Castel Volturno, vittime e sicari

Posted on 17 settembre 2009

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Il luogo della strage è uno slargo davanti a un basso edificio all’altezza del chilometro 43 della Domiziana, località Ischitella. Una palazzina a un piano con tre locali al piano terra, tre esercizi commerciali gestiti da altrettanti ghanesi: un barbiere, un sarto e una parrucchiera. La parrucchiera si chiama Elizabeth – il suo negozio è l’unico dei tre che ha riaperto qualche tempo dopo la strage – e adesso dice che lei quel via vai davanti al negozio, che cominciava nel pomeriggio e andava avanti fino a sera inoltrata, la metteva sempre un po’ a disagio: «Non gli dicevo di non venire. Venite, restate un po’ e andate a casa. Pure io a volte vado a casa di amici ma non resto là tutta la notte». Quel piazzale era diventato un punto di ritrovo, soprattutto per i ghanesi della zona. Arrivavano dopo il lavoro sui cantieri o nei campi, ma qualcuno anche prima, se l’appostamento all’alba in una delle “rotonde” – i punti di reclutamento della mano d’opera – non aveva dato i suoi frutti. Un posto tranquillo, dove fare due chiacchiere, bere una birra e ascoltare musica dalle autoradio, un po’ meno anonimo di altri posti lungo quella strada dritta e monotona, ventisette chilometri intercalati da hotel e caffetterie, insegne al neon, villette e chiese evangeliche.

Adesso sul piazzale non si ferma più nessuno, e a quelli che ci andavano e sono ancora vivi capita a volte di ripetere un pensiero ad alta voce: «Meno male che quella sera faceva freddo, altrimenti ne avrebbero uccisi molti di più»; e anche se non lo dicono, si stanno mettendo nel conto.

Joseph e il sarto

Quel pomeriggio Joseph Aiymbora aveva chiuso un container e non vedeva l’ora di tornarsene a casa. Il suo lavoro consisteva nel comprare in Italia motori usati e rivenderli in Ghana, il suo paese d’origine. Non era un lavoro semplice. Bisognava fare il giro degli sfasciacarrozze, cercare i motori adatti, fare attenzione a non farsi fregare. Joseph conosceva i motori, ma in caso di dubbio si portava dietro un meccanico o qualche amico che ne sapeva più di lui. Poi affittava un furgone e caricava i motori fino al porto, dove li sistemava in un container che una volta riempito sarebbe stato inviato al suo paese.

Era appena uscito dall’agenzia di spedizioni internazionali quando squillò per l’ennesima volta il telefono. Dall’altra parte c’era il suo amico El Hadji Ababa, il sarto che aveva la bottega al chilometro 43 della Domiziana. Non era la sua prima telefonata quel giorno. Joseph era tornato due settimane prima dal Ghana e il sarto era impaziente di vedere le foto scattate dall’amico. «Trovi sempre scuse – disse il sarto –. Non me le vuoi far vedere?». «Ho appena finito di caricare il container – rispose Joseph –, sono stanco, voglio andarmene a casa».

La fretta del sarto aveva un motivo. Con i soldi della sua attività, El Hadji si stava costruendo una casa in Ghana. Joseph gli aveva detto che tra le foto c’erano quelle di una casa appena costruita da un suo parente. Il sarto voleva vederle, confidava di trovare qualche spunto per la sua nuova casa.

Poco più di trent’anni, un corpo minuto, El Hadji Ababa era originario di Kumasi, ma da cinque anni, da quando era arrivato in Italia, non vi aveva fatto ritorno. Aveva imparato il mestiere dal padre. I suoi prezzi erano convenienti, tra i suoi clienti c’erano molti italiani. “Ob Ob Exotic Fashions”, il suo negozio, era diventato un punto di riferimento per i ghanesi della zona. La saracinesca si apriva la mattina presto e la sera non chiudeva fin quando l’ultimo di quelli che si fermavano davanti al negozio non decideva di tornarsene a casa.

El Hadji Ababa era musulmano e quelli erano giorni di Ramadan. Per convincere Joseph Aymbora a raggiungerlo al negozio, lo invitò a cenare da lui. Dopo aver visto le foto sarebbero saliti a casa (il sarto abitava nella stessa palazzina del negozio, al piano di sopra), e avrebbero rotto insieme il digiuno. Alla fine Joseph si lasciò convincere e puntò la sua Opel in direzione di Castel Volturno.

