Una città e il suo doppio

Posted on 2 novembre 2009

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(kaf)

A un anno dalla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo, Mitrovica resta divisa tra un nord serbo e un sud albanese. Ogni cosa ha un doppione: scuole, tribunali, ospedali e documenti

Nonostante gli anni, la mercedes beige sorpassa con disinvoltura i trattori e gli altri veicoli che affollano la strada a due corsie che attraversa il Kosovo da nord a sud. La destinazione è Mitrovica, città che marca il confine tra il nuovo Kosovo indipendente (e albanese) e quello che si sente ancora provincia della Serbia. Per la precisione la linea di confine tra questi due mondi divide la città stessa in due, con il governo kosovaro che controlla la zona sud e la Serbia che mantiene il controllo di quella a nord del fiume Ibar. A fare da collegamento tra i due mondi un ponte sotto la vigilanza continua del contingente francese della KFOR. In realtà di ponti ce ne sono altri due, ma di questi si parla molto meno.

Mitrovica è il luogo dove in maniera più evidente si palesa la coesistenza tra due strutture statali parallele, che la dichiarazione unilaterale di indipendenza dello scorso anno ha ulteriormente allontanato. La Serbia, che pure riconosceva il mandato dell’UNMIK in quanto sancito da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, si rifiuta di riconoscere la legittimità del governo kosovaro e della missione UE in Kosovo.

I due sistemi intervengono in ogni aspetto della vita degli abitanti di questa città: dai tribunali alle scuole, dall’assistenza sanitaria ai documenti personali, dai sussidi economici alle patenti di guida e alle targhe delle auto. Per quanto riguarda le auto, nella parte nord si vedono le targhe con la sigla KM (Kosovska Mitrovica) emesse dalle autorità serbe, a sud dominano invece quelle con la sigla KS adottata dal nuovo governo. Il problema sorge per gli autisti dei veicoli in transito da una parte all’altra (e ce ne sono molti) che devono fermarsi e togliere la targa ogni qualvolta attraversano il fiume Ibar.

Per l’UNMIK, il controllo serbo sul nord di Mitrovica ha sempre rappresentato uno smacco difficile da digerire, che si rifletteva nella stigmatizzazione di quel pezzo di città come “zona grigia”. Nel 2002, Steiner, l’allora rappresentante speciale in Kosovo del segretario generale dell’Onu, dichiarava: «Se si getta uno sguardo su Mitrovica nord oggi, che cosa si osserva? Strade grigie. Giovani senza prospettive. Macchine parcheggiate in doppia e tripla fila. Disordine. Paura. Nessun investimento. Niente lavoro. Nessun futuro. È tempo di fare qualcosa…».

Mentre la situazione di Mitrovica, per la prossimità del confine con la Serbia, è in qualche modo estrema rispetto ad altre municipalità con una forte presenza serba – va ricordato il dato spesso sottovalutato che solo circa un terzo dei kosovari di etnia serba vive nelle municipalità del nord – è comunque fondamentale per capire la complessità del rebus kosovaro anche ora, a un anno dalla dichiarazione di indipendenza.

In tale rebus vanno poi inserite le minoranze rom, askhaljia e egiziane (RAE). La loro storia, il loro presente e la loro sorte sono strettamente legate a quanto accade nel resto del Kosovo.

Al comune di Mitrovica sud parlo con la funzionaria rom che ha funzione di collegamento tra la comunità e le istituzioni locali, che si sente impotente di fronte alle richieste, talvolta disperate, che le arrivano dai rom e per l’assenza di risorse e volontà politica da parte delle istituzioni che, dice la funzionaria, «spesso la fanno sentire come un pupazzo» messo lì per accontentare la comunità internazionale ma senza alcun potere reale.

Nel suo ufficio, uno stanzino senza finestre con un computer che non viene riparato da più di un anno, ci sono affisse due mappe del quartiere rom, una di prima della guerra del 1999 e della tabula rasa fatta dagli albanesi di ritorno a Mitrovica dopo la fine dei bombardamenti della NATO, e l’altra con evidenziate le aree dove dovrebbe risorgere, secondo i piani concordati dal comune con le agenzie internazionali, la mahalla dei rom. Il quartiere che una volta si estendeva su un territorio di circa venti ettari lungo la riva sud del fiume Ibar ora si è ridotto a poco meno di due ettari. La distanza tra quello che c’era prima e il presente diventa evidente mentre passeggiamo verso le nuove abitazioni assegnate da pochi mesi ad alcune famiglie rom che hanno accettato di fare da apripista di un controesodo che forse non avverrà mai. Quello che colpisce attraversando a piedi l’area è l’assenza di vita, l’assenza di musica, gli ampi spazi vuoti dove è stata rimossa ogni traccia di quello che c’era.

