World Press Photo, la compassione vince

Posted on 10 ottobre 2010

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( disegno di cyop&kaf )

Quest’anno per la prima volta è sbarcato a Napoli il “World Press Photo”, prestigioso concorso annuale dedicato al fotogiornalismo e organizzato dall’omonima associazione, fondata ad Amsterdam nel 1955. Le fotografie premiate nelle varie categorie si trasformano in una mostra itinerante visitabile in circa ottanta città di quaranta paesi differenti, con la condizione che non si eserciti sulle opere nessun tipo di censura. Le immagini sono inviate al concorso da fotogiornalisti professionisti, ma soprattutto da agenzie, quotidiani e riviste. Il premio alla foto dell’anno di questa edizione è stato assegnato al campano Pietro Masturzo per l’immagine notturna delle donne che gridano il loro dissenso dai tetti di un edificio di Teheran, durante le proteste di piazza seguite alle elezioni del giugno 2009 in Iran.

Lo spettatore che si trova si fronte le circa sessanta opere (fra foto singole e reportage) è subito investito dalla spettacolarità delle immagini e spesso dalla loro crudezza. Ancora una volta, infatti, soprattutto nelle categorie “Spot News” e “Notizie generali”, la scena è dominata dalle foto di guerre, conflitti, violenze: Afganistan, Iraq, Iran, Gaza, Madagascar, Kashmir.

Le immagini ritraggono spesso l’aspetto più truce degli eventi, come il ragazzo ammazzato dal narcotraffico a Medellin, steso a terra e ricoperto di sangue, o la parete macchiata dal sangue proveniente dal corpo decapitato (ma coperto da un lenzuolo) di un uomo messicano, o la testa della bambina palestinese che spunta dalle macerie di un bombaramento con un rivolo di sangue dalla bocca, o la maschera di sangue della manifestante uccisa a Teheran… Nelle serie dedicate alla “Vita Quotidiana”, dei tre reportage premiati, uno ha protagonista un bambino cieco, un altro un bambino austitico.

Il fotogiornalismo professionista, insomma, rimane ancorato a questa iconografia della sofferenza (nel suo aspetto più superficiale) rispetto alla quale ci ha da tempo messo in guardia Susan Sontag in Davanti al dolore degli altri: “L’immaginaria partecipazione alle sofferenze degli altri promessaci dalle immagini suggerisce l’esistenza tra chi soffre in luoghi lontani – in primo piano sui nostri schermi televisivi – e gli spettatori privilegiati di un legame che non è affatto autentico, ma è un’ulteriore mistificazione del nostro rapporto con il potere. Fino a quando proviamo compassione, ci sembra di non essere complici di ciò che ha causato la sofferenza. La compassione ci proclama innocenti, oltre che impotenti. E può quindi essere (a dispetto delle nostre migliori intenzioni) una reazione sconveniente, se non del tutto inopportuna”.

Domina, nella pratica fotogiornalista, l’illustrazione della violenza, della sofferenza propria di quegli avvenimenti che già conosciamo grazie alla televisione o a internet. Mancano, ci sembra, sia storie che vadano più in profondità a investigare nella vita quotidiana in quei luoghi lontani sia, soprattutto, le dinamiche che nel nostro mondo producono quelle ingiustizie. Di fronte a questo tipo di immagini percepiamo paradossalmente come una ventata d’aria fresca il tradizionale reportage celebrativo rappresentato in questo caso dalla serie sul passaggio di testimone da George Bush a Barack Obama realizzato negli interni della Casa Bianca da Charles Ommanney.

A chi assegnare la responsabilità di questo modo di concepire il fotogiornalismo? Ai concorsi internazionali che premiano prevalentemente questo tipo di fotografie? Alle agenzie e ai giornali che tendono a pubblicarle? Agli autori sedotti dal mito del war photographer, che pensano che per fare un buon reportage bisogna andare a fotografare i morti ammazzati all’altro capo del mondo? Un altro dato che anche quest’anno il WPP conferma è infatti la nazionalità dei fotografi premiati: si tratta per lo più di europei che lavorano nelle zone di conflitto internazionali, quando va bene in modo continuativo, ma il più delle volte per poche settimane. Sempre troppo pochi sono gli sguardi dei fotografi autoctoni sulle loro realtà.

Anche in questa edizione, comunque, si possono ammirare le eccezioni, come la caccia collettiva all’elefante in una zona desertica dello Zimbawe, di David Chancellor, che ci parla della fame in Africa senza mostrarci i soliti bambini denutriti, o la storia della studentessa-tanguera Ceci, di Karla Gachet, che ci presenta uno spaccato di vita della classe media impoverita in Argentina, o anche, nelle foto singole, l’immagine che ritrae il pic-nic di una famiglia africana sulla riva del mare in Mozambico di Joan Barteletti, a indicare l’ascesa di una classe media in quel paese, o la mamma con il bambino in braccio nel cortile della sua casa nel centro di Detroit, città violenta del mondo occidentale, di Luca Santese.

Salutiamo comunque l’arrivo del WPP a Napoli, che – fino al 14 ottobre al PAN – dà la possibilità alla città di saperne di più sul panorama fotogiornalistico internazionale, e stimola lo spettatore attento a interrogarsi sull’effettivo ruolo della fotografia nel nostro mondo. (carola pagani)

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Posted in: giornalismi