Il teatro senza corpo, otto drammaturgie italiane

Posted on 16 maggio 2009

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Senza Corpo. Voci dalla nuova scena italiana è un’antologia di nuovissimi testi teatrali curata da Debora Pietrobono per l’editrice Minimum fax all’interno di Best Off, una collana di ricercasulle “nuove scritture che attraversano l’Italia”, tradizionalmente riservata alla narrativa e chequest’anno di fatto si apre alla drammaturgia.
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È già cosa di cui rallegrarsi che tra le nuove scritture si annoverino dei testi teatrali, merce rarissimasugli scaffali delle nostre librerie e snobbata dai maggiori editori che lasciano alle piccole casespecializzate il compito di curarsi di quello che succede nel piccolo mondo delle scritture per lascena. Prezioso quindi il lavoro di Pietrobono, che da operatrice teatrale attiva in vari ambiti sulpiano nazionale ha potuto incoraggiare e realizzare quel passaggio “inverso” dal palcoscenico e daifogli sparsi dei copioni alla pagina pubblicata, partendo da una ricognizione di festival e stagioniteatrali più o meno noti.
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Ci troviamo così di fronte a otto testi e nove autori (Nati in Casa di Giuliana Musso e Massimo Somaglino, La Maria Zanella di Sergio Pierattini, Ecce Robot di Daniele Timpano, Tumore di Lucia Calamaro, ‘Nta ll’aria di Tino Caspanello, Il cattivo di Michele Santeramo, Selfportrait di Oscar De Summa, Venticinquemila granelli di sabbia di Alessandro Langiu) in una raccoltaricca ed eterogenea che, come scrive la curatrice nella sua attenta prefazione, “si nutre di distanzee differenze”.
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Pietrobono lancia al lettore una sfida, quella di rimpiazzarsi al corpo dell’attore e “azzardare ipotesi, immaginare volti e posture, o invece raccogliere un racconto e dimenticare la scena”. Da teatrante quale sono, ho raccolto di buon grado questa sfida, e devo dire che questo mi ha spinto a una più generale riflessione sulle possibilità di autonomia del testo teatrale nella drammaturgiacontemporanea. Tra gli otto proposti solo con tre testi sono riuscito a vincere questa sfida ed è quindi su questi che proverò a soffermarmi nello spazio che mi è dato.
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Credo che Nati in Casa di Musso e Somaglino, ‘Nta ll’aria di Caspanello e Tumore di Calamaro, in modi diversissimi tra loro, riescano più degli altri a esistere senza corpo poiché, anche solo sulla carta, conservano quel che è essenziale: un’anima. Negli altri, a mio avviso, è facile immaginare che quest’anima risieda maggiormente al di fuori del testo, nel rapporto che l’attore/autore e lamessa in scena hanno creato e creano col pubblico. Credo che un testo teatrale autonomo debbaessere in grado di suscitare emozioni, creare dei rapporti e generare azioni già di per sé.
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Nati in casa è un monologo che attraverso il racconto di “come si viene al mondo” oggi e come cisi veniva un po’ di tempo fa testimonia del contrasto stridente del nostro presente freddo e affannatocon la pacata ricchezza della nostra cultura popolare. Con molta ironia gli autori riescono a evocare immagini appartenenti a contesti lontanissimi, e soprattutto a inventare una lingua teatrale cheimpasta in un ritmo sapiente descrizioni allucinate, citazioni dialettali, ammiccamenti al pubblico.Un monologo capace di farsi dialogo, che rende presenti già nella scrittura delle vere emozioni, voci molteplici e molteplici personaggi.
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‘Nta ll’aria si distingue per compiutezza formale e precisione della scrittura. Tino Caspanello cipropone tre personaggi e una situazione precisa proprio come nei testi di una volta. È sabato e due operai goffi e un po’ svogliati stanno finendo di dipingere di nero un balcone. Questo ritratto che, sostenuto dal ritmo e dalla secchezza della lingua siciliana, oscilla dall’affresco realista allacomicità di un duo, viene rotto dall’irrompere di un terzo personaggio, una donna. Certamente diun’altra materia rispetto ai due operai, questa donna arrivata non si sa da dove e non si sa perché, è un personaggio senza tempo, fatale. È l’incarnazione della vitalità ma potrebbe essere la morte, truccata e agghindata come in un quadro di Ensor. Grazie al suo arrivo l’azione e i dialoghi si fannolirici e misteriosi, intimi e intensi, il testo riesce a farsi universale, a creare degli istanti di poesia, e quello squallido balcone invece che di nero potrebbe tingersi di rosso.
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Tumore, uno spettacolo desolato è senz’altro il lavoro più esigente della raccolta, il più ambizioso, quello che si spinge più in là nello spessore dei personaggi, nella ricerca linguistica, nella forma enella struttura dell’opera stessa. Una madre e una dottoressa cercano di prendersi cura di una figlia gravemente malata, ma in realtà è del loro stesso disagio che si parla, della loro inadeguatezza difronte al dolore, della loro inabilità a dare e a ricevere amore. Il linguaggio meccanico e sincopato crea delle sonorità che immediatamente trasformano i personaggi nelle marionette di loro stessi, del ruolo che essi vogliono darsi per mascherare la fragilità dell’intimo che li renderebbe troppoumani. Il dolore non è possibile in questo mondo-ospedale fatto di silenzi e solitudini rotti solo dai beep elettronici dei macchinari medici.
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Lucia Calamaro attraverso il corpo delle battute e leminuziose e personalissime didascalie riesce a costruire un linguaggio autenticamente proprio, chetrova il giusto equilibrio tra il dolore e la clownerie fornendo a chi volesse cimentarsi col suo testoun materiale vivo, originale, ironico e profondo.
(antonio calone)
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Posted in: recensioni, teatro