I falsi miti della politica dell’acqua

Posted on 27 luglio 2010

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I politici si riferiscono spesso a cause impolitiche, esterne e incontrollabili, quando devono, per interesse ideologico, far accettare misure non tanto digeribili dal senso comune. Il caso della gestione dell’acqua è, in questo senso, emblematico.

Il cosiddetto decreto Ronchi (135/2009) che disciplina la gestione dei servizi pubblici locali ha aperto il dibattito riguardo alla gestione dell’acqua. Il ministro delle politiche europee, in sostanza riprende l’art. 23 della legge n. 133/2008, che nel disciplinare i servizi pubblici locali di rilevanza economica dava priorità alla gara d’appalto per l’affidamento della gestione. In questo modo, il ministro ripete la cantilena che è necessario adeguarsi alle leggi e ai trattati europei nel campo dei servizi pubblici, nascondendo la fede nel pensiero economico neoliberista nonché gli interessi economici nei processi di privatizzazione sotto la bandiera europea.

Si tratta di un atto impolitico perché non argomentato da una visione convinta e convincente sulla necessità di privatizzare la gestione dell’acqua o rendere competitiva l’aggiudicazione di una gestione di tale monopolio naturale. Tutta la colpa, infatti, viene scaricata sulla volontà europea sancita nei trattati, tanto che il ministro Tremonti accusa di falso ideologico i referendum presentati dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua e da altre centinaia di associazioni culturali, religiose e sociali che si sono fatte promotrici dei tre quesiti che provano a far riemergere la possibilità che a gestire il ciclo integrato sia un ente pubblico.

Il comitato promotore ha raggiunto la cifra record di un milione e quattrocentomila firme, accogliendo un generale consenso che supera di gran lunga il numero dei firmatari. Un consenso che rischia di convincere anche molti elettori degli schieramenti neoliberali di destra e di sinistra. Meglio, quindi, rendere impolitica la discussione, dare la colpa all’Europa e affrettarsi con i regolamenti attuativi della legge approvati nella seconda metà di luglio.

Ma si tratta di una colpa che, per questa volta, la burocrazia europea proprio non ha. Non perché l’economia neoliberale non sia l’unico vessillo anche nel parlamento e nelle commissioni europee ma semplicemente perché una posizione definitiva l’Europa non l’ha mai espressa. La direttiva delle acque (2000/60 CE), per esempio, definisce la fornitura dei servizi idrici come “servizio d’interesse generale”. La commissione, dal suo canto, nella comunicazione sui servizi d’interesse generale, lascia alle autorità locali di definire le modalità del loro adempimento, e agli stati la libertà di definire cosa considerino servizio d’interesse generale. Il paragrafo 22 concede allo stato, anche a quello italiano, di definire l’acqua un servizio di interesse generale e decidere il tipo di affidamento da adottare e il tipo di istituzione da sviluppare. L’atto impolitico di riferirsi all’unione europea per mandare avanti il processo di mercificazione dell’acqua rileva che il vero colpevole di falso ideologico è Tremonti e non il movimento per l’acqua pubblica.

L’altra cantilena dei soggetti interessati alla mercificazione del servizio idrico ripete che l’acqua rimarrà pubblica, che nessuna legge italiana prevede la cessione di proprietà dell’acqua. Un altro mantra impolitico perché devia la discussione dalla questione centrale. Rendere l’acqua una merce ha un unico scopo: trarre profitto dalla sua gestione. Ciò a cui sono interessati gli imprenditori dell’acqua è il profitto garantito ottenibile dalla gestione del servizio; che il proprietario sia Dio, lo Stato o il popolo non importa, la proprietà non dà accesso a una rendita. Nel caso dell’acqua la rendita si ottiene gestendo il servizio. In tutto il mondo, infatti, ai gestori privati è garantito un ritorno sul capitale investito, ovvero una rendita di posizione ottenuta attraverso l’aggiudicazione di una gara. Il ritorno sul capitale in Italia è il sette per cento, come stabilito con un decreto ministeriale dall’allora ministro Di Pietro che oggi si dichiara contro la privatizzazione. Questo ritorno è garantito a partire dai Piani di Ambito in cui sono previsti gli investimenti; resta chiaro che, facendo leva sulla gestione dei costi, la società che ottiene l’affidamento porterà al di sopra di tale livello la sua redditività. Maggiore, infatti, è la capacità del gestore di minimizzare i costi, maggiore è il profitto che può trarre dalla gestione, per cui il sette per cento deve essere considerato come remunerazione minima e non massima del gestore.

Del resto la neutralità rispetto alla proprietà, pubblica o privata, e anche evidenziata dalla suddetta comunicazione della commissione sui servizi d’interesse generale, al paragrafo 21, dove si può leggere che non è necessario al fine di una corretta gestione del servizio privatizzare le aziende pubbliche. Non è necessaria la privatizzazione, dice la commissione.

Quindi avanti con i referendum, torniamo alle aziende pubbliche e gestiamo il servizio di interesse generale che è l’acqua.

(quincas l’acquaiolo)

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Posted in: attualità