. Ma  all’alba, un camorrista ammazzò don Peppe Diana a Casal di Principe, nella sua chiesa. Don Diana era un amico, andai a quella riunione a Caserta con la morte nel cuore. La sua morte, che il giorno dopo venne ricordata dal Papa a piazza San Pietro, sconvolse i piani del governo, spostò l’attenzione delle forze dell’ordine su questa vicenda, fece mettere da parte il problema degli africani. Al G7 erano ancora lì. Poi d’estate qualcuno appiccò l’incendio che lo rase al suolo. Secondo alcuni, fu una vendetta dei clan perché gli abitanti del Ghetto avevano cacciato via uno spacciatore. Secondo altri invece fu un incendio “di Stato”».

Villa Literno oggi
«Adesso i neri non ci stanno più», dicono in molti a Villa Literno, e hanno l’aria di chi sta tirando un bel sospiro di sollievo. Però ci sono quelli dell’est. Su dodicimila abitanti, gli immigrati residenti sono centododici. Ma gli altri, gli invisibili, sono molti di più. «Se ti svegli domattina alle quattro e vai sulla rotonda ci troverai tremila persone – dice l’avvocato Agostino D’Alterio, che collabora con un’associazione di appoggio ai rumeni in Italia –. C’è ancora qualche marocchino, qualche tunisino, ma sono pochi, gli africani sono pochi. La maggior parte sono ucraini, polacchi, rumeni. Uomini e donne. Chi lavora al bar, chi fa la badante, chi il manovale, la maggior parte stanno in campagna: chi raccoglie gli ortaggi, chi nelle aziende bufaline. Se per assurdo da un giorno all’altro dovessero decidere di andarsene, questo paese crollerebbe. Oggi loro rappresentano, sembra strano a dirlo, la ricchezza di questo paese».
«Quella rotonda è sempre stata un mercato del lavoro – spiega Biagio Ucciero, presidente dell’associazione Domiziana, in passato sindaco di Villa Literno per un breve periodo –. Mio nonno mi ci portava quand’ero bambino. Arrivavano i braccianti dai paesi vicini, gli agricoltori li sceglievano e se li portavano in campagna. Fino al fascismo, qui intorno era tutta palude. Via delle Dune ci passava in mezzo. Ancora oggi, gli agricoltori la attraversano per andare ai terreni. Chi cerca lavoro deve mettersi agli incroci, alle rotonde, la mattina presto; prima erano i braccianti di qui, adesso sono gli immigrati». Ucciero ha seguito negli anni scorsi alcuni progetti di formazione che hanno portato alla costituzione di due cooperative. «Abbiamo cercato di far incontrare la domanda con l’offerta delle braccia – dice –. Ne abbiamo formato una di braccianti immigrati e l’altra di donne: ucraine, polacche, in tutto sette. Ma non è facile. Ognuno qui ha il suo bracciante, quello che per anni gli ha fatto il lavoro, anche se clandestino… E allora il punto è questo. Stabiliamo diritti e doveri. Perché non è giusto essere pagati così poco, ma nemmeno è giusto che questo sia sempre e solo un posto di passaggio. Se quelli che stanno qui ci servono, allora regolarizziamoli».
«L’Africa nera non abita più qui – conferma Fued Kerrit, tunisino –. Quando sono arrivato c’erano molti algerini e marocchini. Poi sono arrivati gli ucraini, e due anni fa i rumeni, che hanno meno problemi perché sono comunitari. Quelli dell’est arrivano con le famiglie e subito cercano casa. Prima c’erano solo giovani braccianti neri, oggi ci sono le famiglie, le  donne e i bambini. La gente di qui accogliente lo è sempre stata, nonostante la cattiva fama costruita dai media su singoli episodi. Ma poi c’è anche lo sfruttamento. Se giri per il paese, per esempio,  troverai molte case affittate a testa, questo vuol dire che ognuno di loro paga un tot al mese per pochi metri quadrati».
Kerrit lavora come mediatore allo sportello immigrati di Villa Literno, ma anche a Castelvolturno, a San Cipriano, collabora con Medici senza frontiere, con le Acli, con la Caritas. Prima studiava in Siria, ma non si è laureato. Raconta che lì guadagnava un dollaro per lavorare dalle sette di mattina alle sette di sera. Allora veniva in Italia, lavorava per un po’, faceva qualche piccolo commercio, comprava una macchina qui e la rivendeva in Tunisia. Poi, quindici anni fa, fece un mese di formazione con la Cisl e da allora fare il mediatore culturale è diventato il suo mestiere.
«Villa Literno io la chiamo la prima casa degli immigrati. D’estate qui c’è ancora molto lavoro – continua –, ci si arrangia. Il quaranta per cento rimane per tre, quattro mesi. Gli altri, un trenta per cento, fanno il lavoro e se ne vanno, massimo un mese. Infine ci sono quelli che hanno perso tutto,  che se ne fregano, che vivono alla giornata; e poi quelli che hanno formato una famiglia e non possono più spostarsi. Io sono sposato con una polacca, abitiamo a Castel Volturno».
Qualcos’altro è cambiato a Villa Literno dalla fine degli anni Ottanta. Nell’estesa piana, un tempo paludosa, che circonda il piccolo centro abitato, la coltivazione del pomodoro non è più un’attività redditizia come un tempo. E l’agricoltura in generale è un settore in crisi. Resistono gli allevamenti bufalini, mentre qualcuno insegue uno sviluppo industriale fuori tempo massimo. Ma a parte l’avvio di un polo nautico verso il litorale, in collaborazione con il comune di Castel Volturno, e qualche capannone spuntato qua e là ma ancora vuoto, il resto sono solo ipotesi di futuro. Il presente, invece, è legato anche qui alla questione rifiuti. Le piramidi delle finte ecoballe, quella cittadella di immondizia imballata e depositata in mezzo ai campi, che le immagini aeree hanno rivelato in tutta la sua imponenza, si trova per metà nel territorio di Giugliano e per metà in quello di Villa Literno. A titolo di indennizzo per lo scempio subito sono arrivati al comune tanti soldi, con i quali sono state migliorate le infrastrutture e l’arredo urbano. Da poco è stato approvato per la prima volta anche il piano regolatore.
«Il sindaco ha messo in cantiere diverse opere – commenta qualcuno –, ma le abbiamo pagate a caro prezzo. Abbiamo lasciato che il nostro territorio diventasse la più grande discarica d’Europa, oltre ai tanti siti dove la camorra scarica i rifiuti tossici. Abbiamo rimesso a posto le strade, il nostro paese sarà più bello, venite a visitarlo. Ma qui non c’è una famiglia che non abbia avuto un proprio caro colpito da tumore». (luca rossomando)

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