Nella notizia fino al collo. L’Aquila dopo il sisma

Posted on 16 maggio 2009

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Sotto le tende i bambini disegnano case sgarrupate, una donna racconta un sogno premonitore e c’è chi lancia l’iniziativa “Meno stronzi più case”. In Giappone, dice qualcuno, un terremoto del genere non avrebbe causato vittime

Sotto un sole indifferente i bambini della città di tela disegnano il terremoto con le matite colorate, che prende la forma di casette tutte sgarrupate. Anche il comignolo è storto, ma i bambini lo hanno sempre disegnato così. Uno di loro ha perso il padre, gli hanno detto che è dovuto partire per un lungo viaggio. Poco lontano un’anziana sopravvissuta alla guerra e a mezzo secolo di stenti, lavora all’uncinetto e aspetta senza troppa fretta la morte. Roberta è andata a deporre un fiore nel cimitero diruto del suo paesello. Osservando i loculi a schiera ha intuito l’essenza dei palazzi in cui ha vissuto e rischiato di morire. Risponde una madre: «Se sono ottimista? Certo che devo esserlo…». E indica il suo bambino che prova a costruire un castello di sabbia sul campo di salto in lungo.

Il terremoto non è come la livella di Totò. Da una parte, al cimitero o sotto le tende, ci sono duecentonovantantotto vittime e decine di migliaia di superstiti con le pezze al culo. Dall’altra, per fortuna in buona salute, ci sono illustri palazzinari, e i loro tirapiedi semianalfabeti piazzati come assessori e consiglieri. Sono loro che non hanno messo il ferro nei pilastri e lesinato in cemento, che hanno costruito quartieri dove i geologi dicevano che era una follia farlo, a colpi di condoni, inciuci e e varianti al piano regolatore. Dall’altra parte ci sono pure omuncoli al governo che per decenni non hanno investito i nostri soldi nella messa in sicurezza del territorio, delle abitazioni, degli edifici pubblici. Poi a catastofe avvenuta accorrono con aria contrita nei luoghi della tragedia. Alle loro spalle, ben defilati, gli affaristi che faranno fortuna con la ricostruzione che costerà dieci volte quello che sarebbe costata la prevenzione. Dall’altra parte c’è infine chi non ha fatto sgomberare la Casa dello studente e ha fatto morire otto ragazzi, chi ha usato per avvolgere le uova studi e ricerche che già da dieci anni documentavano la pericolosità di tanti  palazzi aquilani. In Giappone, si sente ripetere, un terremoto di pari entità non avrebbe provocato vittime.

Un’inviata d’assalto irrompe dentro una tenda con cameraman e faro e chiede agli ospiti: «Come state trascorrendo la notte?». Una sua collega poco lontano definisce “suggestiva” la visione della Casa dello studente rasa al suolo. Un giovinastro piazza la telecamera in faccia a un padre appena svenuto, ostacolando i soccorsi. Un giornalista di Annozero urla al telefono, davanti le macerie fumanti di Onna e la gente che scava a mani nude. «Ragà bingo. Ho immagini bellissime! Sto davanti a una casa crollata con la gente sotto e i parenti che piangono davanti». I parenti, terminate le lacrime, il giorno dopo lo hanno preso a schiaffi. Le telecamere degli sciacalli del dolore sono piazzate pure davanti alla lunga fila di noi cenciosi superstiti in attesa di un pasto. Meno male che c’è ancora lo spirito buontempone che rovina il pathos dell’inquadratura. «Frà che ti ridi, – esclama Epifanio – fai la faccia triste, dobbiamo sembrare deportati, sennò gli spettatori non si commuovono, e non mettono mano al portafoglio».

«Che ne sarà di noi?». È questa la domanda implicita e senza risposta sottesa ai momenti di silenzio che scandiscono le giornate in tenda. «Ci faremo un campeggio lungo una decina d’anni». «Io mi compro un gregge di pecore». «Ci sarà lavoro solo come muratore e per chi gli vende la birra e i panini con la mortadella», «Io la casa non la voglio perchè ho due mutui, voglio vedere se la banca mi  pignorerà pure la panchina nel parco, e il mio soffitto antisismico bucherellato di stelle».

C’è un sogno che non potrei raccontare, perchè chi lo ha ricevuto è persona che dà valore alla realtà. Ma lo racconto lo stesso, in modo vago, per dovere di cronaca. La bellissima Urlapicchia la notte prima di quella maledetta notte, ha sognato una persona a lei cara, l’artista Prodigiero, morto tempo prima. Prodigiero gli è apparso in sogno sotto una pioggia di tegole, polvere e calcinacci e gli ha sussurrato di fuggire via da casa. Poi entrambi si sono ritrovati in un fiume gelido a nuotare controcorrente. Così Urlapicchia il giorno dopo ha fattobirlicche e birlocche ed è riuscita a convincere tutta la famiglia a dormire fuori casa. Poche ore dopo il terremoto ha ridotto la casa di Urlapicchia in un mucchio di macerie. I nomi sono di fantasia ma la storia è vera. Quanto ci sia di scientifico in essa poco interessa. I sogni come i terremoti, confermano gli esperti, non sono prevedibili.

