La città delle concerie

Posted on 2 novembre 2009

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(malov)

Nelle fabbriche di Solofra la prima sirena suona alle sei. I fari delle auto degli operai fendono il buio delle strade fangose e spesso ghiacciate che dal paese scendono verso l’area produttiva, una distesa di edifici industriali, sorti disordinatamente nel corso degli anni. Solofra è uno dei tre principali poli italiani per la lavorazione delle pelli. La sua economia, e quella di una zona molto estesa che arriva fino a Salerno, è fondata sull’attività delle concerie. La conformazione geografica, con le montagne dell’Irpinia all’orizzonte, consente un costante stazionamento di nubi sulla zona. Il clima plumbeo si aggiunge al grigiore generale e al forte e sgradevole odore che si avverte fino ai paesi confinanti, Montoro superiore e Montoro inferiore.

Dopo pochi minuti dall’ingresso in fabbrica, i macchinari sono già in funzione. L’azienda nella quale sono stato ammesso per uno stage è una di quelle più antiche. In decenni di attività, periodi di difficoltà si sono alternati a momenti di forte crescita. Questo si riflette nell’aspetto della struttura, all’interno della quale i vari reparti si sovrappongono. Quando, durante i momenti di espansione, non è stato più possibile ricavare nuovi spazi in orizzontale, si è costruito in verticale. Accanto alla fabbrica un’enorme vasca di raccolta accoglie le acque di scarico di numerose industrie, sature di prodotti tossici, per poi inviarle al depuratore, sulla cui efficienza in tanti manifestano dubbi.

Gli uffici occupano una parte del primo piano, quella che un tempo era l’abitazione del fondatore. In quei tempi pionieristici, le abitazioni costituivano anche il luogo di lavoro dei primi conciatori, che utilizzavano arnesi primitivi e la forza delle braccia come strumenti di lavoro. Con l’espansione del settore, legata all’esplosione dei grandi marchi della moda, quelle prime attività hanno acquisito dimensione industriale, e le case, per aggiunte progressive, si sono trasformate in fabbriche. La dirigenza resta confinata, nella maggior parte dei casi, alle famiglie originarie, che gestiscono l’attività con criteri poco legati al moderno management. Al momento del mio arrivo, la produzione è in crescita, e la fabbrica cerca di darsi una struttura più moderna, nonostante all’orizzonte si profili il fantasma delle produzioni cinesi, ancora in ritardo dal punto di vista delle conoscenze, ma in prodigiosa crescita grazie, soprattutto, ai costi bassissimi.

La prima conoscenza la faccio con gli operai. Sono divisi grosso modo in tre livelli: i capi reparto, gli addetti ai macchinari e gli “uomini di fatica”, utilizzati unicamente per movimentare carichi pesanti. I capi reparto sono quattro, ognuno dei quali ricopre un ruolo fondamentale nel processo di lavorazione: il flusso in ingresso e in uscita delle materie prime, la selezione della pelle, la concia all’interno di enormi “bottali” rotanti, e la eventuale verniciatura a spruzzo, per ottenere una pelle con “effetto vernice”, sempre più di moda.

Marcello è il primo a offrirmi la sua amicizia. Lavora in un angolo del piano terra. Davanti a lui, un banco sormontato da una forte luce al neon, indispensabile per analizzare le pelli, scrutarle centimetro per centimetro, verificarne la consistenza al tatto. Alle sue spalle, una decina di calendari di pornostar, tre orologi da polso fissati alla parete non intonacata, e un crocifisso pieno di ragnatele. Ha la faccia sempre seria e le rughe di un sessantenne, nonostante abbia solo 47 anni. In sospensione nell’aria, minuscole particelle staccatesi dalla pelle lavorata, creano l’effetto di una nevicata perenne. Penetrano ovunque, fin sotto i vestiti, nei capelli e nelle vie respiratorie. Tutti gli operai sembrano incipriati, ricoperti da un sottile strato di polvere biancastra.

