Nel paese della libera istruzione

Posted on 5 ottobre 2010

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(disegno di cyro )

«Nelle scuole private i docenti non vengono pagati, firmano buste paga fasulle in cambio del punteggio per la graduatoria. Si scandalizza? Ho una nipote che lavora così da cinque anni». Ride, e di gusto, chi risponde al telefono dalla segreteria del direttore dell’ufficio scolastico provinciale di Napoli. Come è possibile che queste scuole vengano riconosciute come paritarie? Che non siano sottoposte a controlli? «Il direttore non vuole rilasciare interviste. È impegnato, ha molto da lavorare».

Benvenuti nel paese della libera istruzione, terra di conquista per sedicenti imprenditori del sapere: guadagni facili con rette altissime e risparmio netto con insegnanti non stipendiati. Incentivati spesso da denaro pubblico a cascata. Esemplare il caso di un liceo scientifico in provincia, a Pomigliano d’Arco. Riapre l’anno scolastico e fuori dai cancelli tra gli studenti si sentono accenti strani, “forestieri”. Vengono da molto lontano. Dalle Alpi in giù sembra non ci siano condizioni migliori di quelle offerte a Napoli.

«Sono arrivato ieri sera a Capodichino e ho dormito in un ostello», racconta Mario che viene dalla Valtellina. Tra i banchi dell’ultimo anno avrà come compagni liguri, piemontesi, laziali e sardi. «No, non dovrò trasferirmi. Basta che venga una volta al mese per un paio di giorni. La frequenza non è richiesta», spiega Giovanna, che vive a Genova. Un uomo sulla quarantina, Alfredo, di Rieti, è l’alunno più anziano: «Devo prendere questo pezzo di carta per conservare il posto di lavoro, ma me ne vergogno. I miei figli li ho iscritti in una scuola pubblica e li obbligo a studiare. Io mi trovo costretto a ricorrere a questi trucchetti, se lo scoprissero non avrei il coraggio di guardarli negli occhi». Mi chiedono di conservare l’anonimato. Sono quasi tutti sopra la ventina, hanno un lavoro nelle regioni da cui provengono e sentono di essere complici di un sistema illegale.

Hanno saputo di questo liceo attraverso il passaparola di conoscenti che c’erano già passati. La garanzia del diploma gli costa quattromila euro all’anno. Sono esentati dal frequentare, devono presentarsi solo di tanto in tanto; in compenso devono essere rigorosamente puntuali nel pagamento delle rette. E il numero minimo obbligatorio di presenze? A quello ci pensano i docenti. «All’inizio ero terrorizzata dall’idea di un’ispezione. Avrebbero trovato l’aula vuota e scoperto la falsificazione del registro. Qui però non è mai venuto nessuno a controllare – spiega l’insegnante di filosofia –. Per preparali un minimo, prima degli scorsi esami di maturità, a maggio ho tenuto una settimana di lezioni vere. Ma mi rendevo conto di quanto fosse fuori luogo parlare di etica, di estetica in una situazione del genere. Per non parlare dei compiti degli esami, che dobbiamo svolgere uno per uno a tutti gli alunni». È lei ad aver segnalato il caso.

Dall’interno la struttura sembra una vera scuola, non troppo diversa da quelle pubbliche: aule e corridoi abbastanza ampi, manca solo la scala di emergenza. Si chiacchiera tra colleghi all’interno della sala professori. Come si può lavorare gratis, accettare questo ricatto? Sono titubanti a parlare, ma il preside non è ancora arrivato, così prendono coraggio. Raccontano di uno sfruttamento ordinario, testimoniato da decine di insegnanti che lavorano in tante scuole parificate elementari, medie e superiori, in città e provincia, che periodicamente sfogano la loro rabbia manifestando all’esterno dell’ufficio scolastico provinciale. Ogni tanto viene fuori uno scandalo, una scuola viene chiusa, i proprietari denunciati. Lo scorso anno si è concluso con l’arresto di una quarantina tra insegnati, sindacalisti e dirigenti scolastici per falsificazione delle graduatorie. Nulla però sembra scalfire gli oliati meccanismi del sistema. «A Napoli funziona così», sostiene la dritta e sorridente segretaria del direttore scolastico.

Loro, gli insegnanti, si sentono complici e vittime. «Gli unici a essere pagati sono il preside e i bidelli. Ho accettato di lavorare a queste condizioni perché non avevo alternative – dice il professore di matematica –, nelle graduatorie delle scuole pubbliche non sono stato mai chiamato. Qui almeno mi versano i contributi e mi danno i dodici punti all’anno per continuare a sperare in un incarico o in una supplenza statale». Un cursus dis-honorum che fino a qualche anno fa sembrava realmente funzionare. Poi sono intervenuti i tagli alla scuola pubblica e la consistente riduzione dei posti disponibili. «Non ci spero più tanto, sono tre anni che sto qui. Ormai cediamo quasi tutti al ricatto delle private», è il parere della docente d’italiano. «Perché lo faccio? Perché lo fanno tutti e così alimentiamo reciprocamente l’illusione. Vado avanti per inerzia e ogni tanto mi risveglio e mi accorgo che non ci sono soluzioni. Dovrei fare come i colleghi che sono scappati al nord dove le scuole private pagano, ma non voglio allontanarmi da marito e figli».

Nel libero stato dell’istruzione napoletana essere impiegato, anche in una scuola del genere, è un’opportunità da non lasciarsi sfuggire. E le dimissioni, argomento da non prendere a cuor leggero. «L’anno scorso – raccontano i professori – abbiamo chiesto che ci fosse riconosciuto un rimborso spese, almeno per non rimetterci soldi in benzina. Ci è stato risposto che i contributi già sono un onere gravoso e che comunque ci avrebbero messo poco a rimpiazzarci. È stato un argomento convincente…».

Le alternative non paiono convenienti. Per cumulare i punti ci sono corsi di formazione e master ad hoc per gli insegnanti. Alcuni si possono seguire on-line. «I costi sono variabili. Ma in media – spiega un sindacalista delle rappresentanze di base – i più economici si aggirano intorno ai seicento euro, durano circa tre mesi e consentono il riconoscimento di tre punti. Vale a dire una spesa di oltre duemila euro per cumulare il tetto massimo di dodici punti previsto per ogni annualità».

A scuola suona la campanella. I professori si avviano verso le aule. Qualcuno tiene il libro aperto e ripassa gli argomenti della lezione. La presenza degli alunni, per il primo giorno, restituisce un senso di normalità all’assurdo dei racconti di pochi minuti prima. Intanto, alla direzione scolastica lavorano tanto alacremente da non poter rispondere a semplici domande. Che si stiano finalmente occupando della questione? (luca romano)

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