Quartieri Spagnoli. Vite parallele

Posted on 23 marzo 2009

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(anna giuliano)

(anna giuliano)

Tre donne di origini diverse raccontano luoghi e sentimenti della loro vita quotidiana

Mi chiamo Annalisa e ho 26 anni. Abito “sui Quartieri” da quando sono nata. Ho cambiato casa tre volte ma sono rimasta sempre in zona. Anche la mia famiglia ha sempre abitato qua. Ora non lavoro, ho un bambino. Ho lavorato dai quattordici ai vent’anni in una fabbrica di borse. Dalle nove del mattino alle sette di sera. A pranzo avevo un’ora di spacco. Ero macchinista. Prendevo 300 euro a settimana. La fabbrica adesso ha chiuso. Negli ultimi tre, quattro anni hanno chiuso parecchie fabbriche. In quelle che restano adesso si guadagna meno di quanto prendevo io. 230-250 euro a settimana. Ma ci devi arrivare. Chi comincia prende 80 euro. I cinesi hanno inguaiato le borse. Le vendono a cinque, sei euro l’una sulle bancarelle. Nei negozi le borse fatte a mano nelle fabbriche dei Quartieri Spagnoli costavano 50-100 euro l’una. Anche l’abbigliamento dai cinesi costa pochissimo. Copiano tutto. Anch’io compro dai cinesi sulle loro bancarelle. È normale. Perché dovrei spendere di più in un negozio? Abito con mio marito e il mio bambino affianco a mia suocera. La casa è di famiglia. Mia madre che abita qua vicino paga un affitto di 410 euro. Ma è un vecchio affitto. Adesso ci stanno meno studenti, le case che prima si affittavano agli studenti adesso si affittano ai filippini, ai sudamericani.  Soprattutto i bassi, a 3-400 euro a basso. Non conosco nessuno degli immigrati che abitano nel vicolo. Mio figlio a scuola aveva fatto amicizia con una bambina, poi c’era pure un maschietto, ma non è mai venuto a casa. La sera esco poco, quando esco vado a mangiare una pizza o un panino dal “Sombrero” al Corso. L’unica sera che si fa veramente tardi è la festa della donna. Andiamo in gita col pullman tutte donne. Un locale a Licola o uno a Pozzuoli. Torniamo verso le cinque del mattino. La domenica mattina vado con mio figlio a Mergellina, “da Ciro”. La notte da sola non cammino, mi metto paura. Puoi acchiappare un nero ubriaco che non si controlla. O una rapina, la cosa che fa più paura è la rapina. Gli studenti tengono proprio un altro modo di vivere. Se la fanno tra di loro. Si vedono al Gesù. Bevono, fumano le canne. Prendono la vita più alla leggera. Alle volte dico: Beati loro. Vivere in una casa sette, otto di loro. È un modo di pensare. Noi stiamo tra di noi. Con la famiglia.

Mi chiamo Monica
e ho 34 anni. Abito a vico Tofa dal 2001. Studentessa fuori sede sono andata in quella casa perché conoscevo degli studenti là. Eravamo tutti di architettura. Siamo in quattro a dividere la casa, due singole e una doppia. Negli anni qualcuno se n’è andato ma è stato rimpiazzato. Finita l’università siamo rimasti. La casa costa poco: 350 euro al mese, è un vecchio contratto. Il padrone di casa è un giudice fallimentare e ha comprato all’asta tanti appartamenti nel palazzo. Ma non li ha rimessi a posto, la casa è disastrata e ci piove dentro. Nel palazzo ci sono degli immigrati sudamericani che abitano al primo e al secondo piano. Nei bassi abitano i napoletani. Saluto tutti ma non conosco nessuno. Mi mantengo da sola dal 2001. Ho fatto tanti lavori. All’inizio lavoravo allo studio di un architetto, coloravo a mano i disegni per i concorsi. Mi pagava poco, c’erano le lire e mi dava 200mila lire a concorso. Poi ho fatto la baby-sitter, i plastici, gli allestimenti. Il lavoro più remunerato che ho fatto è l’attrice in una compagnia di teatro-ragazzi: 55 euro al giorno tutti i giorni per quattro mesi l’anno. Ho fatto Bianconiglio in Alice, lo Spaventapasseri nel mago di Oz, la fata nel Popolo del bosco, ecc. Il tempo libero lo passo in genere fuori dai Quartieri. A parte quando vado al teatro Nuovo o a Galleria Toledo. Col sole vado a Palazzo Reale, la sera vado a Piazza del Gesù. O a bere del vino alla Sapienza. Giro da sola senza paura senza orario. Non mi hanno mai toccata, mai scippata. In realtà mi impongo di non aver paura. Alla stazione quando torno da Formia mi capita che mi fermano, e mi martellano. Le macchine che mi piantonano mi fanno strizza. Sono sempre napoletani. Nei Quartieri mi sento tranquilla. Una sola volta, alle tre di notte mi hanno lanciato un vaso addosso. Un’altra volta a via Roma, verso le dieci, mi hanno sputato addosso da un motorino. Gli immigrati non mi fanno paura, si sono creati dei circuiti, dei campi d’azione a sé.

Mi chiamo Evelyn
e ho 30 anni. Sono arrivata a Napoli nel 2005, dal Salvador. Prima sono andata ad abitare a San Giovanni con mia zia. Lei andava a lavorare, io rimanevo coi miei tre cugini. Dopo un anno sono venuta a vivere nei Quartieri spagnoli. La mia padrona di casa abita vicino. Prende 300 euro al mese. Si paga il 15 del mese. Se ritardo si lamenta. Mia zia che abita in un basso vicino paga anche lei 300 euro al mese. Mia madre ha quattro sorelle e abitano tutte ai Quartieri tranne una. Di sabato andiamo a mangiare dalla sorella che sta a largo Baracche. Abita al terzo piano, i bassi sono umidi. La mattina vado a lavorare da una signora al Vomero, il pomeriggio guardo dei bambini vicino casa mia, e faccio anche le pulizie da una signora. Guadagno 400 euro al mese al Vomero e 500 complessivamente il pomeriggio. Adesso ho il permesso di soggiorno. D’estate facciamo i pic-nic a Capodimonte. I domenicani e gli ecuadoriani vanno in una discoteca a via Nardones gestita da un peruviano. Ci sono andata solo una volta con mia zia. Eravamo solo donne e ci raccontavamo barzellette. La domenica quando c’è il sole andiamo vicino al mare, sugli scogli. Mangiamo un panino. Gli italiani si avvicinano e dicono: Mi dai il tuo numero di telefono? A volte il sabato andiamo al cinema. Con mio cugino sono andata a vedere Hulk l’uomo verde al Warner. Prima non mi faceva paura, ora sì. Anche in Salvador ci sono i gruppi di ragazzi che ti chiedono i soldi, rubano. A Napoli non mi hanno mai rubato niente. A una mia amica peruviana hanno strappato la borsa, ma a via Roma. Dentro ai Quartieri non scippano. Una volta due ragazzi in motorino mi hanno sputato addosso e mi hanno detto: “Vattene al tuo paese”. Erano le dieci di sera. Se potessi me ne andrei. (alessandra cutolo)

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