Vesuvio, sospesa la seconda discarica

Posted on 24 ottobre 2010

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( foto di jános )

“Una rotonda sul male”, dice uno dei tanti cartelli di protesta che delimitano il perimetro della rotonda di via Panoramica, alle porte di Boscoreale. Siamo a circa ottocento metri in linea d’aria dalla discarica Sari, che sta inghiottendo in questi giorni tutti i rifiuti indifferenziati di Napoli e provincia; la strada d’accesso è sigillata da una sessantina di uomini in divisa, spalleggiati da una camionetta a breve distanza oltre che da numerosi altri mezzi che si intravedono più lontano. L’altro punto di accesso alla discarica, dal lato di Terzigno, è ugualmente bloccato, anzi è ancora più difficile da raggiungere dopo gli ultimi scontri, tuttora testimoniati dagli scheletri dei sette autocompattatori bruciati sulla strada che viene da Palma Campania.

A Boscoreale è un sabato sera come un altro, e molte delle famiglie che abitano nei paraggi, insieme ai residenti dei paesi limitrofi – Boscotrecase e Terzigno in primis, ma anche Ottaviano, San Giuseppe, Sant’Anastasia – si ritrovano alla rotonda di via Panoramica per passare il tempo. Ogni cosa è al suo posto: polizia e carabinieri schierati in tenuta antisommossa chiudono l’accesso a via Zabatta, le troupe della televisione fanno a cadenza periodica le loro interviste, c’è chi chiacchiera davanti alla tenda della protezione civile o nei gazebo montati affianco, chi si scalda davanti a un fuoco improvvisato i cui fumi aggiungono un aroma di brace alla puzza che viene dalla discarica poco sopra e che già da sola prende sufficientemente lo stomaco.

«Bisognerebbe fare un po’ per ciascuno, non è che noi ci dobbiamo tenere tutta la puzza e gli altri niente, che fratelli d’Italia siamo sennò?», argomenta un signore davanti alla tenda della protezione civile, belvedere a pochi passi dallo schieramento delle forze armate. «Noi siamo al sessanta per cento di differenziata, perchè non la fate pure voi a Napoli?», mi domanda un altro anziano residente di Boscoreale, «il comune più colpito dalla discarica, siamo i più vicini». È qui che è partita la protesta, solo «quando la puzza è diventata troppo forte», spiega il primo, un uomo di mezza età; «qualche settimana fa abbiamo fatto una grande manifestazione e in quel caso ci hanno fatto passare, pure perché ci stavano le femmine e ‘e criature davanti. L’altro giorno invece un gruppo di poliziotti ha fatto un giro per passare dietro alla rotonda e si sono persi. D’altra parte pure loro sono operai, mica eroi. Bisognerebbe trovare un altro modo per fermare il passaggio dei camion, che non sia il solito scontro frontale: bloccare autostrade o snodi ferroviari».

Alle sette e mezza qualcosa comincia improvvisamente a muoversi – arrivano i camion, dice qualcuno. Da lontano si sentono le sirene e si comincia a intravedere una lunga fila di lampeggianti blu. Ci fermiamo al margine della strada, insieme agli altri, mentre transitano per la rotonda scomparendo nella direzione proibita. Provo a contarli: uno, due, cinque, dieci, venti, cinquanta. Perdo il conto, sopraffatta dal numero di volanti, jeep e blindati di forze variegate che mi sfilano davanti, un’invasione spropositata di forze armate che costringe anche il più tardo degli spettatori a rendersi conto che l’ambientazione è bruscamente cambiata rispetto a pochi chilometri più in basso: dallo stato di diritto all’abuso di potere armato uno pensa sempre, ingenuamente, che ci sia bisogno di una transizione formale – un trattato di guerra, una formalizzazione di conflitto tra forze nemiche. I nemici in questo caso, gli abitanti di Boscoreale e comuni adiacenti, assistono impotenti e per lo più silenziosi alla sfilata. Una signora che mi sta davanti ammonisce i due figli: «Mi raccomando state zitti, state buoni, se ce ne stiamo qua fermi non ci possono fare niente». Ma dopo il passaggio delle prime volanti non riesce a contenersi, e accompagna tutto il transito del corteo funebre, fino all’ultima camionetta, con bestemmie e maledizioni, inveendo contro ognuno dei singoli uomini che passano sui sedili, già con i caschi in testa, appellandosi in ultimo, sfinita, alla loro coscienza di padri.

