Sotto i portici della capitale

Posted on 13 aprile 2009

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Un quartiere che va da Termini al Colosseo, primo approdo dei nuovi arrivati in città. L’esotismo di piazza Vittorio inceppa l’ingranaggio dell’omologazione, formando un’oasi di verità nello struscio che salda Roma da Trastevere a Campo de’ Fiori

Piazza Vittorio è la piazza più grande d’Europa. Un rettangolo con la diagonale di duecento metri. Se ti metti in piedi al centro, la prospettiva che la attraversa come il maestrale e lo scirocco appare sconfinata, chiusa a nord ovest da Santa Maria Maggiore con il suo obelisco, e a sud est dall’abbraccio finale di Santa Croce in Gerusalemme e la quinta del monte Tuscolo.

La piazza è l’unica a Roma a essere circondata da portici. Fino a dieci anni fa viveva nell’abbraccio di un popolarissimo suk, un anello ininterrotto di banchi, che dal 2001 è stato spostato nella vicina caserma Sani. La toponomastica, la varietà delle persone che la popolano, le essenze rigogliose che abitano il suo grande giardino centrale – tutte o quasi regolarmente non autoctone (magnolie, palme, benjamin monumentali) –, i resti di una antica villa con tanto di “porta magica” le conferiscono un ambiguo e insieme solare esotismo. A cui ha contribuito la strampalata ristrutturazione della piazza promossa sotto la giunta Rutelli, vagamente ispirata al giardino astronomico settecentesco “Jantar Mantar” di Nuova Dheli, ma realizzato in fascistissimo travertino. E questo esotismo è il suo pericolo. Perché spande un velo di retorica consolazione su quello che rappresenta il salotto buono dell’integrazione romana, o almeno il luogo dove le tensioni più complesse trovano un equilibrio… magicamente.

Così i ragazzi pachistani, del Punjab, dello Sri Lanka, del Bangladesh e delle Filippine giocano a cricket fino a tracciare una striscia di terra nel prato, mentre nella radura accanto la classica pallonata afro-romana va avanti da ore, le mamme e le tate accudiscono una pipinara multicolore tra il recinto dei giochi e le giostre, la colonia felina si fa gli affari suoi, venditori da semaforo, forse etiopi, smaltiscono la levataccia sonnecchiando vicino a gruppi di uomini e donne moldave e ucraine che fanno un pic-nic sotto i platani e osservano distrattamente qualche praticante fuori orario del tai-chi, che ormai coinvolge tanti cinesi quanti romani alle prime ore del mattino. Immancabile, sulla lunga panca di travertino, posta sotto un arco di rose, la schiera di anziani borbotta la sua intollerante tiritera.

I controlli dei documenti, i mitra spianati al cancello, la camionetta dei carabinieri che attraversa il parco sono un pugno nell’occhio a cui tutti alla fine sembrano dover essere grati. Piazza Vittorio non è un luogo violento, le aggressioni e i furti sono nella media. Il processo di upgrade bramato dagli immobiliaristi è nelle condizioni per compiersi, ma l’esotismo in questo caso gioca uno strano tiro, impasta l’ingranaggio, lo rende incerto, frammentario: il sogno dei docks capitolini pare sfumare in un tessuto urbano a macchia di leopardo, dove il televisivo Ambra Jovinelli, ristrutturato una decina d’anni fa in maniera parecchio impropria, sta spalle a spalle con il cadente cinema Apollo e il lussuoso hotel Es (già venduto alla catena Radisson) – costruito dalla famiglia romana doc Roscioli, panettieri del rione e ormai di mezza città – svetta come i cavoli a merenda tra la “cinese” via Giolitti e le nuove facoltà di Orientalistica della Sapienza, da poco insediate nell’ex caserma Pepe. Siamo sulla vetta dell’Esquilino, il maggiore tra i sette colli dell’Urbe, in un quartiere che va dalla stazione Termini al Colosseo e che nella sua breve tradizione post-unitaria ha sempre visto l’approdo di nuovi cittadini decisi a stabilirsi a Roma provenendo da altrove.

