Il maestro dell’Albergo

Posted on 28 febbraio 2009

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(kaf)

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Breve storia di Peppe Marmo, l’adolescenza nel riformatorio, poi ex campione e maestro di judo. Nel ‘72 fonda il kodokan, la società che in trent’anni ha educato allo sport centinaia di giovani all’interno dell’Albergo dei poveri di piazza Carlo III

La relazione con i più giovani, in particolare con quelli provenienti da contesti sociali di svantaggio, sono troppo importanti per lasciare che se ne occupino solo la scuola, gli assistenti sociali e i tribunali. Da una decina d’anni, con lo sviluppo del cosiddetto terzo settore, a prendersi cura degli adolescenti che lo stato fa rientrare sotto la sua tutela, c’è una nuova figura professionale: giovane, precaria e non sempre qualificata. Sono i cosiddetti operatori sociali, che forniscono un servizio – non si occupano solo di giovani, ma anche di anziani, bambini, disabili, ecc. – che le loro organizzazioni appaltano dalle amministrazioni pubbliche.
A Napoli questi operatori sono in agitazione da anni per ottenere migliori condizioni di lavoro: un salario accettabile, i pagamenti corrisposti con puntualità (oggi possono ritardare anche un anno per l’insolvenza dell’amministrazione nei confronti di fondazioni e cooperative), la continuità e stabilità del loro intervento. Quel che scompare in queste giuste rivendicazioni è spesso la condizione dei cosiddetti utenti. Quel che non viene messo in discussione è il tipo di servizio che viene fornito; la formazione, spesso approssimativa, di molti operatori; la tendenza delle organizzazioni del terzo settore a diventare sempre più grandi e quindi ad accaparrarsi qualsiasi tipo di servizio, senza preoccuparsi troppo dell’utilità, necessità ed efficacia dello stesso. Il risultato è un proliferare di corsi, laboratori, attività extrascolari che dietro un’esile facciata di pedagogia alternativa celano un vuoto di programma e di relazioni. Progetti e progettini che si alternano in molti quartieri, scuole aperte e centri comunali scivolando sulla pelle di ragazzi e ragazze affamati di esperienze significative, di punti di riferimento affidabili, di occasioni vere da stringere forte e non mollare più. Tutto ciò a poco a che vedere con la costruzione di un tessuto sociale, con le potenzialità di un rapporto educativo e di un incontro tra diversità.
Nonostante questo esistono in ogni quartiere operatori in gamba che cercano di programmare e fare rete tra loro, che resistono nello stesso quartiere per anni, anche a costo di mettere insieme tre o quattro lavori con pagamenti a sei-otto mesi; che sono riconosciuti e ascoltati dai ragazzi e dalle loro famiglie. Il guaio è che spesso la partita decisiva si gioca al di sopra delle loro teste, tra istituzioni incapaci di fare un uso razionale dei fondi pubblici e dirigenti di fondazioni e consorzi, che si sono ben presto trasformati in una piccola burocrazia, con il suo gergo, la sua abilità a destreggiarsi tra le scartoffie e la sua sempre maggiore lontananza dalla realtà.
Nelle pieghe di questo scenario si inseriscono figure sempre esistite in città – gli artigiani che tengono a bottega i ragazzi, i maestri delle discipline sportive più diverse, gli anziani curiosi e con più tempo a disposizione – che costituiscono rari ma preziosi esempi di educatori non professionali, indispensabili per costruire una “città educativa”, non divisa in educatori e non, ma diffusa, in cui ogni adulto senta la responsabilità verso le generazioni successive e si adoperi in qualche modo per trasmettere le proprie conoscenze ma anche per apprendere da chi è arrivato dopo di lui.
Peppe Marmo, ex campione, maestro di judo e direttore della Kodokan, la società sportiva che ospita una dozzina di discipline e centinaia di ragazzi e ragazze in un’ala al piano terra dell’Albergo dei Poveri, è una di queste figure, appartata ma attivissima. La sua storia si può considerare eccezionale ma anche normale, lineare, dipende dal punto di vista. Lui la racconta con il sorriso sulle labbra, anche quando parla degli errori, delle forzature, dei ravvedimenti: l’adolescenza in un orfanotrofio, la scoperta del judo, le vittorie, i viaggi, l’ansia di creare campioni, ma anche l’importanza di far crescere i ragazzi senza fretta. Mentre parla, ai margini del campetto di calcio all’interno dell’enorme edificio di piazza Carlo III, un gruppo di ragazzini sui dieci anni si scambiano il pallone con passaggi ravvicinati. Un altro gruppetto ha cominciato la partitella agli ordini del “mister”. Ecco il racconto di Peppe Marmo.

