Chi vuole essere giornalista?

Posted on 19 settembre 2010

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(foto di carola pagani)


In Italia fare il giornalista è dura.
Qualcuno decide di provare con la gavetta in redazione, che durante un’interminabile prima fase è immancabilmente non retribuita. Poi, solo per i più fortunati, potrebbero arrivare dei mini-contratti, mini per durata e retribuzione.

Un’altra strada, per chi se lo può permettere, sono le scuole di giornalismo – Perugia, Milano, Urbino, Torino – che si fanno pagare (profumatamente) per “formarti” alla professione, con un biennio che oltre ai corsi comprende stage all’interno dei più importanti giornali e canali televisivi italiani. È un po’ triste, lo so, ma di fare quello che ho fatto per anni al giornale in cui lavoravo, senza vedere un soldo, rimettendoci anzi parecchio tra benzina, telefonate e biglietti della metro, non ne potevo più. Soprattutto mi sembrava di essere abbandonato a me stesso: era il pezzo, quello che importava; il pezzo da inviare entro le diciotto, e basta. Non se fosse scritto bene o male, l’importante era che arrivasse. Il fatto è che non credo di essere già un giornalista infallibile, eppure quasi mai mi hanno corretto un articolo. Diciamo che non li avranno letti con grande attenzione. Allora ho deciso di provare con la scuola.

Certo, per quelle che sono state da sempre le mie idee non è il massimo andare a “comprarmi” (con i soldi dei miei, peraltro) l’accesso al mestiere. Chi se lo può permettere, in questo modo, ha una possibilità; gli altri si attaccano. Forse è per questo, per non buttare definitivamente dalla finestra la mia coscienza, che almeno ho deciso di scriverci un pezzo.

La selezione per una scuola di giornalismo però non è solo la selezione naturale basata sulle possibilità economiche. C’è anche una selezione sulle “capacità”, perché i posti disponibili sono pochi, una trentina in media. L’esame scritto sembra abbastanza efficace: tre o quattro ore, a seconda della scuola, per scrivere un pezzo di attualità (scegliendo tra una decina di tracce), effettuare la sintesi di un lungo articolo, e rispondere a dieci/venti domande di cultura generale. Una settimana dopo la prova ricevo una mail, nella quale mi viene comunicato il “passaggio del turno”: sono trentatreesimo sui settanta ammessi alle prove orali, una metà circa dei partecipanti allo scritto. Mi metto così in viaggio, in treno, dormo in un b&b cercando di economizzare, e la mattina sono pronto all’interrogatorio.

«Si segga, lei ha studiato letteratura all’università, bene… Che cosa ha scritto Tizio? E Caio? Eh no! Così è troppo facile, non deve mica conoscere solo l’opera principale, suvvia ne dica un’altra». Un po’ intimorito riesco a cavarmela, ma la partenza non è stata facile. Provo a guardare le facce dei miei carnefici, immaginando cosa potrò aspettarmi da loro. Un signore sulla settantina mi sorride per un attimo, prima di passare la parola al più elegante della compagnia. Lui fa domande di economia: «Bene, vediamo un po’… Sa dirmi a quanto ammonta il debito pubblico italiano? No, non lo sa, lo vedo dagli occhi. Però forse saprà dirmi qual è l’azienda pubblica con il maggior fatturato. Lo sa? Avanti, ha trenta secondi di tempo per rispondere! Le do anche un aiutino: è l’Eni o l’Enel?». Forse queste ultime frasi le ho soltanto immaginate, però mi autogiustifico: in questo strano “lascia o raddoppia” non è quella la materia che avrei scelto. Magari storia, forse quello si. Ed ecco, proprio mentre ci penso, che la parola passa a un altro signore. L’addetto alla storia, a quanto ho capito. Ha una bella cravatta, però è visibilmente annoiato: «Lei sa come si chiamava il garibaldino che ha fondato il “Corriere della sera”? E la data di nascita del quotidiano “La Stampa”? Bene, benone! E ora, a mitraglietta: è pronto? Morte di Aldo Moro? Mondiali di calcio vinti dall’Italia? Delitto Matteotti? Concerto di Woodstock? Dove si trovano le isole Malvinas? E l’Uzbekistan? Benissimo, può andare ora».

Respiro, ma sono un po’ rintronato. Mi alzo, ringrazio, sorrido come un ebete, e penso che davvero non lo so se è questo il modo giusto per valutare qualcuno. Però in fondo me la sono cavata: anzi avrei potuto dirgli che secondo me funziona.

Ora sono tornato a casa, e aspetto i risultati. Ma se dovesse andar male, lo giuro, è la volta buona che provo con Rai 1: mia madre l’ha sempre detto, a quel quiz che fa Carlo Conti potrei cavarmela benissimo. (pazzaglia)

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