Una scuola nel castello

Posted on 25 febbraio 2009

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(kaf)

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Una scuola popolare per adulti nel quartiere Castello, centro storico di Cagliari. Le lezioni di scienze agli allievi pregiudicati. I diplomi ottenuti e le prime difficoltà. L’impossibile inserimento lavorativo e l’inevitabile fine dell’esperienza.

In molte città del mediterraneo europeo c’è un posto come il quartiere Castello di Cagliari. Nato come residenza per gli aristocratici nel medioevo, negli ultimi quindici anni c’è stato il tentativo di “riqualificazione”. E dunque la prima mossa è stata il trasloco dei residenti, con il convincimento o senza. La seconda lo sventramento delle strade per ricostruire pavimentazione e sottoservizi. La terza l’attacco delle immobiliari. Ma l’attacco è fallito: il quartiere è difficilmente raggiungibile dalle auto; gli edifici, ravvicinati nelle strade strette, prendono poca luce e aria e sono salubri solo agli ultimi piani. Le unità immobiliari hanno forme bizzarre e l’inserimento di ascensori per superare le strette rampe di scale risulta impossibile.
Senza abitanti anche le attività economiche hanno finito per stabilirsi altrove e il quartiere Castello si è trasformato gradualmente in un dormitorio dove restano circa 2500 residenti, tante case diroccate, una bottega di alimentari e una panetteria. Due bar.

