La baia dei rimpianti

Posted on 9 luglio 2010

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Negli anni ’60 Baia Domizia attirava un turismo d’elite, ma quel periodo non durò a lungo. Le colate di cemento, gli sfollati del terremoto e l’inquinamento hanno cancellato il mare e i ricordi

«Forse farei meglio a dirti che le cose vanno benissimo, che il mare è cristallino e l’inquinamento non esiste…». Seduto dietro la scrivania della sua agenzia immobiliare di Baia Domizia, Amedeo si interrompe solo all’arrivo dei pochi clienti che passano per l’affitto di una villetta per l’estate. Baia Domizia è l’ultima tappa campana sulla statale 7 quater, che collega Pozzuoli con Sessa Aurunca. Gli scorci in cui la natura riemerge prepotente vengono inghiottiti dai palazzoni che sbarrano la visuale verso la spiaggia, e l’aria si fa irrespirabile quando la strada incrocia i Regi Lagni. Nulla sembra cambiato dall’estate dell’emergenza, dello sciopero dei dipendenti del depuratore di Cuma, delle psicosi collettive. Forse è per questo che Amedeo sorride amaro. Per lui, il litorale è nelle stesse condizioni da oltre venti anni: «Quello che è accaduto lo scorso anno è una cosa ricorrente. Il depuratore non ha mai funzionato, è perennemente intasato e spesso i responsabili scaricano i reflui direttamente in mare. E di scarichi fuori controllo ce ne sono tanti altri. Lo scorso anno è stato montato un caso… Succede quando si vogliono far fuori le attività esistenti per sostituirle con altro. Anche quest’anno ci hanno provato con i Regi Lagni».

Amedeo si allontana e ho il tempo di soffermarmi sui quadri alle pareti, tutti opera di suo padre, un anziano avvocato che mi osserva da un angolo. È lui ad aver avviato l’attività, prima dell’avvento dei figli. Lo sguardo mite nasconde una volontà inossidabile, che lo ha spinto a opporsi ai criminali della zona, ricavandone in cambio un attentato. Ora scrive canzoni e libri, poesie d’amore. Mentre attendo l’altro figlio, Mimmo, osservo le strade deserte insieme a un socio, Fabio. Si aspettavano in maggio qualche presenza in più, ma mi dice che i frequentatori del posto sono quasi tutti proprietari, la borghesia napoletana che acquistò qui tra gli anni Sessanta e Settanta. Eppure, rispetto ai palazzoni di Castel Volturno, il nucleo originario delle costruzioni di Baia Domizia richiama suggestioni lontane.

Fabio e Mimmo mi raccontano della Baia Domizia che fu, dell’idea iniziale, negli anni Sessanta, di renderla un luogo d’élite: case basse e immerse nella pineta, pochissimo cemento. La scarsa lungimiranza e la mancanza di mezzi dell’imprenditoria locale, portò all’acquisto dei terreni da parte di imprenditori veneti. Mimmo se li ricorda: anni di feste e artisti di fama, bella gente, vacanzieri internazionali, i primi topless delle ragazze svedesi nel vicino villaggio, che fecero gridare allo scandalo il vescovo di Sessa Aurunca. Una località alla moda in grado di rivaleggiare con Porto Cervo e Capri, di attirare John Lennon, Patty Pravo, Michelangelo Antonioni, Totò, il principe Aga Khan. Ma le grandi speculazioni arrivarono presto, imperniate sul sistema di potere clientelare della DC, fortissima in Campania come in Veneto. Poi, nel 1975, la suddivisione della località tra i comuni di Cellole e Sessa Aurunca, che finì per bloccare ogni progetto. Il simbolo con la B e la D contrapposte, ideato da un famoso artista, era a quel punto già un ricordo. Arrivò il terremoto dell’Ottanta, l’occupazione delle case da parte degli sfollati. «Ma quali terremotati, molti arrivavano da  Napoli solo con l’intento di appropriarsi delle case. Capivamo che gente era quando li vedevamo andare via portando con sé persino i lavandini e i cessi», dice Mimmo.

Da allora è stato solo abbandono e declino. Nel bar che ancora gestisce ci offre l’aperitivo Zeno, imprenditore del Nord arrivato qui negli anni Sessanta e innamorato dei luoghi al punto di non voler più andare via: «Vuoi vedere com’era Baia Domizia?». Nel suo locale è esposta una gigantografia che prende quasi tutta una parete: una pineta enorme degradante verso il mare, poche casette quasi invisibili sotto gli alberi, le stradine in pietrisco. Zeno è la memoria storica, insieme a Mimmo. Con Fabio e Amedeo hanno in mente progetti di riqualificazione che riprendano quel discorso interrotto tanti anni fa: tutela del verde e delle spiagge libere, oasi naturalistiche, decoro delle facciate, piste da jogging in pineta, il sogno della bandiera blu di Legambiente.

Sulla vetrata del bar c’è una cartina della balneabilità per la stagione 2010. Dati ballerini che variano anche in base agli interventi delle amministrazioni. Come nel caso del sindaco, che era riuscito a ottenere un finanziamento per la bonifica dei canali a Nord della località. Niente opere per la depurazione delle acque però, il denaro fu usato per rimuovere semplicemente tutto ciò che ostruiva i canali. Rottami di auto, carcasse di animali e detriti, ma anche le canne che filtravano naturalmente i liquami. Con il risultato che il mare è ora persino più inquinato di prima. Qualcuno alle spalle mi sussurra: «Aveva un familiare che gestiva una ditta che fa di questi lavori…».
(gianluca vitiello)

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Posted in: attualità, voci