Fino all’ultimo stadio

Posted on 2 marzo 2009

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(luca dalisi)

(luca dalisi)

In cima alla classifica dei pericoli pubblici, i gruppi ultras costituiscono però una delle poche forme di aggregazione all’interno di quartieri desertificati. Un mondo a parte, con le sue regole, battaglie e valori. Uno sguardo oltre gli stereotipi

“Mi hanno dato quella possibilità di emergere, di non sentirmi più né un napoletano pulcinella né un napoletano mariuolo e teppista, che viene dalla periferia dove chi va allo stadio, lo fa con la mentalità di continuare a essere quello che è nella settimana: se non tieni costanza nel tuo quartiere, con i tuoi amici, nella vita, a non chiedere favori o stare al servizio di qualcuno non ce l’hai neppure per stare in un gruppo ultras che ha mentalità. Cioè è autonomo”. Rosario, intanto, tenta di ripercorrere il suo trascorso ultras, fatto di una decina d’anni di militanza tra la serie C e la serie A. Intanto chiude una canna di buona erba e me la offre da accendere.
“Avevo quattordici-quindici anni quando iniziammo, io ed i miei amici del mio quartiere di Secondigliano. In tutto raggiungevamo una decina. Ci mettevamo in curva B, all’inizio nella zona del Commando Ultrà, ma quando capimmo che questi avevano biglietti gratis, liste di ingresso allo stadio, autobus che arrivavano in trasferta scortati, mentre gli altri gruppi si tiravano le dio delle mazzate, allora capimmo che la nostra attitudine era un’altra, era contro questo sporco che c’è nel mondo ultras”. Ora si anima di più. Fa lunghi tiri all’erba. Rosario gesticola come se rimettere le mani su questi ricordi gli facesse salire ancor più la rabbia per quella scena vista a Bergamo. “Eravamo sull’autobus ed era già da un po’ che ci stavano scortando. La polizia. Quasi dalla partenza da Napoli. Li avevano avvisati loro, quelli del commando ultrà, quelle merde. Sotto lo stadio vedevo i ragazzi dei gruppi caricare un plotone di celerini che si dissolveva. E noi volevamo scendere. Da quella volta decisi che dovevamo spostarci, metterci nella zona dei gruppi ultras, quelli di mentalità. Ci spostammo dalla domenica successiva nella zona dei Fedayn. Loro sì, sono un gruppo. Il movimento ultras a Napoli. Qui hanno fatto la storia della mentalità ultras. In curva, loro spiegano, fanno formazione durante la partita. Dicono le ragioni del perché bisogna odiare i veronesi e i laziali. Perché c’è il gemellaggio con il Genoa. Perché non bisogna più usare le lame negli scontri tranne che con i romani ed i veronesi… perché loro le usano. Con i Fedayn, io ed i miei amici andavamo alle trasferte. O meglio. Noi non facevamo le riunioni, perché per partecipare alle riunioni dovevi almeno aver fatto due o tre anni di esperienza. Significa che ti fai le trasferte, cerchi lo scontro, a pugni senza coltelli, non ti tiri indietro. Cerchi di metterti in evidenza. Specialmente in trasferta. Ti pigli le sciarpe e, quando puoi, le pezze o lo striscione e così acquisti rispetto e credibilità agli occhi degli altri gruppi. Tre o quattro si sfilano dal corteo delle guardie e vanno sotto il loro settore, puntano ad un gruppo, e poi a quello con lo zaino. Quattro cazzotti e, quando la cosa si fa pesante, anche qualche cinghiata e te ne rientri nel settore ospite”.
Tra una boccata e l’altra, Rosario ha superato l’imbarazzo iniziale nel parlare dei suoi ultimi dieci anni passati con la testa in un mondo plasmato di valori di gruppo, paroloni come lealtà, dignità, rispetto, infamia. Un mondo fatto di ritualità e comportamenti che, in questa città, ha formato diverse generazioni di giovani, offrendo loro talvolta la possibilità di superare il muro delle scelte a carte scoperte. Tra furto, eroina e carcere, Rosario ha scelto di essere ultras: di guadagnarsi da vivere in maniera regolare, per dedicare il proprio tempo al gruppo e all’amore per la sua città. “Sentirsi differenti dagli altri gruppi che si chiamano ultras e lo fanno solo per moda. Seguire i Fedayn, per me ed i miei amici, significava andare a Verona e fargli capire quanto li odio, che non siamo i pulcinella. Noi siamo partenopei. E a Verona li abbiamo sempre picchiati. Proprio lì, a casa loro. A me dispiace che nelle città del nord dobbiamo sentirci chiamare mariuoli, camorra, monnezza. Noi non siamo questo. Perciò, per noi, essere ultras significa emergere da un quartiere dove ci sono solo guardie, basi di spaccio e tossici. Affrontare lo scontro fisico, anche nella vita, a mani nude con altri che la pensano come me e rispettando chi non è ultras. Come in Fight Club ”.
La rivolta dei subalterni: per Rosario è assai radicato il senso del territorio, il quartiere o la zona di provenienza. Le piazze sono spazi sociali, di lavoro vivo messo in opera nelle innumerevoli scritte, ricercate, di cui il gruppo di Rosario tappezza il quartiere. Una perimetrazione dei conflitti dove vive ma dai quali, testardamente, cerca di evadere. “Dopo due anni affianco ai Fedayn, con i miei amici abbiamo pensato di portare una pezza con una scritta, quella del nostro quartiere. Facevamo scritte del nostro gruppo. O scrivevamo le iniziali e l’anno di nascita. Oppure scrivevamo per intero con le lettere ultras. Di murales ne abbiamo fatti tanti. Belli. Enormi. Anche fuori il mio quartiere. Usciamo coi motorini, di notte, con una decina di bombolette blu, azzurro e bianco. Tutti ammacchiati. Verso le 3, le 4 di notte le facciamo fuori il quartiere. Ci fumiamo sette otto canne e iniziamo. Certe volte, ci hanno fermato le guardie e ci hanno identificato. Ma ci hanno lasciato andare perché siamo del quartiere. La pezza, l’abbiamo iniziata a portare in alcune trasferte della serie B e, poi, in casa in serie C (all’epoca dello sciopero del tifo contro Ferlaino e Corbelli… se ci pensi – confessa orgoglioso – siamo le uniche curve d’Italia che hanno fatto un corteo con tanta, ma tanta gente contro due presidenti), ma in casa abbiamo dovuto aspettare che i direttivi degli altri gruppi accettassero. È difficile stare in curva senza l’appoggio degli altri gruppi. Per questo, all’inizio, ci siamo pensati come banda. Una banda è una cosa differente dal gruppo. La banda è anonima, di pochi, una decina massimo. In trasferta si muove con le macchine, così arriva in una città in maniera casual, alla ricerca dello scontro in pochi. Invece, i gruppi vanno in massa coi pullman o coi treni – quando ce li facevano fare. Così arrivi alla stazione o al casello, scortato, e al massimo cerchi lo scontro con la celere. Anche se è possente, numeroso, quando fai un corteo come a Milano nel ‘97, quando eravamo duemila. Camminando lentamente, così che le guardie le tenevamo a distanza, cantavamo per le strade desolate, con i palazzi e le finestre sbarrate: voi della Lega Lombarda siete una razza bastarda vi romperemo il culo”.

