Natura morta con rom ad Acerra

Posted on 8 ottobre 2010

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( foto di carola pagani )

 

Campagne tra Acerra e Brusciano, via Spiniello, contrada Candelara. Di fronte all’asse mediano, da più di dieci anni, una comunità slava occupa terreni di proprietà dell’Alfasud di Pomigliano. Uno dei capifamiglia (il campo è diviso da recinzioni che separano i diversi nuclei familiari) si chiama Miroslav, uomo di mezz’età corpulento, taciturno e diffidente («voi venite, scrivete, poi andate via e noi rimaniamo qui senza aiuti»). La sua famiglia è composta da circa quindici persone, tra figli e nipoti. La primogenita, Cica, ha quasi trent’anni ed è paraplegica da sette, in seguito a una caduta. Negli ultimi giorni la febbre alta non le dà tregua e soffre di continue emicranie. L’assistenza sanitaria, per lei, è una novità: da un mese le sue piaghe da decubito sono peggiorate e l’Asl Napoli 2 Nord ha deciso, sollecitata dal comune, di mandare a spese proprie alcuni infermieri a cambiarle le medicazioni tre volte a settimana. Per tre anni ha provveduto da sola a sostituirle, con un altissimo rischio di infezione. Il campo, infatti, è un ammasso di detriti, polvere, pneumatici, elettrodomestici sfasciati e sporcizia, senza i minimi servizi. È costituito da sei baracche, i cui muri sono in realtà porte messe di traverso, una sull’altra, plastica e compensato che cade appena si alza il vento. L’acqua non c’è, il comune provvede a portarla in alcuni bidoni ogni settimana.

Ad accompagnarci durante la prima visita è Eustachio Paolicelli, ex vicesindaco di Acerra, che conosce i membri della famiglia Jovanovic uno a uno, essendosene occupato tramite l’associazione “Acerra Nostra”, che lui stesso gestiva fino a pochi mesi fa. Paolicelli lamenta l’assenza delle istituzioni che lo hanno costretto a cessare le attività perché «nessuno mi ha mai aiutato, da solo non ce la facevo più». Per anni ha fornito agli immigrati scarpe, pasta e alcuni beni di sostentamento, li ospitava al centro, organizzava corsi d’italiano «perché meritano un futuro migliore, non possono rimanere qui». Miroslav però sembra non essere toccato dalla questione, pare rassegnato: sono lì da oltre dieci anni e non credono più a nessuna possibilità di sistemarsi in condizioni migliori. Paolicelli gli parla di alcune palazzine confiscate alla camorra che il comune di Acerra dovrebbe assegnargli. I due fabbricati da trecentocinquanta metri quadrati sono disponibili da gennaio ma Miroslav non lo sapeva ancora. La notizia, però, non gli è di conforto. Ha paura di andare a vivere in un’ex proprietà della camorra, spaventato dall’idea che qualcuno obblighi la sua famiglia ad andarsene.

Per verificare lo stato dei lavori delle palazzine, chiediamo delucidazioni al comune di Acerra. Il sindaco Tommaso Esposito, centrosinistra, ci riceve nel suo elegantissimo studio e il frenetico dirigente dei servizi sociali Giuseppe Gargano, brillante camicia color malva, ci illustra puntigliosamente la questione, mostrandoci tutte le carte: «La comunità slava che risiede da più di dieci anni in quella zona, occupa abusivamente un terreno di proprietà privata. Il comune potrebbe ordinare uno sgombero, ma non lo fa perché io e altri dirigenti ci opponiamo per buon senso. Abbiamo un pulmino che porta i nipoti di Miroslav a scuola, portiamo loro l’acqua, e ci siamo recentemente attivati per l’assistenza sanitaria a Cica. Nelle due villette confiscate non si può trasferire nessuno. Rientrano nel progetto “Integra”, parte del programma operativo nazionale per la sicurezza, e saranno sì concesse alle famiglie del campo rom di Acerra, ma non a uso residenziale, poiché non previsto dall’unione europea, bensì a scopi ricreativi esclusivamente diurni. Dunque, in quelle case dovrebbe nascere un centro d’accoglienza che rimarrà aperto fino a sera, subito dopo provvederemo a riportare tutti al campo». La famiglia di Miroslav potrà, una volta che i lavori saranno terminati e che sarà affidata la gestione attraverso un bando, andare lì durante il giorno, imparare un mestiere, i nipoti potranno imparare a leggere e scrivere, a patto che la sera tornino tutti a contrada Candelara.

Alcuni giorni dopo, di ritorno al campo, comunico a Miroslav, insolitamente nervoso, quanto riferitoci al comune: «Un’altra presa in giro, che ce ne facciamo di un centro di accoglienza, se poi la sera dobbiamo tornare a dormire qui?», urla mentre impugna un asse di legno. Nel frattempo, Cica è migliorata, è visibilmente più allegra e ci parla dei suoi amori difficili: il primo marito è scappato sette anni fa, quando è diventata paraplegica. Il suo attuale fidanzato è in carcere e ci resterà per sei anni, e lei non può fargli visita perché non ha i documenti in regola. Decido di aiutarla a scrivergli una lettera, ci fa accomodare in cucina, piena zeppa di peluche. Suo figlio, Giuliano, dieci anni, è l’unico dei cinque bambini della famiglia (tutti nati ad Acerra) ad andare a scuola; oggi però ha fatto festa, ed è rimasto nel campo, a girare in bici e a giocare con le cugine, le quattro figlie di Jovica, fratello di Cica. Sabrina ha sei anni, è paffuta, ha grandi occhi castani e sorride timida. È lei a spingere la carrozzella di Cica. Di tanto in tanto entra in cucina, ascolta la zia che detta la lettera, poi corre a guardare la mamma e la nonna, impegnate a spennare le galline per la cena, circondate da decine di mosche. Jovica e Miroslav, intanto, stanno ristrutturando un casotto che cade letteralmente a pezzi, lamentando il totale disinteresse da parte di tutti: «Il comune non prende la spazzatura, porta l’acqua in bidoni sporchi, Cica non ha avuto assistenza per quasi tre anni. E adesso ci offrono un centro dove possiamo stare solo di giorno».

In questo luogo ai margini, lontano quanto basta da tutti per non pesare a nessuno, la famiglia Jovanovic sa che sarà costretta a rimanere ancora per molti anni. Non chiedono elemosina, lavorano il ferro onestamente, rassegnati alla loro condizione. Il comune porta acqua e medicine, prende i bambini e li porta a scuola. Non è intenzionato a ordinare lo sgombero perché lì, tra Acerra e Brusciano, di fronte all’asse mediano, i rom sono talmente radicati che quasi te ne dimentichi. (davide schiavon)

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