“Io sono nato in provincia di Salerno, a San Rufo, un paese di montagna. Ero un ragazzo irrequieto, dopo la morte di mio padre, con gran dispiacere di mia madre mi hanno mandato in una casa di correzione a San Marco di Castellabate. Erano gli anni sessanta. Nel collegio c’erano 500 ragazzi, ma il personale non lo vedevamo, ci gestivano con i microfoni. Eravamo chiamati per numero, io ero l’11. Sono rimasto tre anni, poi per fortuna mi hanno mandato a Napoli, in un collegio statale di orfani lavoratori che all’epoca era di avanguardia. I ragazzi venivano da tutto il meridione. C’erano regole molto severe, si faceva rugby calcio, pallacanestro ma tra di noi si finiva spesso a botte. Non era facile mettere d’accordo pugliesi, calabresi, siciliani e napoletani, tutti di età compresa tra i 14 e i 18 anni.
Il medico del collegio era Sergio Fati, che stanco di venire ogni giorno a rattopparci convinse i dirigenti a farci fare judo. Questo medico era cintura nera e ci fece le prime lezioni. Poverino, siccome era molto esile finì che riempimmo di botte anche lui. Allora decise di chiamare Nicola Tempesta, napoletano dei Quartieri Spagnoli, un campione dell’epoca, uno dei più grandi che l’Italia abbia avuto. Pesava 120 chili di muscoli. Venne e ci riempì di botte ma con la tecnica, e noi affascinati da quest’uomo che ci sbatteva a destra e sinistra con facilità decidemmo di seguirlo. Dopo due anni, dal collegio uscirono quattro campioni italiani. E con la nazionale abbiamo girato il mondo. Nel frattempo mi sono iscritto all’Isef e ho pensato di dare ad altri l’opportunità che ho avuto io. È nato il Kodokan, che oggi è una delle più grosse strutture italiane.
I miei allievi hanno vinto titoli mondiali ed europei, ma nessuno è andato alle olimpiadi. Io andai a Monaco ’72, ma come riserva. Quattro anni dopo, a Montreal, la federazione decise di cambiare allenatore e mandò via tutti i nazionali di Tempesta. Negli ultimi dieci anni sono cambiato anch’io, meglio un campione italiano in meno ma un ragazzo che resta nella struttura qualche anno in più, così ha meno occasioni di sbagliare e matura meglio. L’unico vantaggio di diventare campione nei cosiddetti sport poveri è che si viene chiamati in un corpo armato e in questo modo ci si sistema per il resto della vita. Quasi tutti i campioni italiani si arruolano.
Facciamo attività nell’Albergo dei Poveri dalla metà degli anni settanta. Quando entrammo questa era ancora una piccola città, c’erano circa 3000 persone: 300 sordomuti, 200 ragazzi del serraglio, dove i napoletani mettevano gli adolescenti indisciplinati fino a 21 anni. C’era il tribunale dei minori, al piano terra c’era l’American Land, la prima lavanderia industriale italiana, con circa 800 dipendenti. Nell’Albergo Carlo III aveva istituito le migliori scuole di mestiere, la famosa scuola di musica che riforniva di orchestrali il San Carlo; c’era anche una scuola di educazione fisica, dove il re prendeva i ragazzi più forti per arruolarli nel suo esercito.
L’Albergo si reggeva su questi giovani che imparavano un mestiere. Qui c’è stata per anni una scuola di restauro, un laboratorio di rame, di ceramica. La prima scuola per lavorare il corallo i francesi l’hanno aperta qui. Ora è rimasta solo una falegnameria di fine ‘700, che ancora prende i ragazzi inviati dal tribunale e ne fa uscire degli ottimi ebanisti. La penultima officina è stata sfrattata qualche mese fa, lavoravano l’ottone. Purtroppo nella ristrutturazione della struttura sono attività non previste. Questo è grande errore, perché i circa 100 locali che sono al piano terra dovrebbero rimanere per le fasce deboli e i mestieri in via di estinzione. Anche la falegnameria andrà via. Qui dentro vogliono farci una città dei giovani, ma ho l’impressione che di spazio per i giovani di strada ne resterà poco.
Dopo il terremoto l’Albergo venne dichiarato inagibile e l’ente che lo gestiva sciolto. Noi andammo per un anno in una palestra e poi tornammo. Ristrutturammo e da allora siamo sempre stati qui. Lo spazio a disposizione è lungo circa 120 metri, ci sono dieci palestre più il campetto di calcio.
Con il tempo ci siamo dovuti adeguare anche noi ai ragazzi perché non accettavano più le regole severe. La nostra fortuna è di avere dei buoni istruttori-educatori. Quasi tutti sono stati allievi nostri, molti vengono dal judo e sono ragazzi inviati dai servizi sociali, dal tribunale, come me. Se il ragazzo si affeziona all’istruttore poi accetta anche le regole dell’educatore. Prima in due anni riuscivi a portare un ragazzino in finale nazionale, oggi il primo anno lo perdi a dargli l’impronta della disciplina, a correggere la volgarità del linguaggio, a fargli rispettare i compagni.
