Quelli della Manifattura

Posted on 3 marzo 2009

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(malov, cyop, kaf)

(malov, cyop, kaf)

Il Comune aveva pronto il piano di riqualificazione di Gianturco ma il sindaco Iervolino ha offerto l’area al commissario De Gennaro per metterci 39mila tonnellate di rifiuti. Un comitato di donne gli ha fatto cambiare idea. Finora

Non riesco a trovarlo, ho guardato ovunque”. La signora Franca è una dirimpettaia del centro sociale Officina 99, nel quartiere Gianturco. “Un manifesto. Un manifesto del comune… voglio dire per la mondezza”. È stata un’illuminazione! Non ci avevo pensato, ma ad oltre due mesi dall’ultima grande avanzata dei rifiuti è proprio questa la metafora più forte del dissolversi di ogni fortilizio democratico. Ho chiesto a chi ha più età e memoria, ma sembra che con il terremoto del 1980 o il colera nel ‘73 qualcosa sui muri si fosse visto (magari poco credibile). Un bell’avviso a caratteri fitti e minuscoli pieno di prescrizioni e rassicurazioni… invece niente di niente.
Certo, pochi giorni fa è stato approvato il programma per la raccolta differenziata, in gran parte trascritto, virgole comprese, da quello della provincia di Roma (si usa così). Si sperimenterà la raccolta “porta a porta” sul 6% della popolazione. E con tutto il mondo a guardarti forse si poteva fare di meglio, ma il punto è che anche stavolta gli amministratori non hanno sentito il bisogno di alcuna comunicazione diretta coi cittadini. A spulciare bene, l’unica iniziativa in tal senso è stata quella della “domenica ecologica” per la differenziata, quasi un autogol a ricordare l’inquinamento ordinario dei giorni feriali.
Perciò la signora Franca ha ragione: caro Comune di Napoli, sono una tua cittadina residente in via Gianturco, se vuoi che uso ancora l’iniziale maiuscola quando ti scrivo, mi puoi dire cosa sta succedendo, cosa devo fare? Continuo a separare la plastica e il vetro oppure è inutile; il sacchetto lo metto sotto la collina dei suoi confratelli o me lo tengo in casa; devo mandare i miei nipoti a scuola, spruzzo un po’ di deodorante, mi faccio le analisi cliniche o, in fondo, “non muore nessuno”. Pronunciando la battuta più infelice della sua vita politica il sindaco Iervolino sembrava Maria Antonietta, quella delle brioches: l’album storico delle figurine in mancanza di un posto in squadra nel presente.
In realtà un’altra intervista il sindaco l’ha rilasciata. Era la metà di gennaio, quando in diretta su Sky (democrazia a pagamento?) annunciava che l’indicazione del comune al commissario De Gennaro per un sito di trasferenza dell’immondizia erano due capannoni “nell’area della ex-Manifattura Tabacchi”.  Da allora Franca è scesa sul piede di guerra. Con lei alcune centinaia di cittadini dell’area orientale, che in poche ore già “presidiavano” gli incroci stradali tra via Gianturco e via Galileo Ferraris e poi le linee ferroviarie tra Napoli e Roma. La ex-Manifattura sta a Gianturco, quartiere degli “ex” insediamenti industriali, ma bordeggia anche Sant’Erasmo, il Rione Luzzatti e via Ferrante Imparato. Si tratta di un’area enorme ancora gestita da Fintecna, un’immobiliare a capitale pubblico, ma nelle pagine del piano regolatore è indicata come “polo-chiave” nel rilancio del quartiere. Un modello abbastanza blindato, perché in un triangolo delimitato dal tribunale e dal carcere di Poggioreale è prevista anche la cittadella della polizia che occuperebbe circa metà dello spazio della Manifattura. Sta di fatto che poche settimane fa sono stati sbloccati a questo scopo oltre duecento milioni di euro, mentre proprio nella parte indicata per il sito dell’immondizia era stato siglato un accordo in dicembre per le case dello studente dell’Università Partenope. Le aree perimetrali, come il campo di calcio a lungo rivendicato all’uso pubblico dai cittadini, dovrebbero finire in mano ai privati, attratti dall’aumento di rendita fondiaria per la costruzione del famoso “asse verde” che dovrebbe collegare la stazione alla zona orientale. Progetti opinabili per la rinascita di una zona che è vicina a tutte le principali arterie di comunicazione, ma alla cui funzione sembrano credere solo i commercianti cinesi.