Ne parla con rabbia e melanconia. Oggi è diffidato, Rosario. Tre anni. Deve scontare un altro anno di firma obbligatoria al commissariato di Scampia. Ogni domenica a metà tempo. Finora ha lasciato la sua traccia un’ottantina di volte più qualche partita di coppa. “Ora mi faccio solo le riunioni del gruppo. Siamo una ventina, con tre che compongono il direttivo. Ma le decisioni le prendiamo tutti. Io e Fabietto, Alessandro prima fila, O’ scuppiat, Renatino, siamo diffidati. In una trasferta incontrammo i laziali. Sull’autostrada, loro stavano in una nove posti. Noi invece in quattro macchine. A cinghiate sui vetri, tanto che glieli abbiamo sfondati tutti. Però non si fermavano. Da una macchina di un altro gruppo gli hanno persino lanciato un razzo. Allora li abbiamo sorpassati e Alessandro gli ha tagliato la strada e si è messo di traverso. Pensa tu, sull’autostrada. Dietro, però, è arrivata la Digos. I laziali, codardi, sono scappati via mentre le guardie ci hanno identificato e poi ci hanno lasciato andare. E dopo dieci giorni c’è arrivata ‘sta maledetta condanna. Ma io, allo stadio, ci vado ancora. Di meno. Ma le partite dove ci sono scontri programmati, come ad esempio quella di Bergamo, me le faccio. Il fondo cassa del gruppo paga l’avvocato, ma anche ad alcuni di noi le trasferte. Sapevamo che c’erano stati dei contatti fra alcuni ultras napoletani ed i bergamaschi delle brigate nerazzurre. Che si cercava di fare qualcosa prima in un posto concordato. Mi feci fare il certificato medico per il commissariato da inviare la domenica e ci andai. Sotto la loro curva erano un 150, noi una settantina. È uscito il loro capo che ha fatto indietreggiare gli altri in più, che sono rientrati nel settore, ed è iniziata una scazzottata a mani nude. Poi sono arrivate le guardie. Così i bergamaschi ci hanno fatto entrare nella loro curva e poi ci hanno accompagnato dal tunnel del campo, nel nostro settore. Ecco, loro, i bergamaschi li rispetto. Sono leali puri perché hanno un attaccamento alla loro città che è forte, ma hanno anche rispetto per la mentalità ultras. A Napoli ci vorrebbe un po’ di questa mentalità. Lealtà, rispetto, valori. Senza lame, perché le usano i carabinieri e gli infami. Certo, però, da usare soltanto contro le curve romane, i veronesi, gli interisti ed i milanisti. Questi hanno ammazzato il genoano Claudio Spagna: un ultras della gradinata nord della Fossa. Tali valori ci vorrebbero nella mia curva e nel mio quartiere. Lo stato, nel mio quartiere, è presente solo coi falchi e coi carabinieri. Posti di blocco su posti di blocco. Non esistono spazi di aggregazione o d’iniziativa. Noi cerchiamo di stare nella nostra piazza e lì la polizia non viene. Perché c’è il mio gruppo che porta il nome del quartiere. Ogni ragazzo del gruppo, per fortuna, lavora. C’è anche qualcuno che studia. Scienze politiche e Medicina. Io lavoro in un cantiere e sono ultras”. (francesco festa)

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