L’ultima guerra di Christian Poveda

Posted on 18 gennaio 2010

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( disegno di malov )

Il Barrio 18 è una delle bande giovanili più numerose e violente del Salvador. Il fotografo francese Christian Poveda ha ritratto in un documentario la vita quotidiana dei suoi membri, tra feste di compleanno e omicidi. Ma qualcosa alla fine è andato storto

«Quante ne hai fatte di guerre, Christian?». «Mah… El Salvador, Guatemala, il problema dei contras in Nicaragua, Cile, Perù, Bolivia, Argentina. In Africa sono stato nel Sahara Occidentale, Sierra Leone. Un po’ in Libano, la guerra Iran-Iraq, Filippine, Cambogia… tante direi». E a quel punto si mise a ridere, una cosa inconsueta per questo tipo rude e serio, seduto davanti a me in un ristorante della zona alta di San Salvador. Aveva più di cinquanta anni, ma ne dimostrava molti di meno. Era mezzo francese e mezzo spagnolo, anche se era nato ad Algeri. Aveva un accento difficile da identificare. Era il luglio del 2007. Un incantevole imbrunire dissimulava le grigie strade della capitale del paese più violento del continente americano, El Salvador.

Durante quell’ora di conversazione Christian Poveda non parlò solo delle guerre che aveva documentato come fotografo. Ci raccontò anche della fuga dei suoi genitori dalla Spagna franchista, di come il Vietnam e il maggio ’68 lo avevano spinto verso quella professione, di quanto sia difficile non parteggiare per una fazione quando si lavora su un conflitto politico. Ma il tema che dominava la conversazione era un altro: La Vida Loca, il documentario che Christian stava girando da più di un anno su un gruppo di giovani del Barrio 18, una delle bande più numerose e violente del Salvador. E del mondo.

L’emigrazione della popolazione centroamericana verso gli Stati Uniti ha inizio ai tempi delle guerre civili degli anni Ottanta. Migliaia di famiglie fuggivano dalla violenza verso le grandi città del nord, per accumularsi in quartieri marginali, spesso già controllati dalle mafie. Una delle tante conseguenze fu la nascita di bande di centroamericani e messicani che sfidavano le bande di neri e di bianchi nell’unica maniera che avevano appreso nel loro paese di origine: con il sangue.

Nel decennio successivo la crescita di questi gruppi fu vertiginosa. Attualmente dai registri della FBI risultano ventiquattromila pandilleros (affiliati) attivi in territorio nordamericano, contando solo quelli che appartengono alle due bande principali: il Barrio 18 e la Mara Salvatrucha. Per rispondere a questa emergenza, il governo statunitense mise a punto un piano di deportazione verso i paesi d’origine per i giovani che fossero stati condannati. Centinaia di pandilleros allevati in Nordamerica, a partire dagli anni Novanta cominciarono a tornare in patria. Questi ragazzi furono la scintilla che fece esplodere il fenomeno delle bande nelle strade del Salvador, che oggi annoverano diciassettemila membri (su un totale di cinque milioni e ottocentomila salvadoregni) e sono responsabili della maggior parte dei quindici omicidi al giorno che si registrano nel paese.

Il Barrio 18 e la Mara Salvatrucha (o la 18 e la MS, come si chiamano in gergo) sono nemiche giurate, ma si tratta di organizzazioni sorprendentemente simili. Per certificare la loro devozione al gruppo, gli affiliati dell’una e dell’altra si tatuano in tutto il corpo le proprie icone. Entrambe reclutano i nuovi membri fra i giovani delle zone più povere delle città. Entrambe sopravvivono con le estorsioni ai commercianti locali, il traffico di droga e il mercato degli omicidi. Ma le due bande condividono in primo luogo la loro principale ragion d’essere: la guerra. La 18 e la MS vivono in uno stato di conflitto perenne: la linfa di cui si alimentano. Ed è forse per questo motivo che Christian Poveda ha deciso di dedicare loro l’ultimo reportage di guerra della sua vita.