Finito il transito si cerca di fare qualche conto: «Facciamo una media di otto uomini per mezzo, per cinquanta, fa quattrocento. E io pago!», cerca di sdrammatizzare un signore col figlio affianco, che a metà tra lo sbigottito e l’eccitato gli chiede: «Ma ne arrivano ancora?». Dopo circa un’ora si assiste al cambio della guardia: questa volta i mezzi escono dalla zona proibita per tornarsene verso Torre Annunziata e poi chissà dove, e il loro allontanamento è accompagnato questa volta da applausi e fischi liberatori. «Neanche se fossimo i peggiori terroristi, manco in Iraq», si sfoga una signora. «La cosa peggiore è la guardia forestale: se vuoi rifarti la casa o se tocchi un rametto di pino o una pietra vulcanica nel parco del Vesuvio sei un criminale, ma ora stanno difendendo una discarica». Il paragone con i conflitti mediorientali è piuttosto diffuso alla rotonda di via Panoramica: «Sono stato nell’ultima guerra in Libano – racconta un fotografo -, la differenza è che certo qui non ti sparano. Ma la tensione mi sembra insopportabile. L’altro giorno un elicottero della forestale è rimasto non so quanto tempo sulle nostre teste a monitorare la situazione, veramente inquietante. I primi giorni l’atmosfera era vitale, c’erano assemblee, mostre, proiezioni. Da lunedì per lo meno una carica al giorno, per quanto tempo potranno andare avanti così?».

Cala la sera e comincia a concretizzarsi la certezza degli scontri che, ne sono tutti certi, non mancheranno anche stanotte. Mentre stiamo a parlare arriva la signora che inveiva poco prima contro i blindati, e offre a tutti i mandarini del suo orto: «Sono di Torre Annunziata, di origine croata veramente – racconta con un leggerissimo accento straniero – ma sto qua tutte le sere. Ieri notte c’è stata veramente la guerra, i ragazzi di qua hanno attaccato la polizia con i fuochi d’artificio, glieli hanno sparati contro messi al contrario e quelli sono stati presi alla sprovvista, si toglievano il casco e piangevano come bambini, mi hanno fatto compassione». Molti descrivono gli scontri di venerdì notte come “cose mai viste”. «Conoscevo gli abitanti di Terzigno come buoni campagnoli, con un accento tendente all’avellinese, ma negli ultimi giorni, dopo l’inizio delle cariche, sono nate vere e proprie squadre armate», mi dice un amico originario del posto. La voce che corre è che lo zoccolo duro di queste bande siano abitanti di quello che qui chiamano “Piano Napoli”, una zona dove sono stati trasferiti residenti del napoletano dopo il terremoto del 1980. Ma certo non possono fare tutto da soli.

Intanto si aspetta che arrivino i rappresentanti della protesta e i sindaci convocati in prefettura a Napoli per un incontro con Bertolaso. Già verso le nove si diffonde l’informazione lanciata dalle agenzie e confermata da telefonate ai presenti all’incontro: l’apertura della seconda cava, la Vitiello, sarebbe stata “congelata”. Quando arrivano finalmente i portavoce, intorno alle undici e mezza, spiegano qual è la proposta del capo della protezione civile: la discarica non verrà utilizzata per tre giorni, verrà parzialmente bonificata e poi tornerà a essere riempita con i soli rifiuti dell’area vesuviana, niente più da Napoli, per un arco di tempo maggiore di quello stabilito finora, circa due anni; l’apertura della cava Vitiello intanto sarà sospesa. In cambio, stop immediato alle proteste e campo libero agli autocompattatori. È una proposta che sa da subito di ricatto neanche particolarmente velato, e viene accolta con ben poco entusiasmo. «Continueremo finchè non chiuderanno la discarica e andranno via una volta e per sempre!», dicono ai microfoni dell’assemblea. «Qua ci vuole solo la guerra», commenta lugubre uno dei partecipanti. D’altra parte sono tutti ben consapevoli di aver già visto questa scena: «Stiamo trattando con gli stessi personaggi di tre anni fa, Berlusconi e Bertolaso, che alla fine decisero per la discarica nel parco. Non andremo a casa stavolta». Verso mezzanotte e mezza arriva il sindaco, che legge ufficialmente il documento emerso dall’incontro, in un clima di «crescente contestazione alimentato da un gruppo di facinorosi», dirà più tardi. La discussione continuerà stamattina, dopo la manifestazione che vedrà sfilare ancora una volta tutti gli abitanti dei comuni circostanti.

È ormai l’una di notte, e la popolazione della rotonda continua a cambiare in maniera lenta e graduale, ma sempre più evidente. Sul versante che porta all’entrata di Boscoreale si concentra un numero crescente di giovani e giovanissimi a volto coperto e non solo da mascherine e fazzoletti per combattere l’aria irrespirabile. La tensione continua a salire, tutti rimangono fermi ad aspettare qualcosa di inevitabile, noto e previsto, leggendone tutti i segnali. Davanti al cordone di polizia spariscono i gruppetti che poco prima, in un’atmosfera del tutto surreale suonavano la chitarra davanti al fuoco; le mamme e le persone più anziane si allontanano. Parte un fischio, poi un altro, poi un altro ancora, è il segnale: scoppiano i primi petardi e i fuochi illuminano di rosso la rotonda, dando inizio a un’altra notte di guerra a Boscoreale. (viola sarnelli)

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