Marcello mi fa domande su Napoli. Mi chiede se abbia mai visto Maradona da vicino, come se parlasse di un santo. Non sempre riesce a formulare frasi chiare in corretto italiano, e dopo un po’ mi chiede: «Ma come devo parlare con te?». Gli dico di parlare come vuole, e allora sceglie definitivamente il dialetto della zona. Col passare dei giorni, Marcello mi introduce ai segreti del mestiere, mi parla della sua storia, della sua famiglia. Ha lavorato in diverse concerie, prima da operaio semplice, poi salendo la scala gerarchica fino all’attuale posizione di “selezionatore”. È lui che decide l’ordine delle lavorazioni, che suddivide con perizia la pelle di maggiore qualità da quella con qualche difetto, destinandole poi a produzioni diverse. In assenza di un vero inventario di magazzino, Marcello ricorda a memoria tutti i carichi di pelle presenti in fabbrica e sparsi un po’ ovunque, accatastati in angoli remoti, spesso sotto tonnellate di altri materiali. «Qui funziona così. Se qualcuno immagina di mettere ordine monitorando il flusso di materiali e razionalizzando l’uso delle scorte di magazzino, ha fallito in partenza». Sembra quasi una minaccia, in realtà me lo dice con il tono di una semplice osservazione.

Con il consolidarsi della nostra amicizia, Marcello comincia a svelarmi i meccanismi più nascosti della fabbrica, oltre a rendermi partecipe dei suoi gusti erotici, sfogliando i suoi calendari. La proprietà si appresta a installare un sistema informatico in grado di monitorare tutta l’attività della fabbrica. È la certificazione di qualità, imposta dalla legislazione europea, a rendere necessario questo passo. I dialoghi con quello che qui chiamano semplicemente “il padrone”, all’inizio mi danno l’impressione che vi sia la reale volontà di rinnovare la fabbrica. Viene installata in pochi giorni una rete interna e nuovi computer, alcuni accanto alle postazioni degli operai. Lo scopo è di rintracciare, in qualsiasi momento, la posizione di ogni singolo lotto di pelli. Molti operai non hanno mai visto un computer in funzione. Lo osservano spesso attoniti oppure ne stanno alla larga, attribuendogli funzioni di controllo della loro attività. In verità, la presenza dei computer è invisa non tanto agli operai, quanto ai due personaggi che, nei fatti, controllano la fabbrica. Li conosco dopo una decina di giorni che sono lì: si chiamano Sergio e Paolo. Formalmente sono i due rappresentanti dell’azienda, coloro che tengono i rapporti con i clienti esteri e italiani. Capisco presto che sono i veri burattinai dietro le quinte. Sono tutti e due del Nord, e con la proprietà esiste quello che mi sembra un patto tacito che consente loro di gestire l’attività con le mani libere. Il proprietario e i suoi familiari tengono d’occhio gli utili e il bilancio, esercitano sui dipendenti un’autorità da padre-padrone, tengono i rapporti con la politica e probabilmente con la camorra locale, ma delegano a loro le decisioni produttive e commerciali. «Gianlù, qui decidono tutto loro. Non è possibile controllare niente con i computer, perché quei due devono  avere le mani libere da intralci. Vedrai che questo sistema sarà solo di facciata», mi illumina Marcello. Senza dirlo chiaramente, fa intendere che i due stravolgono i piani di produzione in funzione dei loro interessi con i clienti; fanno sparire carichi di pelle, promessi magari a qualcuno; tengono in pugno gli operai con piglio deciso. Non sempre le loro manovre coincidono con gli interessi della fabbrica, ma gli operai e i capi operai tacciono, perché comprendono che quei metodi assicurano in ogni caso una certa prosperità all’azienda. Non riesco a capire fino in fondo la posizione del proprietario, il suo grado di conoscenza della situazione, se il suo sia un silenzio interessato oppure si tratti di incapacità a gestire il contesto produttivo. La risposta sta forse nelle cifre da capogiro che Sergio, Paolo e il proprietario Nicola guadagnano ogni mese: tra i quaranta e i cinquantamila euro i primi, ben oltre i centomila il secondo. I salari degli operai oscillano invece tra gli ottocento e i milleduecento euro. Alla fine di ogni mese, si mettono tutti in fila e salgono negli uffici. Il ragioniere allunga a ognuno, man mano che la fila avanza, la busta paga. Gli operai la aprono e, mentre si allontanano, contano le banconote.

Le condizioni di lavoro degli operai sono la prima cosa che colpisce al momento dell’arrivo in fabbrica. La concia della pelle ha lo scopo di renderla elastica, resistente e durevole. Caricate negli enormi “bottali”, le pelli grezze, in arrivo da Medio Oriente, Africa, Asia e America del sud, vengono prima sottoposte a un trattamento di concia, poi di colorazione. Ma le sostanze che si utilizzano – mi confessano un po’ tutti gli operai non prima di essersi accertati che non vi siano orecchie indiscrete nelle vicinanze – sono quelle vietate perché tossiche e cancerogene, come acidi e benzileni. «Le sostanze illegali costano meno», mi dice un ventenne che già vanta quattro anni di lavoro in diverse concerie. E poi aggiunge: «Se si volessero rispettare le norme, le concerie non sarebbero più competitive. Dovrebbero chiudere tutte e noi saremmo senza lavoro».