Francis

Al piano di sopra della palazzina del chilometro 43 c’erano tre appartamenti. In uno abitava il sarto, in un altro la parrucchiera con la figlia e nel terzo un altro ghanese, Stephen Adjei, di mestiere giardiniere, a Marano. Quarant’anni, di Nkoranza, Stephen aveva vissuto otto anni a Mosca, dove si era sposato con una ragazza russa, dalla quale aveva avuto una figlia. La bambina aveva dieci anni. Adesso abitavano lì, nell’appartamento di due stanze e cucina sulla Domiziana. Da qualche mese ospitavano in casa un nipote di Stephen, Julius Francis Kwame Antwi. Trent’anni, originario di Brong-Ahafo, nel distretto di Nkroanza, era arrivato a Lampedusa nel giugno del 2003. Aveva chiesto asilo a Crotone, poi si era spostato a Castel Volturno, dove aveva ottenuto un permesso di soggiorno per motivi umanitari. In Ghana lavorava il legno. In Italia era stato muratore, giardiniere, piastrellista. Aveva passato tre mesi a Milano, ma scaduto il contratto era tornato indietro. Partecipava alle assemblee del centro sociale ex-Canapificio a Caserta, un riferimento per centinaia di immigrati della zona. Più d’una volta si era prestato come interprete presso lo sportello informativo del centro. Nel tempo libero si divertiva ad aggiustare congegni elettronici, a smontare e rimontare i meccanismi di radio, televisioni e autoradio. Gli amici che lo sapevano gli affidavano le loro macchine difettose.

Eric e Wiafe

La sera del 18 settembre Stephen Adjei, il giardiniere, dormiva sul divano dopo una lunga giornata di lavoro. Sua moglie era andata con la bambina a visitare un’amica. In casa c’era Francis, suo nipote. Quando suonò il citofono Stephen continuò a dormire. Di sotto, nel piazzale, c’era Eric, un amico di Francis. Aveva parcheggiato la macchina di fronte al negozio del sarto. Era venuto a cercare Francis per sottoporgli la sua autoradio mezza rotta.

Eric Affun Yeboa era in Italia da quattro anni. Lavorava a Casal di Principe come custode. Ebbe la fortuna di rientrare nelle quote che regolano i flussi di ingresso degli stranieri in Italia. Il suo datore di lavoro si era detto disponibile a una chiamata nominale. Eric aveva intrapreso il viaggio a ritroso verso l’Africa (con il rischio di essere espulso se fosse incappato in un controllo) e dopo quattro mesi, ritirato il visto presso l’ambasciata di Accra, era rientrato in Italia. Ma la sua fatica si era rivelata inutile. Al suo ritorno il datore si era rifiutato di fargli il contratto e l’aveva anche minacciato. Eric poteva denunciarlo, ma non sentendosi garantito aveva preferito lasciare Casal di Principe e trasferirsi a Castel Volturno, dove faceva il carrozziere.

Accanto a Eric nell’auto sedeva il suo amico Kwado Owusu Wiafe. Ventinove anni, di origini ghanesi (anche se possedeva un documento liberiano a nome di Geemes Alex), Wiafe era arrivato a Castel Volturno nel 2004. Come molti connazionali faceva lavori saltuari, d’estate raccoglieva i pomodori a Foggia e poi le arance a Rosario. La sua vita, però, era sul punto di cambiare. Pochi giorni prima gli avevano comunicato il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Lo aspettava da anni. Si sarebbe trasferito a Verona, dove aveva degli amici. Con i documenti in regola avrebbe affittato un appartamento e trovato un lavoro più stabile.

Awanga e Sonny

Sul piazzale era parcheggiata anche Uno bianca, da cui erano scesi due ragazzi ghanesi, Awanga e Sonny, diretti all’interno della sartoria. Arrivavano da Napoli. Justice Sonny Abi aveva un documento togolese a nome di Kwakou Samuel ma era ghanese di Kumasi. Gestiva un negozio di barbiere a piazza Garibaldi, non lontano dalla stazione. Tutti i giorni faceva avanti e indietro da Castel Volturno. Di solito utilizzava l’autobus, ma quella sera Awanga gli aveva dato un passaggio. Karim Yakubu detto Awanga, ventotto anni, di Nkoranza, era in Italia dal 2002. Abitava a Varcaturo. Aveva un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Lavorava anche lui a piazza Garibaldi in un negozio di prodotti africani (c’è chi dice che faceva il barbiere con Sonny). Quella sera Awanga aveva nascosto nei calzini settecento euro. Erano parte dei suoi guadagni, da inviare alla famiglia in Ghana. Alla fidanzata aveva detto che doveva consegnare quei soldi a un amico che spediva il denaro degli immigrati in Ghana. Con Sonny si erano fermati sul piazzale della sartoria per salutare gli amici. Solo qualche minuto, poi Awanga avrebbe accompagnato Sonny a casa e sarebbe tornato dalla fidanzata.