Di certo però l’idea di avviare tutto il processo con una mega-montagna di immondizia è indicativo del panico in cui si trova chi amministra la città. Tutto ruota intorno al dogma: “Napoli deve pagare il suo prezzo alla crisi rifiuti”. Un principio ipocrita per una metropoli che conta un sesto degli abitanti della regione su un centocinquantesimo del territorio. Di certo i cittadini dei quartieri orientali, riuniti nel comitato Napoli Est, non sembrano disposti a pagare questo prezzo. Soprattutto per l’ambiente e per la salute. La ex-Manifattura infatti si trova proprio in mezzo all’abitato ed è una zattera che galleggia con appena un metro di terra sopra la falda acquifera del Sebeto, già inquinata di suo per la vicinanza delle raffinerie. Da ogni scavo emergono catrame, liquido oleoso, zolfo, manganese e altri metalli. I progetti urbanistici sull’area prescrivono come obbligatorio il piano di caratterizzazione e di bonifica, che è rimasto a metà anche per quanto riguarda l’amianto presente in alcuni dei capannoni. A poche decine di metri cominciano i depositi di carburante della IP e della Q8, che diedero notizia di sé con la tragica esplosione del 1985. E proprio tra i container degli idrocarburi, in via Brecce, si trova un altro sito di trasferenza dell’immondizia a cielo aperto. Anch’esso “transitorio”, da oltre due anni.
Il comitato ha una composizione singolare, perchè insieme agli attivisti del centro sociale e ad un unico consigliere municipale conta tra i suoi referenti 27 donne su 30. Ufficialmente la spiegazione è che “gli uomini lavorano di più”, come dice Carmen, ma Anna aggiunge che “il quartiere gli appartiene di meno, perchè non lo vivono mai”. È come se la retorica della madre che accudisce, usata per confinare le donne in casa, in queste circostanze si prestasse ad un uso sovversivo di questo stesso ruolo, a legittimare la presa di possesso delle strade, i sit-in, l’occupazione dell’Arpac (ente regionale all’ambiente). E soprattutto l’occupazione della stessa ex-Manifattura, trasformata per dieci giorni in isola ecologica autogestita e punto di raccolta per la differenziata. Finalmente un “luogo in comune” per ricostruire il tessuto relazionale di un quartiere in cui la discontinuità degli insediamenti abitativi, le grandi strade e i ponti che sembrano gallerie disegnano una quotidianità di separatezze e solitudini. “Ho ripreso a frequentare amiche che non vedevo dalla scuola media – sostiene Antonella – adesso non vogliamo perderci”.
Una resistenza che nell’eco della rivolta di Pianura ha acceso l’attenzione sulla ex-Manifattura. E sotto i riflettori qualcosa almeno si è chiarito: ad esempio, che i capannoni sono inagibili e l’area limitrofa su cui il Commissariato vuole stoccare almeno 39mila finte ecoballe è sicuramente già inquinata. Così De Gennaro-due, quello che dopo quaranta giorni ha scoperto che gli hanno passato “carte false”, prende tempo, prescrive analisi ambientali, va su altri obiettivi. Forse vuole rinunciare, forse vuole solo raffreddare la città dopo i fuochi dei mesi scorsi. Quel che è certo è che non sarà semplice ritornare nella zona orientale. Le amiche delle scuole medie hanno ricominciato a frequentarsi: vogliono la bonifica, vogliono spazi in cui incontrarsi, rifiutano di vivere in un non-luogo delimitato da tre gallerie sporche e buie. Ci sono sconfinamenti all’orizzonte. (nicola angrisano)

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Posted in: monitoraggi