La signora Antonietta non si è fidata di quello che dicevano gli esperti della commissione grandi rischi. Del professor Boschi che aveva affermato: «Escluderei che lo sciame sismico sia preliminare di eventi catastrofici», o del sottosegretario Barberi: «Gli sciami – assicurò – tendono ad avere la stessa magnitudo ed è molto improbabile che nello stesso sciame la magnitudo cresca». La signora Antonietta si è fidata del colore strano del cielo, e soprattutto del nervosismo delle sue galline, che hanno un’empatia particolare con la terra. No, ha ragionato, il continuo brontolio della terra non è un buon segno.

Altri anziani dell’alta valle dell’Aterno ricordano un antico terremoto, la cui memoria è stata tramandata di generazione in generazione. È il terremoto del 1703, ma loro lo chiamano ancora “La Tormenta”, perchè dopo mesi di piccole scosse arrivò la catastrofe. La signora Antonietta si è fatta dunque spostare il letto, la foto del marito, il crocifisso e il pitale nella casetta di legno dell’orto, salvando così quel poco di vita che gli è rimasta in sorte, poichè in quella notte maledetta, il ruggito della terra ha sbriciolato la sua casa. Nessuno, a quanto si sappia, ha denunciato le galline della signora Antonietta per procurato allarme.

Il sospetto è che qualcuno voglia farci rimbecillire in questa sorta di nosocomi che sono le tendopoli, per poter poi fare ciccia di porco dei finanziamenti per la ricostruzione.  Ma Edo non vuol farsi fregare e lancia l’iniziativa “Meno stronzi più case”: «I cessi chimici nei vari campi sono circa tremila – spiega nella penombra carbonara della tenda – noleggiati dall’azienda Sebach della Campania, che cura anche la manutenzione. Allora dico: perché non andiamo tutti almeno una volta al giorno a fare i bisogni nel bosco, armati di zappetta? Servirebbe così un numero minore di cessi oppure meno manutenzione, e si potrebbe rinegoziare il costo del noleggio. E con i soldi risparmiati si potrebbero comprare un paio di case di legno».

«Lentamente si sta tornando alla normalità», trillano gli inviati con un sorriso equino. In parte hanno ragione: i vicini di tenda sono tornati a litigare come ai bei tempi quando erano vicini di casa. «Lei non sa chi sono io, mi restituisca la scatoletta di tonno!», urla un notaio ad un altro terremotato di inferiore casta sociale. Tanti anziani si rincoglioniscono davanti alla tv tutto il giorno, insieme ai bambini che si sono stufati del clown Carota. Un padrone di casa telefona agli studenti e chiede l’affitto del mese di aprile, dopo essersi sbrigativamente informato sulle condizioni di salute dell’affittuario e sul suo essere ancora in vita. Anita dorme in tenda, si alza alle sette e senza nemmeno lavarsi va a lavorare dodici ore filate nel panificio graziato dal sisma. «Il padrone ci ha detto che siamo fortunate perchè ci sono migliaia di persone senza lavoro che verrebbero da lui anche per un tozzo di pane. Ma ci ha detto che lui vuole aiutarci, però dobbiamo fare sacrifici e accontentarci di mezzo stipendio».

Da dove ricominciare? Dalla dignità con cui si è vissuto un lancinante dolore in mondovisione. Dalla delicatezza dei gesti e delle parole. Dal  sangue e dai sogni spezzati delle vittime. Dal cuore enorme di chi ha scavato a mani nude tra le macerie. Dalla riconoscenza per tutti gli uomini e donne che ci stanno aiutando, da ogni parte del mondo. Dalla voglia di restare e ricominciare nonostante tutto. Dai compagni che non hanno nulla e vorrebbero dividerlo con il mondo, dallo scoprire di essere una città aperta, vedendo gli aquilani piangere davanti le bare di Ondreiy, Darinca, Nurije, Bobu, Laurentiu, e degli altri fratelli emigranti. L’Aquila come la fenice dovrà rinascere dalle sue macerie,  con le  sue novantanove piazze, chiese e fontane, con le sue stradine romantiche. Se ciò non sarà, tanto vale seguire il destino dei nonni, che è quello di migrare, come gli stormi di rondini che sopra la città di tela esplodono nel cielo di primavera.
(filippo tronca)

 

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