I sicari

Quando Giuseppe Setola evade dagli arresti domiciliari a Pavia, nell’aprile del 2008, il suo clan di riferimento – la frazione dei Casalesi capeggiata da Francesco Bidognetti, detto “Cicciotto ‘e mezzanotte” – è ridotto ai minimi termini: il capo e gran parte degli affiliati sono in carcere, i pochi uomini disponibili tutti latitanti. Appena rientrato, Setola convoca gli uomini di fiducia: Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, tutti ricercati dalle forze dell’ordine. Setola è stato il pupillo di Bidognetti. Gli altri lo considerano un capo. «Da questo momento si fa a modo mio», il messaggio è chiaro, la strategia elementare: riprendere in mano gli affari del clan in una zona che va da Castel Volturno a Villa Literno e oltre. Il territorio si riconquista con il terrore. Familiari dei pentiti, imprenditori che rifiutano di pagare le tangenti, ladri e spacciatori che agiscono sul territorio senza rendere conto al clan diventano i bersagli favoriti.

I quattro della banda dispongono di una rete d’appoggio di una dozzina di persone, il cui compito è soprattutto quello di “girare”, ovvero di raccogliere le tangenti e consegnarle al capo. La cassa, gestita direttamente da Setola, ammonta a circa novantamila euro al mese. L’arsenale del gruppo viene custodito a Varcaturo, in due villette dove i tre gregari di Setola trascorrono la latitanza. Alcune armi, tra queste un kalashnikov, restano nelle mani del capo.

Una scia di sangue

A partire dall’inizio di maggio nella zona della banda Setola si registrano una serie continua e indisturbata di agguati, uccisioni, ferimenti, intimidazioni a mano armata. Il 2 maggio un commando a bordo di due auto uccide Umberto Bidognetti, il padre del pentito Domenico, all’interno della sua azienda bufalina. Il 16 a Castel Volturno, località Baia Verde, viene ucciso Domenico Noviello, sessantacinque anni, titolare di un’autoscuola. Anni prima aveva denunciato i suoi estorsori. Il 30 a Villaricca tre uomini che si fanno passare per agenti della Dia, tentano di uccidere Francesca Carrino, nipote della pentita Anna Carrino, ex convivente di Francesco Bidognetti. Il colpo fallisce, la ragazza viene solo ferita. Il primo giugno in un bar di Casal di Principe viene ucciso Michele Orsi, imprenditore nel settore dei rifiuti, ritenuto vicino al clan Bidognetti. L’11 luglio a Ischitella, all’interno del suo stabilimento balneare, viene ucciso Raffaele Granata, anche lui aveva denunciato le tentate estorsioni. Il 4 agosto a Pescopagano vengono crivellati di colpi due cittadini albanesi, Arthur Kazani e Zyber Dani, che spacciavano nella zona senza l’autorizzazione del clan.

Uno degli obiettivi della banda è quello di imporre una tangente sul traffico di droga gestito dagli africani. I documenti ufficiali dicono che a Castel Volturno sono residenti 2500 immigrati, ma quelli senza permesso sono almeno cinquemila. Il sindaco dice quindicimila. La maggior parte lavorano a giornata come muratori o braccianti, altri gestiscono import-export o esercizi commerciali; poi ci sono quelli che spacciano e gestiscono la prostituzione, che sono soprattutto nigeriani.

Agli uomini di Setola non interessa da dove vengano e in che modo si guadagnino da vivere gli immigrati della Domiziana. Per loro sono tutti “neri”, una massa indistinta che si identifica con spacciatori e prostitute. E questi, come chiunque intraprenda un’attività sul territorio, devono pagare un tributo. Il capo confida a un suo uomo, Davide Granato, il compito di tenere i rapporti con i neri. Granato a sua volta ha un referente, un tale Tony, nigeriano, che ha il compito di spargere la voce nell’ambiente: chi non paga rischia di morire ammazzato. Ogni spacciatore, secondo Setola, deve versare una tassa mensile. Ha calcolato lui stesso una cifra complessiva di circa trentamila euro al mese.