Nel calcio dal punto di vista tecnico i ragazzi napoletani fino ai 16 anni sono i più bravi in assoluto, ma poi a 17, 18 anni vengono cacciati da quasi tutte le società professionistiche. Noi abbiamo dato a più di 20 ragazzi la possibilità di andare in queste società, ma nessuno di loro è arrivato in serie A, perché al momento di fare il salto di qualità, quando lo spirito di sacrificio e la disciplina devono prevalere sulla fantasia e la furbizia, allora i fenomeni napoletani scompaiono. Questo nell’ambiente si sa, ma le scuole calcio non lo dicono; tutti ci vantiamo di quelli che vengono presi ma non diciamo quanti ne vengono messi fuori.
Abbiamo circa 500 paganti e 300 non paganti. Dodici discipline sportive, una scuola di teatro, due aule di doposcuola, 42 istruttori e poi un gruppo di ex allievi ed ex campioni che a turno si prendono qualcuno che promette bene, lo seguono, vanno a scuola, lo accompagnano nelle gare.
Quando siamo arrivati qui, c’erano solo ragazzi dell’assistenza sociale. Quando l’ente è stato sciolto hanno continuato a mandarceli. Ci sono figli di professionisti che pagano la retta normale e ragazzi inviati dai servizi sociali, zona Poggioreale, Sanità, San Lorenzo, Vicaria. Nessuno sa chi paga e chi non paga, hanno tutti la stessa divisa. Al genitore pagante che ci affida il figlio perché vede che sta bene con noi in cambio gli chiediamo di ‘adottarsi’ il compagno del figlio.
Lo sport non lo scegliamo noi, ma il ragazzo che ci viene inviato. Ad alcuni diciamo: fai il calcio ma anche tre giorni di un’arte marziale, dove c’è più controllo dell’educatore. Poi quando ha accettato le regole lo lasciamo dove preferisce. Sette anni fa abbiamo avuto uno dei migliori maestri di lotta, il maestro Catalano. Avevamo un gruppo di ragazzi particolare e abbiamo deciso di iniziarli alla lotta, uno sport che richiede meno regole e ti permette di sfruttare subito la loro destrezza, anche perché a quell’età incontrano ragazzini molto più ingenui da tutta Italia, e quindi vincono subito. Catalano si è trasferito a Napoli con la Forestale. Dopo un anno e mezzo ha fatto un campione italiano e per festeggiare è venuto in divisa. Questi ragazzi, che erano di via San Giovanni a Carbonara, hanno visto che il loro istruttore era uno ‘sbirro’ e se ne sono andati, hanno lasciato tutti quanti. Lui non si è perso d’animo, è andato casa per casa e li ha recuperati. Loro hanno perso il capo branco, e per venire qui dovevano attraversare il Borgo di Sant Antonio; insieme riuscivano ad attraversarlo, ma non separatamente. In fondo sono furbi ma neanche coraggiosi; forti quando sono nella loro zona ma fuori sono timidissimi, insicuri, fifoni. Ora ne abbiamo alcuni di Porta Capuana che vengono tutti insieme e se ne mancano due, hanno paura di venire, dicono che a corso Garibaldi ci sono gli altri che li sfottono.
Dieci anni fa molti sognavano di fare il poliziotto, l’antiscippo, ora non più. Prima qualcuno voleva fare il falegname, il fabbro; riparare i motorini era il sogno di molti, ora dicono che si sporcano. Poi ci siamo resi conto che molti sono obesi. Li vedi come camminano: sono pesanti, barcollano, ma il vantaggio è che possono imporsi; e questo non essere svelti li rende poco disponibili a lavorare, sia mentalmente che fisicamente. Se vanno a bottega li cacciano subito perché si siedono. Una volta c’era un fornaio che voleva dei ragazzi, ma questi dopo due ore non ce la facevano più, si stancavano. Alla fine ci abbiamo mandato degli extracomunitari.
Lavoriamo insieme agli operatori dell’educativa territoriale, ma ci danneggiano molto i progetti ‘usa e getta’. Inoltre gli educatori guadagnano pochissimo e a volte dopo un anno sono costretti a lasciare. E invece bisognerebbe prendere i dieci ragazzi più tosti e seguirli per tre anni, cinque anni. Questo è un progetto, la continuità è importante. Se fanno sport continuano a venire gratuitamente, ma quelli che fanno teatro, musica, cucito, lasciano e li perdi. Due, tre hanno aperto bottega in zona, dicono che ‘arrangiano’ bene.
Adesso siamo alla terza generazione. Arrivano i nipoti dei nostri primi iscritti. I vecchi allievi sono diventati nonni; ci portano i ragazzini e ci dicono: ‘maestro, mi raccomando’.” (luca rossomando)

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