Dapprima erano le mezzemaniche per i nuovi ministeri della capitale, ma anche molti artigiani, i calabri, gli abruzzesi e i pugliesi raccontati da Gadda nel Pasticciaccio (via Merulana con i suoi cortei settimanali e le millenarie processioni religiose è l’asse principale del rione). A questo primo strato, che ancora forma la base sociale del quartiere, si sono sovrapposte le comunità degli stranieri di tutto il mondo, e una minoranza di giovani appartenenti all’improbabile microceto artistico-intellettuale romano e/o recentemente inurbato. Molti casertani, molti cinesi. Ora diffondersi sulle caratteristiche di questa comunità è anche impervio. Roma per i cinesi è uno dei principali centri di smistamento delle merci (giunte con i container a Napoli) verso i negozi di tutta Europa. Gli appartamenti sono usati come magazzini. Dopo un’estenuante trattativa portata avanti dalla giunta Veltroni alcuni sono stati spostati in capannoni della periferia. Ma la comunità cinese ha il merito paradossale di drogare il mercato degli esercizi commerciali sbarrando la strada ai baretti-enoteche-creperie che stringono d’assedio una zona cittadina tanto centrale, consentendogli per ora di formare una sorta di oasi di verità nell’indistinta deriva di struscio che salda ormai Roma da Trastevere a Monti, da Campo de’ Fiori al Pigneto e la Garbatella.

Ma tanto per non farsi mancare niente, l’Esquilino è anche area storica del neofascismo a Roma, da Colle Oppio dove la sede di Azione Giovani sta in un rudere delle terme di Traiano alla ormai famosa Casa Pound: un triangolo delle bermuda pronto a inghiottire i barconi di passaggio. Strisce di locandine nere (sui muri, sui bidoni della spazzatura, sulle lamiere dei cantieri, sui pilastri dei portici, sui tronchi degli alberi) ci esortano: ARRUOLATI! LOTTA CON NOI – “noi” nella fotografia sono quattro persone che sfilano sotto una bandiera, cappello con visiera e una serie di obiettivi niente male: contro privatizzazioni e liberismo, per una economia agli ordini dello stato, contro banche e speculazione edilizia, e il diritto alla proprietà della casa, contro l’immigrazione per l’identità nazionale, contro il precariato per il lavoro sicuro… In questo nuovo album rotelliano, fatto di strati di carta e colla, e strappi e distacchi, propaganda sopra propaganda, rappresentanti bangladesci e saluti “romani” a scandire magnificamente la diagonale del posterino intitolato DI’ QUALCOSA DI DESTRA, puoi trovare Geronimo che ti fissa solenne nella sua pelle di cuoio apache, il cranio rosseggiante di Julius Evola perso nell’enigma del mito capacitante e la benda sull’occhio di capitan Harlock, il suo ciuffone sceso, il colletto svolazzante e il teschio stampato in petto: Fascisti immaginari è il titolo della locandina che intende senza mezzi termini comunicarci qualcosa da uno spazio intergalattico, o comunque da un ambiente svuotato dove risuonano frasi; e buona parte di queste sono formulate per rivelare l’idea dello spazio stesso nel quale si producono, l’idea cioè di un palazzo, quello di via Napoleone III dove sta Casa Pound, che ospita diciotto famiglie con la sigla o.s.a. (occupazione a scopo abitativo) e che si ispira, dicono questi discorsi, all’esperienza della Repubblica Sociale Italiana, offrendo gratuitamente assistenza fiscale e legale agli abitanti del rione e svolgendo una politica comunitarista e solidale, libera da ideali preconfezionati e dal pensiero unico…

Ma Piazza Vittorio è anche quella del film di Matteo Garrone Estate Romana (2000), dove vecchi protagonisti della scena off romana vivono come spiaggiati, ed è anche la piazza dove suonano alte le note ormai internazionalmente note di un’orchestra multietnica che proprio dall’improbabile amalgama della zona ha preso il nome e la forza. Il documentario di Agostino Ferrente, L’Orchestra di Piazza Vittorio, ne è una romantica narrazione, ma svela soprattutto il ruolo importante giocato dalle associazioni nel mantenere l’equilibrio di questa piazza. Tra queste si distinguono per la loro attività Mediazione sociale – che opera anche all’interno dell’istituto Di Donato, dove oltre il sessanta per cento della popolazione scolastica è di origine straniera – l’Apollo 11, Esquilibri, Il cielo sopra l’Esquilino, l’Associazione abitanti via Giolitti, Un ponte per…
(lorenzo pavolini)

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