Benvenuti in Kossovo

Posted on 28 febbraio 2009

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(dalisi)

(dalisi)

A Pristina dopo la proclamazione di indipendenza del Kossovo. La bandiera c’è già, il passaporto ancora no. Lungo la strada decine di cantieri e case non finite. E il quartier generale di un esercito che non c’è

“Mirë se vini në Republikën e Kosovës” [benvenuti nella Repubblica del Kossovo], lo striscione incornicia l’ingresso dell’area ‘controllo passaporti’ dell’aeroporto. Sono arrivato a Pristina ad inizio marzo, quando l’euforia e la sbornia della festa d’indipendenza erano scemate e l’inquietudine per la reazione serba si era in parte placata – anche se poi le dimissioni del governo Kustunica e le annunciate elezioni anticipate in Serbia hanno smosso di nuovo le acque.
Un doganiere con uniforme lustra e buon inglese mi chiede il motivo della visita. “Lavoro per il governo kossovaro”, rispondo. Mi guarda un po’ interdetto. Provo allora a riformulare la risposta: “Lavoro per l’Unione Europea”. Fa un cenno di assenso con il capo. Poi aggiunge: “E dove è il tesserino?”. Non capisco di cosa stia parlando, poi mi volto verso la fila di viaggiatori in attesa alle mie spalle e noto che molti di loro hanno al collo una carta magnetica con fotografia e bandiera dell’UE. “Sono appena arrivato, questa è la mia prima visita”. “Benvenuto in Kossovo”, dice e  mette il timbro sul passaporto. Spero, con spirito da collezionista, di avere in anteprima il timbro del nuovo stato sul passaporto, ma pare che non siano ancora pronti. Per ora, mi devo accontentare della sigla UNMIK, Missione delle Nazioni Unite per l’Amministrazione ad Interim del Kosovo.
Nella sala dove attendiamo l’arrivo dei bagagli c’è una lunga parete a vetri aperta sulla pista d’atterraggio. Il nostro aereo, solitario, è parcheggiato a pochi metri. Seduto su un blocco di cemento, un militare, sigaretta in bocca, segue le operazioni di sbarco da lontano, accarezzando un cane anti-droga. Sull’aeroporto sventola la bandiera della neonata repubblica, sei stelle bianche che sormotano la sagoma del paese in giallo oro su campo azzurro. Poco distanti ci sono altre bandiere, da sinistra verso destra: la stella della Nato, il globo delle Nazioni Unite, stelle e strisce degli Stati Uniti e il cerchio di stelle dell’Unione Europea. In pratica una sintesi della geopolitica di questa travagliata area dei Balcani da ormai nove anni sotto il protettorato internazionale, stabilito con la risoluzione numero 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
L’aereo era affollato. La prima classe, che di solito sui voli a breve percorrenza è quasi vuota, ospita un discreto numero di viaggiatori dall’aspetto manageriale, in tutto sono dieci, tra loro una sola donna. Nel resto dell’aereo c’è un misto di immigrati che tornano a casa – famiglie con figli piccoli, donne incinte e anziani – e stranieri, soprattuto personale delle organizzazioni internazionali, imprenditori in cerca di nuove opportunità di investimento, e militari in divisa. Le divise sono una cosa insolita sui voli civili, mi fanno uno strano effetto. Trasmettono un senso di insicurezza, forse perchè ricordano che la situazione a terra non è del tutto pacifica o perchè in qualche modo ci rendono potenziali bersagli di chi non gradisce la loro presenza in Kosovo.
Appena decollato da Londra, un trentenne seduto alla mie spalle ha iniziato a mostrare segni di agitazione. Si alza, cambia posto, poi allaccia e slaccia la cintura svariate volte. Gli altri passeggeri seguono le sue operazioni un po’ in allerta. Lo raggiunge un giovane steward per invitarlo a stare seduto “fino a quando il segnale non è spento”. Il viaggiatore prende di nuovo posto e poi chiede delucidazioni sulla rotta dell’aereo annunciata poco prima dal capitano. “Come mai per andare in Kossovo passiamo per Ungheria, Romania, Bulgaria e Macedonia?”. Lo steward dice di non saperlo, che lui è solo un assistente di volo. Poi chiama il primo ufficiale di bordo che arriva dopo pochi minuti a passo svelto e con un sorriso tirato. Si avvicina al passeggero il tempo necessario per dire: “Il motivo ufficiale è che le altre rotte sono molto trafficate oggi”. E va via prima che possa giungere qualsiasi richiesta di ulteriori chiarimenti, soprattutto sulla parola ”ufficiale”.
Nella settimane passate, mi dice il tassista che mi accompagna in città, tale Smaila, si sono visti anche molti giornalisti, ma passata la celebrazione dell’indipendenza (17 febbraio 2008) e appurato che i temuti, e da qualcuno agognati, scontri non ci sarebbero stati (almeno a Pristina) hanno lasciato il paese o si sono spostati a nord, nella provincia di Mitrovica, dove la minoranza serba è più numerosa.
