Paisà di James Senese

Posted on 2 aprile 2009

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(c)

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Per qualcuno è un idolo, il capostipite della scena musicale contemporanea a Napoli e in Italia, mentre tanti (soprattutto tra i giovani) non sanno chi sia stato e cosa abbia rappresentato per l’evoluzione della musica napoletana e non solo. È l’uomo che per primo con Musella e gli Showman ha portato una ventata di freschezza e di novità nel panorama musicale partenopeo. Lo spirito della loro avventura lo spiegò bene Giorgio Verdelli quando disse che gli Showman erano nati con i Blood Sweet & Tears nelle orecchie e Palomma ‘e notte nel cuore. È stato lui a dare vita a quel movimento, poi definito Neapolitan Power, che ha avuto tra i suoi esponenti di spicco gente del calibro di Enzo Avitabile, Joe Amoroso, Tullio De Piscopo, Tony Esposito e Rino Zurzolo, molti dei quali si ritrovarono insieme a lui sul carro di Pino Daniele ai tempi di Nero a metà e Vai Mo’ a scrivere una delle pagine più belle della musica italiana.
James Senese ha da poco pubblicato il suo ultimo lavoro, Paisà, dopo quattro anni dalla splendida rilettura della musica tradizionale napoletana fatta con Enzo Gragnaniello in Tribù e Passione. E se è vero, come disse una volta, che Napoli Centrale più che un gruppo (la formazione cambia continuamente) è «un’idea, un modo di sentire e fare musica», il disco è chiaramente il prodotto di questa idea e di come questa idea si è sviluppata a partire dagli anni Novanta, forse da ‘Ngazzate nire del 1994, a cui è simile nelle sonorità e nello spazio maggiore che la voce e il cantato hanno nelle canzoni, rispetto ai lunghi pezzi strumentali degli anni Settanta e Ottanta. Le percussioni di Ciccio Merolla insieme al basso di Rino Calabritto e la batteria di Fred Malfi contribuiscono in maniera efficace a creare un’atmosfera funky-jazz molto ritmata, soprattutto in ‘O Maletiempo, Puoi parlare piano piano e Paisà in cui Senese alterna al tenore il sax elettrico effettato negli assoli. Tra i nove brani si fa notare per le sonorità quasi Trip Hop J’ Sto’ Ca’ ma l’anima e il cuore sono soprattutto nel tributo al musicista che più di tutti ha influenzato la musica e la vita di Senese: John Coltrane. È la seconda volta che il sassofonista di Miano fa un tributo a quello del North Carolina; la prima volta, a suonare A love supreme con lui c’era addirittura Gil Evans al piano. Questa volta si tratta invece della canzone manifesto di Trane, My favorite things, in una versione molto personale, in cui la melodia viene cantata in un anglonapoletano maccheronico molto suggestivo. La melodia del pezzo è praticamente suonata con la voce, il sax su di essa è assente, come a volersi fare da parte in una forma di alto rispetto verso quelle note che sono state interpretate in maniera irraggiungibile dal più grande sassofonista di tutti i tempi. Ma l’assolo sembra provenire da un vicolo buio della New York degli anni Cinquanta, in un fraseggio profondo, sentito e dal sapore malinconico. La canzone più bella dell’album è però probabilmente J’ nun resto ca’, una canzone puramente jazz che cammina sul contrabbasso di Rino Zurzolo, e su cui la voce e le parole di James Senese creano quelle atmosfere assolutamente uniche che da sempre sono il tratto distintivo dei Napoli Centrale: un jazz vero, autentico, internazionale ma nato nei vicoli di Napoli. (alfonso bianchi)

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