Milano senza memoria

Posted on 23 marzo 2009

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(frensis)

(frensis)

Lo sgombero del centro sociale Cox18, sede dell’archivio Primo Moroni e della libreria Calusca, ha provocato una grande manifestazione di piazza. Ma basterà a riaccendere iniziative ormai cancellate dalla scarsa partecipazione della città?

Il Cox18, “Conchetta” per gli amici, è stato sgomberato. Era un centro sociale occupato. Ma non solo. Il Conchetta è innanzi tutto un riferimento per la cultura antagonista metropolitana che in Italia e soprattutto a Milano ancora si riesce a produrre. Il Conchetta è la sede dell’archivio Primo Moroni e della libreria Calusca, luoghi storici che oltre a conservare la memoria di tutti i movimenti dagli anni Settanta a oggi, hanno visto sviluppare quel poco di movimento cyberpunk e undreground che l’Italia possa vantare. Il Conchetta è stato sgomberato dopo quasi vent’anni di occupazione per questioni di bassa politica da parte dell’amministrazione cittadina con la protezione del governo nazionale. Un’operazione di ordinaria gestione della città che si colloca senza contraddizioni nelle politiche urbane e sociali degli ultimi dieci anni. Uno sgombero quasi illegale, fatto per impedire l’usucapione, residuo di un diritto antico non legato all’economia. Uno sgombero violento e rapido che con disprezzo e stupidità cancella uno dei pochi luoghi milanesi che consenta la creazione di cultura al di fuori di ogni logica di consumo. Malgrado tutto ciò generi l’ennesimo scandalo e la mobilitazione di qualsiasi cittadino intelligente e informato, lo sgombero del Cox18 non stupisce e non creerà una reazione capace di invertire il destino ormai irreversibile di Milano. La perdita di una libreria come la Calusca e dell’archivio Moroni sarà in effetti un grave danno, anche da un punto di vista simbolico, ma il recupero dello stabile del Conchetta da parte del comune – con il grande graffito oramai d’autore in piena zona radical-chic dei navigli – sarà fatto in maniera meno eclatante dello sgombero e verrà assorbito dalla città con cinismo e compiacenza (mantenendo l’ipotesi di un margine di furbizia e abilità politica dell’amministrazione reazionaria di Milano).
Non è il primo esempio, ed è questo che preoccupa. La grande manifestazione che ha seguito lo sgombero ha avuto un impatto importante e si spera che possa riaccendere una serie di iniziative da tempo assenti o cancellate da una scarsissima partecipazione della città. Ed è questa la cosa che fa più male. Per lo sgombero di gennaio è d’obbligo indignarsi e addirittura quasi di tendenza, quella tendenza che la cinica Milano sa così bene creare e distruggere. Perché questa volta si tratta di una libreria, di un archivio di grande valore, perché insomma al Conchetta ci si è affezionati e, in effetti, bene o male tutti ci hanno fatto l’aperitivo. Quello che fa più male a Milano è che al Cox18 “ci facevano le serate”, poi giravi l’angolo e andavi all’archivio e alla Calusca e trovavi sogni, lotte, idee, lì pronte per essere prese, mentre la gente rimaneva dall’altra parte del muro: un’estensione della “serata ai navigli”. Insomma il Cox18 ultimamente assomigliava sempre più alla serie di locali dove s’immagina e si ascolta poco e la Calusca la trovavi sempre quasi vuota. Per questo motivo se lo sgombero indigna, dovrebbe indignare molto di più l’indifferenza che lo ha preceduto. E anche per questo oggi si può avere l’occasione di ribadire l’importanza di uno spazio pubblico come il Conchetta, non trasformando in tendenza il suo immaginario ma ripartendo dall’attività di Primo Moroni e di quelli che lo hanno seguito (le edizioni Shake per esempio). Usando questo momento per decifrare la deriva di una città culturalmente morta, di una reazione che non passa necessariamente per le politiche fasciste-fashion del comune o per i manganelli della polizia.
Il fatto è che Milano è sempre più un’idea di destra, non nel senso politico ma nel senso più trasversale e forte di questo termine: antisociale, egoista, privata, cinica. Non a caso è qui a Milano che la sinistra parlamentare italiana tenta di costruire consensi con una politica “nuova” sempre più a destra. Perché a Milano si parla di cultura ma si sgombera la Calusca e si pensa al “food” dell’expo 2015 o agli inni al consumo inutile del salone del mobile e della moda. È la città dei giovani “creativi” dove nessuno crea progetti e idee nuove ma tutti, comprese le produzioni alternative, scimmiottano i linguaggi visti e stravisti della pubblicità e dello spettacolo. Si distruggono gli spazi pubblici in nome dell’efficienza del privato; sono tutti a sinistra ma sono anche tutti alla ricerca dei soldi delle fondazioni bancarie, delle case di edizione o produzione di Berlusconi, dei finanziamenti di Ligresti e compagnia (altro che Casalesi).
A Milano si è convinti che senza i soldi non si crea nulla; senza un piano marketing, un’immagine da “comunicare”; e allora tutti a prostituirsi per mantenere lo status quo e andare a fare l’aperitivo in un centro sociale. Si parla di Milano multietnica per darsi un’aria da capitale europea ma poi ci si abbandona alle bufale della sicurezza e alle idee più razziste. A Milano i giardini pubblici sono recintati e gestiti da Emporio Armani, perché il verde è da guardare e tanto è roba per immigrati sudamericani e pachistani che ci fanno i barbecue. La storica capitale dell’architettura e urbanistica italiana contemporanea si esaurisce in polemiche sterili per fare inutili grattacieli “verdi” da vendere a società immobiliari o per creare una Dubai ecologica del Nord, cancellando anni di reali esperienze innovative di architettura sociale, attente alla città e agli uomini (recuperate ogni volta per legittimare le peggiori nefandezze). In fin dei conti, Milano non merita più la Calusca. È il momento di ricostruirla non più ai navigli ma fuori, lontano, in periferia, altrove, a Rho, a Sesto, a Baggio, a Lainate, a Genova, a Palermo. Dove ancora è possibile costruire un dialogo che parta dal territorio. Dove non si rischia di farsi abbindolare dalla dittatura dello spettacolo e del consumo. Dove è possibile costruire proposte e pratiche alternative di società senza farsi imprigionare e intimorire dall’immaginario di lotte e movimenti passati. (ugo nocera)

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