Lungo la strada si vedono decine di cantieri di piccole e medie dimensioni. Case e stabilimenti appena iniziati o quasi finiti accompagnano il tragitto fino alla capitale. Spesso, le case sono abitate prima ancora di essere terminate, senza intonaci o senza che tutti i piani siano completi. Il motivo non è “culturale”, come spesso dicono con tono dispregiativo gli stranieri che lavorano nella regione, intendendo sottolineare la presunta rozzezza dei locali. All’origine ci sono motivi prettamente economici. Con un sistema creditizio ancora agli albori che rende l’accesso ai mutui difficile e molto selettivo, sono le case a dover essere costruite a rate, con i soldi che arrivano di volta in volta. Non sorprende, allora, che lo scheletro sia la prima cosa ad apparire visto che i mattoni costano relativamente meno delle rifiniture, degli infissi e degli impianti. Il più delle volte si tratta di strutture semplici, a due tre piani. Una minoranza, ma piuttosto visibile, sfoggia invece grosse pareti con vetri a specchio, status symbol e testimonianza di un gusto architettonico importato dall’Europa ricca insieme ai soldi delle rimesse degli immigrati.
Approssimandoci al centro, Smaila indica una vasta area su cui ci sono delle costruzioni in rovina. “Qui stanno costruendo il quartier generale dell’esercito kosovaro”, dice. In realtà, un esercito kosovaro ufficiale non esiste ancora. Con la fine del conflitto nel 1999, il Fronte di Liberazione del Kosovo (UCK) ha accettato, almeno ufficialmente, il disarmo e una parte dei suoi miliziani sono stati incorporati nella nuova polizia, istruita e equipaggiata dalla comunità internazionale. Un’altra parte, invece, ha costituito il nucleo di un corpo di guardia civica (TMK – Forze di Protezione del Kosovo) che molti vedono come l’erede naturale dell’UCK e come il germe da cui scaturirà presto il nuovo esercito. I manifesti per strada che celebrano l’indipendenza accostano i loghi di UCK e TMK, simili per forma e colori, proprio per evidenziare la continuità tra i due soggetti.
Le rovine, poi scopro, sono quello che resta di una caserma dell’esercito serbo bombardata dalla Nato nove anni fa. Immagino che non abbiano ripulito l’area dalle macerie per lasciare un segno di quanto è accaduto, ma anche per lanciare un avvertimento non tanto velato alla Serbia, di cosa potrebbe accadere se dovessero pensare di intervenire in Kosovo di nuovo. Lungo la strada la segnaletica è per lo più in inglese. Invece dei soliti luoghi, sono indicati siti come il quartier generale di UNMIK, della K-FOR e delle varie agenzie delle Nazioni Unite. Un altro indicatore di quale siano i centri del potere in Kosovo, ma forse anche di altro.
Per i primi giorni sono ospite di un collega che ha preso un appartamento in affitto in una zona di Pristina chiamata ‘Sunny Hill’. L’indirizzo preciso non lo sa nessuno, tantomeno il tassista. Pare che i locali sappiano orientarsi comunque, che non abbiano bisogno dei nomi delle strade, dei cartelli stradali. Forse perchè cresciuti in una società governata dalla minoranza serba, dove l’albanese era spesso bandito dai luoghi pubblici e dalla burocrazia, hanno imparato a muoversi utilizzando riferimenti diversi. Forse perché a volere utilizzare la toponomastica ufficiale è più facile perdersi che trovarsi. I nomi delle strade, infatti, tracciano una mappa fluida, cambiata troppe volte negli ultimi anni, seguendo i risvolti della storia. Per un esempio, basta fare una passeggiata in centro, passare da boulevard Bill Clinton a corso Madre Teresa, da via UCK a strada Garibaldi. Ma c’è anche un altra ragione per non conoscere i nomi delle strade, semplicemente perché non ci sono. Pristina, infatti, spinta dai soldi della ricostruzione, dalle rimesse degli immigrati e dalla liquidità immessa sul mercato dai tanti espatriati, cresce e si espande a velocità sostenuta. In pochi mesi il paesaggio urbano si trasforma, appaiono strade, palazzi, hotel e piazze che prima non c’erano. Qualche giorno prima del mio arrivo il mio collega che è stato in Kossovo molte volte mi ha inviato un’email con le istruzioni su come trovare l’appartamento: “Prima dici Sunny Hill, poi il nome di un laboratorio di analisi, il Bioticus, poi vedi, c’è una scritta a caratteri cubitali sul portone del palazzo, è lì”. E alla fine sono arrivato. (nando sigona)

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