E quello che non è stato tolto dagli urbanisti e dagli architetti del comune e delle agenzie internazionali è stato rosicchiato dagli occupanti abusivi albanesi che subito dopo la guerra si sono mossi velocemente, con ruspe per demolire e con mattoni per erigere nuovi muri. D’altra parte, non si può dire che queste azioni siano state contrastate con vigore dalle autorità locali. Il comune anzi ha autorizzato la costruzione sul terreno dove da generazioni sorgevano le case in muratura dei rom di un mercato coperto, alcuni ristoranti con vista sul fiume e immobili vari non meglio definiti, ma sufficienti a ridisegnare il territorio, a occuparlo, e ad aprire potenziali ulteriori vertenze sui diritti di proprietà che si protrarranno per anni, sempre che i rom abbiamo le risorse e la determinazione per far valere i propri diritti su quei terreni, sanciti anche dalla risoluzione 1244 delle Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede il diritto degli sfollati di ritornare in condizioni di sicurezza nel loro luogo di residenza e riprendere possesso delle proprie abitazioni e proprietà.

La Roma mahalla era uno dei quartieri rom più vivaci e attivi dei Balcani dove prima della guerra vivevano almeno ottomila rom, oggi non resta che il nome e poche decine di rom, incerti sul proprio futuro. Dove c’erano persone, ora ci sono vaste aree desolate che l’estate ha coperto di papaveri selvatici e gli uomini di cumuli di rifiuti. E non si tratta solo di quelli prodotti dai residenti e non raccolti dalla nettezza urbana locale – nonostante la richiesta formale avanzata dai rom perchè venga garantita almeno una raccolta a settimana. Quest’area è anche una zona di scarico di immondizia prodotta altrove, soprattutto dalle centinaia di cantieri edili che montano e smontano pezzi di città, a Mitrovica e nei dintorni.

A nord del fiume Ibar, Mitrovica è ancora Serbia. La ciminiera rossa e bianca dell’enorme complesso industriale della Trepca ormai in disuso domina il panorama. Ai piedi dell’imponente colonna una collina nera. Sono tonnelate di polveri e detriti prodotti dalla lavorazione dei minerali. La collina nera è lì dov’è, apparentemente immobile, da dieci anni almeno. Apparentemente perchè le polveri per loro natura se le porta via il vento e le deposita ovunque: per le strade, sulle auto in sosta, sui vestiti distesi ad asciugare, sulle stoviglie, nelle case. Ma queste polveri, che contengono un’alta percentuale di piombo, sono altamente tossiche. E sotto alla collina le autorità internazionali hanno costruito un campo profughi che da anni ospita centinaia di rom, che si ammalano e muoiono per avvelenamento da piombo nell’indifferenza generale. «Siamo come pupazzi che gli albanesi, i serbi e la comunità internazionale muovono a proprio piacimento a seconda dei loro interessi», dice Skander, il leader del campo profughi di Leposavic, pochi kilometri a nord di Mitrovica, che avevo incontrato nell’ex-deposito dell’esercito jugoslavo divenuto da nove anni la casa di alcune centiani di rom. «Il campo non è un’abitazione dignitosa – dice Skander – ma almeno qui, nella zona dei serbi, ci sentiamo fisicamente sicuri, loro non hanno bruciato le nostre case e rubato le nostre cose».

Nella saletta comune ci sono tre computer e un grosso tavolo su cui sono impilati documenti, mappe e articoli di giornale. Ci sediamo intorno al tavolo, alle sue spalle ci sono foto del campo e due ritratti di Tito, ammirato dai rom per aver riconosciuto più di trenta anni fa il loro popolo e la loro cultura nella costituzione jugoslava. Racconta la vita al campo e le interminabili riunioni, conferenze, discussioni e le promesse mai mantenute dalle decine di interlocutori nazionali e internazionali che hanno fatto visita all’insediamento, ciascuno con la sua ricetta da proporre. (nando sigona)

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Posted in: mondo