È il “chimico” il vero valore aggiunto di ogni fabbrica. Si tratta di un tecnico, il cui compito è quello di mescolare con saggezza e creatività vari prodotti chimici, per rendere la pelle di un colore unico e conferirle un aspetto non riproducibile dai concorrenti. Qui il tecnico è Franco, originario di Napoli – ci tiene a sottolinearlo –, formatosi nelle concerie di S. Giovanni a Teduccio. Viene visto dagli altri come una sorta di santone. Dai suoi miscugli chimici scaturiscono i colori e gli effetti speciali in grado di incantare i grandi stilisti, spingendoli a commissionare ordini milionari. Tra gli operai, è l’unico ad avere un ufficio proprio, una sorta di veranda in metallo e plexiglass affogata tra i macchinari. Vi sono custodite le preziose “ricette”, con le percentuali dei reagenti utilizzati per ogni creazione. A nessuno è consentito di entrare senza il suo controllo, lo spionaggio industriale è temuto più di ogni cosa, e la caccia alle streghe alimentata ad arte dai proprietari ha portato nel passato a qualche crocifissione sommaria, con l’accusa di aver copiato e venduto ricette alla concorrenza. Nonostante si tratti del luogo forse più importante della fabbrica, l’ufficio nel quale Franco in religiosa solitudine elabora i suoi intrugli è lurido come tutto il resto. Orgoglioso mi mostra alcune delle sue intuizioni di maggiore successo, fogli gualciti e sporchi conservati all’interno di raccoglitori. Le esalazioni velenose arrivano anche qui, nonostante questa specie di gabbiotto sia completamente chiuso. Gli chiedo della sicurezza, e lui mi sorride con un misto di amarezza e di tenerezza, come si fa con un ingenuo. «Ma quale sicurezza! Lo sai quanto costerebbe mettere a norma questo posto? Cifre enormi. Secondo te questi tirano fuori i soldi che servono?», mi dice indicando i piani alti. «Ma ci sono mai stati casi di cancro?», gli chiedo. «Conosco varie persone che, dopo aver lavorato una vita in conceria, hanno avuto tumori della pelle e ai polmoni. Ma tu li hai visti gli operai? La maggior parte di loro sono analfabeti e non riescono neppure a esprimersi. Quelli che si ammalano non lo denunciano, o vengono sconsigliati dal farlo, e d’altronde non esiste alcun monitoraggio serio della situazione. Tutta questa gente ha bisogno di lavorare e di sfamare le proprie famiglie. Sono abituate da sempre a sgobbare come bestie e forse non accetterebbero neppure di indossare mascherine o roba del genere. Quando qualcuno si è presentato al lavoro con la mascherina o i guanti, è stato preso in giro per mesi».

Le parole di Franco si sovrappongono a ciò che osservo attraverso le pareti trasparenti dell’ufficio. Gente che immerge le mani nude nei composti chimici e negli acidi, che estrae la pelle dai bottali entrandovi quasi completamente, inzuppando i propri abiti non impermeabili, schizzando ovunque, persino in pieno volto, le sostanze in essi contenuti. Al termine della giornata, i bottali vengono scaricati. I pozzetti di scarico faticano a far defluire i veleni e il liquido puzzolente e schiumoso invade il pavimento della fabbrica, mentre gli operai si muovono con i piedi immersi quasi fino alla caviglia. «In uno di questi pozzetti tempo fa è morto un operaio, risucchiato mentre cercava di liberare il condotto ostruito», mi dice Franco. Camminiamo nel lago che si è formato sul pavimento, schiuma chimica bianco brillante e coloranti nerastri che si alternano a chiazze, mentre le esalazioni formano una sottile nebbiolina. Lungo il percorso per arrivare alla scala che porta al piano superiore, incontriamo gli operai addetti ai trasporti manuali. Non riescono a emettere altro suono che indistinti grugniti, e il loro sguardo è inanimato come fossero imbalsamati.