Spazio pubblico non statale

L’idea della scuola popolare è venuta a Salvatore. Salvatore è un pedagogista con venticinque anni di esperienza. Proviene da un paese dell’interno della Sardegna. È venuto in città per studiare e non se n’è mai più andato, nonostante i numerosi soggiorni all’estero (gelataio in Germania, aiuto-cuoco in Belgio e Olanda, interprete a Cuba…). La sua origine di uomo dell’interno ne fa una persona integra e rispettata nel quartiere, la sua generosità ne fa un riferimento per tanti che hanno bisogno di un aiuto o anche solo di un consiglio. La sua rigidezza gli procura talvolta delle antipatie, ma in generale la sua figura alta e brizzolata, perennemente vestita di nero, è accolta ovunque con amicizia e attenzione.
La scuola popolare sarebbe stata una attività gestita da compagni, ma senza avere una dichiarata identità militante. L’intento era di portare alcuni adulti a conseguire il diploma di terza media e facilitarne l’inserimento lavorativo in un contesto che altri compagni si sarebbero presi l’impegno di creare. In particolare avevamo un “quasi accordo” con una cooperativa di pescatori della laguna di Santa Gilla e con l’impresa che curava il restauro della Facoltà di Architettura.
La nostra idea era di coinvolgere alcuni dei soggetti più irrecuperabili, persone notissime nel quartiere e punto di riferimento per molti, in modo da riuscire a vincere la timidezza degli altri. Come obiettivo ultimo avevamo l’idea di conquistare uno spazio che facesse da sede alla scuola e da circolo culturale dove organizzare dibattiti, proiezioni, mostre, incontri.
Era il 2002. Non eravamo un “collettivo politico”, ma un gruppo di amici che in quel periodo risiedevano tutti in Castello. La logica era quella dello “spazio pubblico non statale”, di cui si dibatteva in quegli anni come possibilità di intervenire politicamente nella distruzione dello “stato sociale”, senza essere assorbiti nelle logiche paraistituzionali del “terzo settore”. Cominciammo le lezioni in un’aula che un bidello complice ci lasciava usare nella facoltà di disegno, fuori dagli orari di apertura. Io curavo la preparazione in scienze, Franco in matematica e geometria, Salvatore in italiano e storia, Roberto in lingua straniera. Avevamo quattro allievi, età media quarant’anni. Tutti pluri-pregiudicati. Tutti con famiglia e senza lavoro. Tutti con procedimenti in corso.
«Oggi dobbiamo parlare dei “fenomeni atmosferici”».
«E itta funti?».
«Eh, già hai capito, su bentu, sa basca… ma il vento sapete come si forma?».
«Certo, a volte c’è maestrale e dura almeno tre giorni, poi in estate c’è sempre scirocco alle 11,30 e cala alle 16,30».
«No, volevo dire PERCHE’ c’è il vento».
«Il vento c’è perché… perché c’è vento… c’è sempre vento!».
Mi resi conto che queste persone avevano avuto pochissimo tempo per osservare la natura attorno a loro. L’infanzia era passata in fretta e chissà come. La giovinezza era stata impegnativa. E la curiosità per il mondo aveva trovato poco spazio e poco tempo. Sapevano a malapena che la Terra fosse sferica. Non avevano idea del perché il sole sorgesse o tramontasse, del motivo per cui le stagioni si alternassero, di cosa fosse la luna e perché la sua forma andasse cambiando una notte dopo l’altra… A poco a poco andavamo scoprendo queste cose, note e mai viste, esplorando libri e atlanti, proiettando su un muro l’aria calda che sale alla fiamma di una candela, usandola per muovere un piccolo mulino di carta. Provammo pure a costruire il classico modellino con la terra, la luna e la lampadina che fa il sole, per vedere l’alba, il tramonto e le eclissi… a dire il vero non riuscì tanto bene. Ma la cosa più interessante è che, in modo quasi naturale, si trovarono a studiare assieme ai figli (che ne sapevano più di loro), in un rapporto del tutto nuovo. E questa esperienza diventava centrale nella loro vita. Al bar volevano parlare dei libri letti e si trovavano a loro volta a dare spiegazioni ai tanti che ancora restavano nell’ignoranza. «Appu liggiu custu libru ca mi est praxiu mera… racconta di un tizio che si finge morto, e fugge di casa e va a Roma, però poi li è senza documenti e mancai teniri dinai, non può fare nulla. E a sa fini torrada a domus!». L’esame andò benissimo. Non che fossero effettivamente preparati, ma senz’altro mostrarono una volontà che fu capita e apprezzata dalla commissione.
Il secondo anno triplicammo i partecipanti. La cosa cominciò ad andare storta in quello che doveva essere il secondo passaggio. Solo uno dei nostri ex allievi trovò posto nella cooperativa pescatori e lo perse nel giro di qualche mese perché fu arrestato nel corso di una rissa. Un altro fu arrestato per ricettazione. L’impresa di restauri si trovava in difficoltà e si tirò indietro. Questi fatti proiettarono una luce negativa sul corso in atto, e sempre più spesso avveniva che alle lezioni non si presentasse nessuno. Li portammo comunque all’esame, e spendendo qualche buona parola con la preside ottennero comunque tutti la licenza media. Ci fu però un’imbarazzante levata di scudi da parte degli insegnanti che affermavano che si stava commettendo un’ingiustizia nei confronti degli alunni che avevano seguito tutti gli anni dell’obbligo e si sarebbero trovati l’esempio di questi signori (avanzi di galera) che senza sforzo ottenevano il loro stesso titolo di studio.
Inutile dire che trovare un qualsiasi impiego lavorativo ai nostri “allievi” era un obiettivo passato al di là dell’orizzonte delle cose possibili. D’altra parte non ci riesce il collocamento istituzionale, perché avremmo dovuto far meglio noi in una situazione così complessa? L’andamento del secondo anno di scuola popolare fu di fatto fallimentare, e fece sì che il terzo anno diversi personaggi cominciarono a pretendere che gli si facesse prendere la terza media senza neanche provare a prepararsi, come se gli fosse dovuto.
L’esperienza della scuola finì li. Il gruppo di persone che l’avevano animata si sono poi tutte spostate da Castello, io per primo, e anche Salvatore che però resta legato al quartiere e non se n’è allontanato di molto. In qualche modo continua a sentirsi responsabile verso i suoi disastrati abitanti, e infatti ogni tanto progetta qualche modo complicato per risvegliare il quartiere e giungere infine ad aprire uno spazio pubblico autogestito tra le vecchie mura. (guido coraddu)

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Posted in: mondo, reportages