Tranchini, un batterista antico

Posted on 23 marzo 2009

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(cyro)

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Salvatore Tranchini è uno dei più precoci, talentuosi e poliedrici batteristi italiani. Ha suonato coi grandi, come Chet Baker e Jerry Bergonzi, e con molti altri. La sua genialità è tale da non essere riuscito mai a entrare nel mainstream jazzistico italiano, poco accettato per la sua personalità esuberante e per il suo modo di fare diretto, senza peli sulla lingua. Mentre parla mi guarda con occhi vitrei, gesticola animosamente, e il suo tono di voce, baritonale, continuamente si impenna sottolineando i punti salienti del discorso. Così parla chi per questa musica, per il jazz, ha sofferto e sudato. È un punto di vista parziale. È il punto di vista di Salvatore.

Io mi sento antico, non vecchio, antico. Le cose antiche sono le più preziose, e quindi è giusto che quelli della mia generazione si raccontino, per salvaguardare questa preziosità. Noi antichi abbiamo migliorato alcune cose, per esempio quando ero ragazzo il contatto con la cultura vera, seria, non era possibile, non c’erano gli strumenti, né umani né tecnologici. Uno come me, per esempio, che amava la batteria, non aveva tutte le possibilità che ci sono adesso, bisognava andarsele a conquistare, e io me ne andai a studiare in America. A quell’epoca la cosa rasentava la follia: se eri figlio di Agnelli, allora era normale. Ma per uno come me, figlio di un salumiere, era sognare a occhi aperti. Eppure, le cose erano più semplici.
Ora ci si può migliorare quanto si vuole, ma c’è una differenza fondamentale: non esiste più la famiglia del jazz. Parlandone anche con Don Moje, e con altri jazzisti americani, ne ho avuto la conferma. Quando ero ragazzo sentivo che il jazz era una grande famiglia, c’era la certezza che se eri bravo venivi accolto, se eri un mistificatore, un commerciante, eri un pesce fuor d’acqua: ma che vuò, che ci fai in mezzo a noi? Far parte di quella famiglia significava aderire a un aspetto etico, filosofico, anche spirituale, di creazione e ricerca continua. Non come adesso, che tutto si basa su scambi economici, e conta poco la spinta creativa, conta poco essere bravi.
Oggi, se sei un bravo manager, ti proclami jazzista da solo, pure se sei acqua fresca. Bisogna far girare i soldi: se sei direttore artistico di un festival, allora tutti ti chiamano a suonare, con la speranza di essere chiamati a loro volta. Moltiplica questo per tutte le situazioni che si vengono a creare, ecco che di punto in bianco sei un musicista che gira, viaggia, sta in vetrina. Se non hai questo giro di conoscenze, rimani a casa. Non è che tutto questo prima non esistesse, ma era una parte molto marginale: la famiglia non si muoveva su queste regole, impastava un’argilla che veniva continuamente manipolata, come il pane, e questa ricerca dava luogo a una creazione continua.
Oggi tutto questo non c’è più. La bravura di un musicista non è più direttamente proporzionale al suo successo professionale, e quindi alla sua sopravvivenza. Si è chiusa un’era, il meccanismo è stato distrutto, e i musicisti, quelli veri, sono emarginati a tal punto da risultare dei pazzi, e poi scomparire. Uno che investe solo sulla sua bravura, non ha nessuna garanzia di riuscire. Per suonare con i grandi, come cazzo fai? Te li devi comprare. Devi essere bravo a fare il commercialista, il manager, il business man, e questo con la musica non ha niente a che vedere. Se impari a fare quelle cose, dimentichi come si suona: non esiste uno che sa fare tutt’e due le cose. Ti raccontano la favola che Miles fosse un bravo imprenditore, o che Duke era quasi un industriale, ma chi ci crede? Aveva sì un’industria, un’organizzazione, ma era a livello familiare, artigianale. Duke era Duke, e basta. Per fare il manager devi essere Arbore, non Duke Ellington.
Che cosa è successo? Quando a jatta nun ce stà, e topi abballano: nel momento in cui tutti i “gatti” – nel gergo americano è così che si definiscono i jazzisti – sono cominciati a finire, il potere è finito in mano ai sorci, gente nemmeno minimamente paragonabile a Miles, a Coltrane, a Monk. Personaggi minori sono venuti fuori e hanno preso il sopravvento grazie a generi musicali discutibili, per raggiungere un pubblico più vasto, per fare più soldi: prendiamo Chick Corea, ha avuto un enorme successo con il suo gruppo elettrico, ma se avesse fatto le stesse cose solo vent’anni prima, non avrebbe trovato spazio, gli avrebbero detto di andare a fare il rock da un’altra parte. Eppure ha fatto tendenza, tutta la fusion è un’onda lunga di merda, che non trasporta valori, e danneggia fortemente la ricerca. Anche gente come Michael Brecker, o lo stesso Miles, hanno fatto fusion, ma non si sono limitati a quello, e lo hanno sempre fatto con un occhio alla sperimentazione.
Dall’altra parte anche il pubblico ha cominciato a richiedere prodotti sempre più scadenti: oggi è un tutto un taglia e incolla, con l’avvento delle macchine i giovani hanno cominciato a volere musica perfetta formalmente, non musica sudata, vissuta. Le abitudini musicali sono cambiate: più la tecnologia è entrata nella produzione, più un certo consumismo usa e getta si è fatto strada. Oggi è importante esserci, apparire. “Parlate di me, bene o male che sia, basta che ne parlate”: che stronzata! Cosa vuol dire? Niente. Significa non avere le palle di essere se stessi. La strada che ho percorso io non mi ha portato soldi, ma mi ha dato delle cose che non si comprano: la sensibilità, una pelle diversa, l’amore per la musica.
La musica si è imborghesita, come avviene in tutti i momenti di crisi. Il figlio dell’operaio non si mette a suonare la tromba, o la batteria, se non ha di che campare. E questo vale per tutte le arti. Oggi sono tutti figli di professionisti. Se il papà ha i soldi, il ragazzo ha la possibilità di entrare nel giro. Il livello, così, si abbassa progressivamente, perché il borghese mica è scemo, se il livello è alto, non ci sta dentro, e allora fa di tutto perché la musica sia di scarsa qualità, e lui magari passa pure per genio. Tutti i baroni che oggi dominano la scena del jazz italiano, per questo stanno in piedi. Non sapendo suonare, si sono inventati una cosa inesistente: per esempio, fare un tango jazzato, non significa aver inventato qualcosa. Il jazz è un principio, è composizione in tempo reale, punto. Lo puoi colorare con il tango, con lo swing, con la bossa nova, ma il concetto rimane lo stesso: l’invenzione estemporanea.
Chi non sa suonare, cambia il colore alle scarpe, e le spaccia per nuove, e con questa musica, domina come potrebbe fare una loggia massonica. Come può un innovatore, un vero musicista, o un giovane, con nuove idee, reggere l’urto con un barone? Come regge l’urto con un mercato che prescinde dalla qualità? Chi si imbelletta, suona. Allora cos’è il jazz? È estetica? È fare tendenza? O è qualcos’altro? Io credo che se un Allevi, che non fa niente di nuovo, e non sa nemmeno suonare bene, viene considerato il nuovo messia della musica, e viene pagato milioni, qualche problema c’è, e non è un problema solo di noi musicisti. (ciro riccardi)

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