Per dimostrare che fa sul serio la banda compie un’azione esemplare. Il 18 agosto, un mese prima della strage, un commando di sei persone assalta con pistole e kalashnikov l’abitazione di Teddy Egonmwan, il presidente dell’associazione nigeriani campani. In quel momento nella sua casa c’è una riunione affollata. Ma le armi si inceppano, l’agguato fallisce. Sul terreno restano cinque feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita.

La strage

Il pomeriggio del 18 settembre, come accade spesso, la banda di Setola si riunisce in uno dei due covi di Varcaturo. Con loro c’è anche Davide Granato, il responsabile dei rapporti con i trafficanti. È passato un mese dall’incursione a casa di Teddy, un mese segnato da altre intimidazioni armate, soprattutto a esercizi commerciali, e dalle uccisioni di Ramis Doda, un pregiudicato albanese, e di Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, titolare e dipendente di una ditta di trasporti.

L’agguato a Teddy non ha sortito gli effetti sperati. Si trattava di un messaggio, ma è stato recapitato alla persona sbagliata. Tony, il trait-d’union tra la banda e i trafficanti nigeriani, ha indirizzato i sicari verso la persona sbagliata, forse per regolare altri conti in sospeso. I trafficanti non sono stati sfiorati dall’intimidazione. Fino a quel momento, nessuno di loro ha versato un euro nelle casse del gruppo.

Nella villetta di Varcaturo Setola chiede a Granato se ha già individuato altri obiettivi da colpire. La risposta è evasiva, ma Setola non si scoraggia. C’è sempre qualche “lavoro” da fare. Intorno alle ventuno un commando armato fa irruzione in una sala giochi in località Baia Verde, trucidando il gestore, Antonio Celiento, 53 anni, pregiudicato. Setola lo considerava uno “spione”.

La banda rientra a Varcaturo, ma ci resta per poco. Il capo insiste con Granato per individuare i neri, li vuole colpire quella sera stessa. Stavolta Granato non si nega, risponde a Setola che li condurrà in un locale dove «se la fanno i neri». Basta questo perché le armi vengano ricaricate. Setola, Letizia, Spagnuolo e Cirillo indossano le pettorine dei carabinieri e salgono su una Punto grigia quattro porte, usata anche per altre incursioni. Si fingeranno carabinieri, simuleranno una perquisizione. Granato monta su una Honda CBR e li precede. In zona circolano le volanti messe in allerta dall’agguato nella sala giochi di Baia Verde, nemmeno mezzora prima. La circostanza non sembra preoccupare il commando, che nel giro di pochi minuti giunge indisturbato nel piazzale al chilometro 43 della Domiziana.

L’assalto è fulmineo. In trenta secondi vengono esplosi più di centoventicinque colpi da cinque pistole e due kalashnikov. I sette ghanesi che si trovano in quel momento tra il piazzale e il negozio del sarto vengono massacrati. «Sono tutti morti», dice uno dei sicari. «Andiamocene». La Honda riparte in direzione Castel Volturno. La Punto fa inversione a U verso il covo di Varcaturo.

Joseph Aymbora, l’uomo che riempiva i container di motori da mandare in Ghana, non è morto. Si trovava nel negozio del sarto a guardare le immagini sulla fotocamera digitale. È stato colpito quattro volte, ma è vivo. Quando arriva l’ambulanza viene trasportato all’ospedale di Pozzuoli. Sarà l’unico sopravvissuto. La polizia lo mette sotto protezione. È disposto a testimoniare.

La svolta nelle indagini arriva però il 30 ottobre con l’arresto dei gregari di Setola – Letizia, Spagnuolo e Cirillo – nelle due villette di Varcaturo. Vengono sequestrate le armi, le munizioni, le auto e le moto usate nelle azioni omicide, comprese le pettorine dei carabinieri, le palette e il lampeggiante usate per sconcertare le vittime. Uno dei sicari, Oreste Spagnuolo, decide quasi subito di collaborare con i magistrati. È soprattutto grazie alle sue parole che si ricostruisce lo scenario della strage di Castel Volturno. A metà gennaio, dopo una fuga rocambolesca attraverso le fogne, viene arrestato Giuseppe Setola, il capo della banda. Le indagini si chiudono nel giugno scorso, il pubblico ministero afferma che la sera del 18 settembre i quattro sicari e i loro complici agirono «con finalità terroristiche spinti dall’odio e dalla discriminazione razziale». (salvatore porcaro/luca rossomando)

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