Quella sera, a casa, ricerco in internet quali siano le misure di sicurezza previste dalla legge per produzioni industriali di quel tipo. Pareti e pavimenti completamente rivestiti di materiali impermeabili e lavabili, dispositivi di aerazione in numero notevole, attenta progettazione dei canali di scolo e dei pozzetti di scarico, indumenti impermeabili, guanti, protezioni oculari, mascherine, stivali in gomma e tutta una nutrita serie di accorgimenti e procedure da rispettare rigidamente per ridurre al minimo i rischi. Mi rendo conto che sarebbe necessario ricostruirla da zero la fabbrica, per renderla conforme a quei requisiti.

Il giorno successivo mi fermo, come di consueto, al banco di lavoro di Marcello. Mi dice che è riuscito a far entrare in fabbrica anche il figlio, ma non nel ruolo che sperava: «Ha fatto l’istituto tecnico e poi un corso di informatica, mi avevano promesso un posto in un ufficio, non voglio che marcisca qui giù come me». Gli chiedo se ci sia attività sindacale, nelle fabbriche di Solofra. «No, no», mi dice Marcello, e dallo sguardo capisco che quello sindacale è un orizzonte sconosciuto, forse solo teorico. Il difficile equilibrio sociale si regge su basi del tutto diverse. Sergio e Paolo invitano spesso alcuni operai ai sontuosi banchetti che si concedono quasi settimanalmente, prestano loro i propri fuoristrada e le loro case di Salerno con vista sul golfo. Lo stesso proprietario apre talvolta la sua lussuosa villa con piscina, costruita nella parte alta del paese, ai suoi lavoratori; condivide con loro cene e partite di calcio alla tv. Ma non si tratta di atteggiamenti forzati, la cultura di base è la stessa per operai e padroni, e le cene da migliaia di euro nei ristoranti di nome di Salerno e qualche pomeriggio a bordo piscina danno almeno l’illusione di una ricchezza condivisa dall’intera comunità. Eppure, del clima conviviale delle serate al ristorante, in fabbrica non c’è traccia. Dominano gli sguardi bassi, l’omertà e le mezze parole. Il sistema di controllo sui lavoratori, operai e impiegati allo stesso modo, è implacabile quanto invisibile. Si fonda sulle presenza di familiari e uomini di fiducia del proprietario in alcune posizioni chiave, pronti a osservare e rapportare eventuali comportamenti non graditi, nonché su una cultura generale che considera il posto di lavoro una concessione quasi miracolosa, da conservare anche a costo della dignità.

Negli uffici regna il silenzio più assoluto, rotto solo dallo squillo del telefono. Gli impiegati evitano di scambiarsi opinioni, di scherzare e persino di andare al bagno più di una, al massimo due volte al giorno. Giuseppe è l’impiegato con la maggiore anzianità di servizio. La posizione della sua scrivania indica, anche simbolicamente, la centralità del suo ruolo. Ha lo sguardo freddo e incattivito, i lunghi anni di lavoro in quel contesto gli hanno prosciugato la voglia di parlare. Evita di muoversi dalla sua postazione e quando lo fa serra di continuo le mascelle. A ogni ingresso del padrone nella stanza, scatta in lui un riflesso condizionato che lo spinge a inscenare un impegno e una dedizione totale. China il capo eseguendo immediatamente gli ordini che gli giungono dal proprietario e dai due rappresentanti, ma è pronto a rivalersi con astuzia e una cattiveria di cui resto sgomento su coloro che sono più in basso nella scala gerarchica.

Una mattina di dicembre, al mio arrivo in fabbrica, noto un camper parcheggiato davanti al cancello d’ingresso. È un laboratorio medico su quattro ruote. Ne escono i medici che annualmente sottopongono i lavoratori ai necessari controlli clinici. Una stanza al piano degli uffici viene adibita ad ambulatorio. Gli operai cominciano a fare la fila in attesa del prelievo di sangue e delle altre visite, alcuni sembrano un po’ intimoriti. Incontro Franco, che cede il suo posto in fila per avere più tempo per fare quattro chiacchiere. Parla a voce bassissima, e si interrompe ogni volta che passa qualcuno. Siamo alla fine della coda. Mi dice che tutti gli anni i responsi delle analisi sono eccellenti, che raramente i medici segnalano dei problemi. «Come è possibile – chiedo –, viste le condizioni in cui si lavora?». Franco mi fissa per un istante, e poi mi dice: «Come è possibile? Qui ci dicono la verità, secondo te?». In quel momento esce Marcello, con il batuffolo di ovatta ancora sul braccio sanguinante. Sorride radioso e mi annuncia solenne: «Il medico mi ha visitato e mi ha detto che scoppio di salute!».