Al termine dell’intervista nel confortevole ristorante del Salvador Christian ci mostrò alcuni degli scatti fotografici che accompagnano il documentario. Avevo già visto molte immagini di uomini e donne tatuati fin sulle sopracciglia che esibivano la loro miglior faccia da criminali. Decine di fotografi stranieri trascorrevano ogni anno una o due settimane nel Salvador per realizzare una manciata di questi scatti spettacolari da portare ai loro editori di Parigi o New York. Io stesso avevo scattato alcune di queste foto facili nelle prigioni della città. Eppure, immagini come quelle che Poveda ci mostrò quel giorno non le avevo mai viste. C’erano quei demoni tatuati che facevano colazione con i loro figli, che si baciavano durante un arresto, che si pulivano i tatuaggi, che fumavano crack, che si picchiavano durante i riti di iniziazione, che giocavano a biliardo: il risultato di un anno e mezzo passato insieme a loro, senza pregiudizi, senza fretta, senza l’urgenza di una pubblicazione. In quel momento uno dei giovani protagonisti della sua storia era già stato assassinato. Quando, alcuni mesi dopo, Poveda finì di girare il documentario, i cadaveri erano saliti a tre. Dal lavoro di Christian emergeva uno sguardo prossimo, crudo e silenzioso sulla quotidianità della banda, compresi i pomeriggi noiosi, le feste di compleanno e gli omicidi.

Quando ci salutammo ci invitò ad accompagnarlo un giorno alla Campanera, una delle zone marginali dove stava lavorando. Il suo volto, ancora serio, si era rilassato durante la conversazione. Mise via le foto e si allontanò con la sua inseparabile Nissan Pathfinder. Piú tardi, nella redazione de El Faro, il giornale dove lavoravo, ci fu un’accalorata discussione per decidere quale frase del fotografo francese avremmo usato per il titolo dell’intervista. Alla fine ci mettemmo d’accordo su questa: «Denunciare un fatto e riuscire a diffonderlo è una forma di militanza».

Poco tempo dopo accettai l’invito e andai con lui alla Campanera. In quella occasione mi resi conto che Poveda si sentiva molto più a suo agio in mezzo a una decina di adolescenti armati che di fronte a un registratore per un’intervista. Non era uno di loro, però in qualche modo era riuscito a inserirsi in quel contesto. Nei mesi successivi divenne un personaggio chiave del fotogiornalismo in Salvador. Appena finito il suo film cominciò a lavorare come insegnante e curatore di mostre nella sala di esposizioni dove i fotorerporter presentavano quelli che ritenevano i loro migliori lavori. Le sue sessioni di lavoro erano durissime. A volte, di una sincerità quasi insopportabile, la stessa che traspariva dagli articoli che pubblicava sui giornali. Sincerità che gli procurò, in eguale misura, odio e rispetto da parte dei suoi colleghi. Quasi nessuno lo sapeva, ma in quell’epoca Christian si era comprato una piccola pensione in un villaggio all’interno del paese e aveva deciso di abbandonare la vita nomade per istallarsi in Salvador.

O, per lo meno, è quello che aveva in mente quel 2 settembre del 2009. Erano passati più di due anni dall’intervista nel ristorante e quasi uno dalla prima de La Vida Loca. Nel primo pomeriggio Poveda prese la sua auto e andò alla Campanera, dove gli avevano dato appuntamento alcuni dei giovani con cui aveva vissuto nei mesi passati. Nessuno sa che cosa si dissero in quell’incontro, ma Christian non tornò mai più. Il suo corpo fu ritrovato a tre metri dalla Nissan Pathfinder con due fori di proiettile in faccia, sparati a bruciapelo. Si trovava al centro di quella strada che aveva percorso centinaia di volte per tornare dalla Campanera verso il centro della città. Pochi giorni dopo si effettuarono alcuni arresti. Secondo la versione della polizia, che gli amici di Christian considerano abbastanza verosimile, fu proprio il Barrio 18 ad assassinare il fotografo.

A quanto sembra, Christian si era impegnato a cedere alla banda una copia del film prima della sua distribuzione commerciale, in modo da poterla vendere nei circuiti dei Dvd pirata e guadagnarne qualcosa. Era una clausola dell’accordo grazie al quale il francese aveva ottenuto il permesso di documentare la vita dei pandilleros. Ma qualcuno lo anticipò. Una registrazione della proiezione del documentario fatta in un festival internazionale arrivò in Salvador prima che i pandilleros potessero trarre profitto dalla distribuzione illegale. Il fatto giunse alle orecchie di un leader della banda che dovette considerarlo come un tradimento e diede l’ordine di assassinare il fotografo. Questo boss, conosciuto con il soprannome di El Molleja, è ritenuto attualmente il responsabile della morte di Christian Poveda.

Vuole il caso che questo leader pandillero fosse il protagonista di una delle immagini del reportage fotografico che Christian realizzò insieme al documentario La Vida Loca. Una fotografia che gli piaceva così tanto da diventare la copertina del suo lavoro e addirittura la foto del suo profilo in Facebook. Vuole il caso che in quell’incantevole pomeriggio del luglio 2007, in un ristorante della zona alta di San Salvador, Christian Poveda ci mostrasse, senza saperlo, la foto del suo assassino. (edu ponces/traduzione di carola pagani)

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