Un’osteria a Calcutta

Posted on 2 aprile 2009

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(alfonso de angelis)

(alfonso de angelis)

In una baraccopoli della metropoli indiana, Marina e gli altri danno vita a un’esperienza di comunità autogestita. Le mafie locali e l’assenza di garanzie li costringono ad andare via

Un volantino vecchio stile, uno di quelli fronte-retro, densi di parole che sembrano uscite da un ciclostile: è così che inizia la storia di L’Osteria a Calcutta. Marina aveva buttato giù quelle due pagine con il fine di raccogliere fondi e persone per partire alla volta del Bengala occidentale. In India lei e sua figlia Alice avevano trascorso gran parte della vita. Per dieci anni avevano viaggiato da un capo all’altro del continente, ma a partire dal 1999 avevano deciso di fermarsi in uno slum nella periferia sud di Calcutta, Sarada Pally. Volevano dar vita a un’esperienza di comunità capace di tenere insieme italiani e indiani intorno alla costruzione di un centro autogestito e di un consultorio medico. «Le cure mediche erano la prima cosa di cui gli abitanti di Sarada Pally avevano bisogno. Era necessario lavorare sulla salute delle persone, e poi sarebbe venuto tutto il resto», racconta Marina. Nello slum non ci sono medici e le poche medicine vengono pagate a caro prezzo. Gli abitanti di Sarada Pally, circa duemilacinquecento persone, sono dei “fuori casta”, degli intoccabili, persone che vivono in uno stato “simile all’apartheid”. Gli è precluso l’accesso ai luoghi pubblici, compresi gli ospedali; per le cure mediche l’unica possibilità è rivolgersi ai privati. «Lo slum per loro è allo stesso tempo un carcere e un riparo. In qualche misura li fa sentire protetti, in un modo maligno e distruttivo ma, lì dentro, sperano che nessuno si avventuri a fare loro del male. Non è vero. Ma si illudono che lo sia».
A Sarada Pally, una superficie di un chilometro quadrato, edificata in seguito alla forte spinta migratoria dalle campagne alle città, non c’è alcun tipo di servizio. Al centro della baraccopoli ci sono un laghetto sudicio che fornisce l’acqua per lavare le persone e gli animali e un tempio indù. Attorno sorgono abitazioni fatiscenti prive di bagni e di illuminazione. Mancano i servizi di base e la quasi totalità degli adulti è analfabeta, mentre solo una piccola percentuale di bambini va a scuola. «Gli slum a Calcutta, sono insediamenti mantenuti volutamente abusivi (perciò non beneficiari di incentivi o servizi pubblici) perché le persone facciano ricorso alla mafia – scrive Marina –. Sono riserve dove, tra vacche magre ciondolanti, vengono trattenute persone che servono come pretesto per lucrare aiuti dall’Occidente; come empori di pezzi anatomici di ricambio; come cavie per sperimentare farmaci; come vivaio di bambini per gli affari dei papponi di Mumbai; come riserva di voti in tempi elettorali…».
L’arrivo a Sarada Pally di Marina, Alice e degli altri cinquanta volontari che si sono susseguiti in circa due anni e mezzo di attività, ha rappresentato un cambiamento importante per la comunità dello slum. Per più di due anni, donne, uomini e bambini sono stati resi partecipi di un progetto che li riguardava. «Facevamo tutto tutti insieme, nessuno lo aveva mai fatto prima di allora. La cassa la teneva la gente dello slum e non è mai mancata una rupia». L’ambulatorio era aperto due volte alla settimana, il dispensario una, il venerdì; il centro ascolto era sempre attivo; le riunioni e gli incontri anche con gente di fuori si susseguivano; e le classi d’inglese erano affollate di adulti e bambini. «Quando le cose funzionavano per il meglio le mafie locali sono intervenute, hanno fatto irruzione nel centro e ci hanno impedito di continuare, ci hanno costretti ad andare via», racconta Marina, intenta a trovare un modo per ritornare a Calcutta.

«Noi siamo riusciti laddove altri non sono riusciti, ma abbiamo avuto anche tanti limiti. Quello principale è stato di non aver trovato un partner locale, una Ong indiana con la quale associarci. Per questo non abbiamo avuto il riconoscimento legale del governo indiano. Fino all’ultimo abbiamo cercato un’associazione locale, ma non ne abbiamo trovata una che non volesse lucrarci sopra. Abbiamo iniziato in maniera donchisciottesca, con pochissimi fondi, senza poter garantire uno stipendio a chi lavorava». L’associazione aveva deciso, sin dall’inizio, di non ricorrere ai finanziamenti canonici della cooperazione, ma di basarsi in primo luogo sull’autofinanziamento, sulla ricerca di sostenitori, singoli e associazioni, disposti a credere nel progetto. «L’impossibilità di pagare un paio di persone che restassero fisse a Calcutta rappresentava un problema, ma i soldi si potevano trovare, come avevamo sempre fatto, attraverso donazioni e autofinanziamento. Il vero problema era riuscire a ottenere permessi di soggiorno più lunghi».
L’esperienza di Marina e degli altri, con i suoi limiti e le sue vittorie, va al cuore del problema del professionismo nel volontariato e di come si costruiscano, e con chi, relazioni di solidarietà. La singolarità di L’Osteria a Calcutta non sta tanto nell’aver dato vita a un’esperienza di volontariato in una baraccopoli del cosiddetto terzo mondo (ci sono tante storie del genere), quanto piuttosto nel modo in cui il gruppo di volontari si è scelto e ha scelto di operare. Molte delle circa cinquanta persone che si sono alternate nel presidio di Sarada Pally venivano da esperienze di strada, di carcere, da diagnosi di disagi mentali. Erano rappresentate diverse classi sociali e nessuno era un professionista della cooperazione. Il gruppo era costituito da persone che a partire da bisogni personali differenti avevano scelto di andare a stare con…, piuttosto che andare a stare per…. L’azione di Marina e degli altri parte innanzitutto dal rifiuto che la cooperazione, l’intervento di carattere sociale, debba essere appannaggio di professionisti del sociale il cui unico scopo è realizzare progetti per altri. «In India il nostro intervento era su più fronti: facevamo tanti lavori tutti insieme: lavoro verso l’India, verso lo slum, ma anche verso noi stessi, verso la costruzione di solidarietà».
Al momento attuale di questa esperienza resta il tentativo di farla conoscere attraverso un libro (Marina Valente, Osteria calcutta, Sensibili alle foglie, 2007), dei video e una serie di incontri in tutta Italia. «La mia speranza è che il libro sia un modo per ritornare in India. Cerchiamo associazioni, fondazioni che ci aiutino a ripartire con un riconoscimento legale per poterci riattivare da subito». (renata pepicelli)

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