Quando il camper va via, tutti hanno ripreso a lavorare già da un pezzo. I corridoi sono vuoti, gli operai sono tornati ai macchinari; si sente solo il rumore incessante e le vibrazioni dei bottali in movimento. È un rumore sordo che ti entra nel cervello e non va più via. Faccio un giro della fabbrica e sento che già si discute della cena di fine anno. Ogni anno il padrone ne organizza una e tutti gli impiegati sono obbligati a partecipare. Gli operai sorridono sornioni tra di loro, le signore degli uffici mostrano un crescente imbarazzo. Vengo a sapere di essere esonerato dalla cena perché non sono un dipendente e soprattutto perché abito lontano. Le signore mi guardano come fossi un miracolato. Chiedo il motivo di tanta attenzione per una cena di auguri. «Ma nessuno ti ha mai parlato della cena?», mi dice Giovanna, e non aggiunge altro. Incuriosito, interrogo gli operai. E sono loro, come sempre, a svelarmi il perché degli ammiccamenti di alcuni e dell’imbarazzo di altri. Quella che Giovanna teme tanto, è una serata che, dopo la lunga cena a base di numerose portate ed esibizioni canore del cui valore alcuni si vantano per mesi, prosegue con lo spogliarello di alcune ragazze escort o pornostar. Offre il padrone, che ogni anno contatta ragazze diverse, conquistando in un sol colpo un indice di gradimento altissimo tra gli operai. Le ragazze si spogliano completamente e si intrattengono con i presenti. Marcello mi racconta che da quel momento succede di tutto, si mimano atti sessuali, si balla avvinghiati alle avvenenti fanciulle, si fanno pesanti apprezzamenti sulle colleghe. «In realtà le signore vanno via di solito prima dello spogliarello, così come quasi tutti quelli dell’ufficio. Però accade qualche volta che l’atmosfera si surriscaldi prima, come lo scorso anno. Giovanna non ha gradito qualche sfottò…», mi fa Marcello. «E chi è stato?». «Sono stato io, ma scherzavo, non ho detto niente di particolare – mi confessa con l’aria di un sincero pentimento –. Però da allora non mi parla più… mi dispiace, non è che glielo puoi dire tu che mi dispiace?».

Lo faccio, e dopo un chiarimento piuttosto duro, li vedo stringersi la mano come due bambini dopo un litigio. Quando Marcello se ne torna al suo posto di lavoro, chiedo a Giovanna perché, insieme alle colleghe, si sottoponga ogni anno a una situazione non gradita come quella. La risposta mi lascia di sasso: «Un anno non ci sono andata. Il giorno dopo sono stata convocata nell’ufficio del padrone e sono stata duramente redarguita. Diciamo che la partecipazione, in questi casi, non è considerata facoltativa…».

L’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze natalizie, trovo Marcello con l’aria più corrucciata del solito. Si volta di tanto in tanto verso la parete con gli orologi da polso e calcola a intervalli regolari le ore e i minuti prima della sirena finale. Depenna dall’enorme foglio delle lavorazioni giornaliere quelle giunte a compimento, poi mi guarda e mi fa una richiesta strana: «Mi piacerebbe avere un orologio da parete, di quelli grandi, da appendere lì in alto. Così potrei vedere ogni giorno quando si avvicina il suono della sirena». Ne trovo uno non utilizzato negli uffici e, quando glielo porto, sospende immediatamente il lavoro e con un sorriso radioso si precipita a piantare un chiodo nel cemento per fissarlo alla parete. Ci mettiamo lì sotto e lo osserviamo entrambi, come se il lento scorrere delle lancette fosse in grado di fornire risposte, di svelare verità nascoste. Presto attorno a noi si radunano gli operai che pian piano hanno spento i loro macchinari, al termine del turno. Dopo un po’ si spengono le luci della fabbrica, rimane accesa solo quella del banco di lavoro di Marcello. Restiamo per un po’ attorno a essa, ci raccontiamo brandelli delle nostre vite e delle nostre esperienze. I ragazzi più giovani sognano una serata in uno dei locali alla moda di Napoli, i più grandi vorrebbero smettere di lavorare e vivere di rendita. Giovanni, invece, che gioca nella squadra locale come centravanti, sogna semplicemente un gol nella prossima sfida pre-natalizia e ancora recrimina per il rigore sbagliato la domenica precedente. (gianluca vitiello)

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