La meglio Napoli di Maradona

Posted on 30 ottobre 2010

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( foto di carola pagani )

La napoletanità di Maradona sta prima di tutto nel corpo: nelle gambe tozze, nella pancia rotonda anche quando è in peso forma, e nella muscolatura da contadinotto terrone. L’eleganza di Di Stefano e di Cruyff è lontana chilometri, il fastidioso aplomb francese di Platini ancora di più, per fortuna.

Maradona è napoletano perché si lascia andare a manifestazioni di gioia e di dolore esagerate, piange in continuazione, ostenta i sentimenti come le signore di vicoli e vicarielli, che improvvisano teatrini e alluccano sempre, non si sa bene se per vanità, per gusto dell’eccesso, per un odio innato verso contegno e privacy. Allucca anche Maradona, che non a caso nei suoi libri, nelle sue interviste, dice che per un gol o una gioia non si manifesta, non si esulta, ma si urla. Un gol non va festeggiato: va urlato.

Urla anche di rabbia, come quando da allenatore dell’Argentina invitò tutti a sottomettersi a lui (in maniera piuttosto volgare) dopo aver ottenuto una qualificazione che nel caso in cui non fosse arrivata, sarebbe stata effettivamente soprattutto colpa sua. Maradona è napoletano perché nessun compagno ha mai detto di lui qualcosa di brutto, e gli aneddoti dei vari Bagni, Bruscolotti, Ferrario e Caffarelli si moltiplicano, su pranzi e cene in casa sua, i regali di natale ai figli degli amici e le visite in ospedale ai bambini. Maradona è napoletano perché è un cafone buono, che si tuffa nella mischia di testa e spesso ne esce male, come un ingenuo travestito da furbo. Simile ai ragazzini a Terzigno che lanciavano le pietre allo Stato, e poi rimanevano nascosti per ore nelle terre, perché si rendevano conto di averla fatta grossa. Maradona è napoletano perché si accende e si spegne come fosse polvere da sparo: una canzone dedicatagli da un cantante che ammira può essere la gioia più grande del mondo, e il licenziamento dalla panchina dell’Argentina può essere motivo di una depressione che purtroppo si dice ancora non riesca a superare.

Maradona è napoletano, ed è la migliore Napoli: è la città che inconsapevolmente si dimena per mantenere un proprio marchio e una propria originalità, che non sia quella dei luoghi comuni della pizza e del mandolino, della sfogliatella e del Vesuvio. È una originalità inconsapevole, che sta nell’essere, senza ricercare cliché che si trasformino in macchiette. È quella parte di città che lotta, pur non accorgendosene, per non omologarsi a tutte le città del mondo, nella tensione tra globalizzazione e difesa di una specie di tradizione, che diventa invece una parola meschina quando sfocia nel luogo comune. Ed è quella parte di città che poi in fin dei conti rinnova il teatro, rinnova la letteratura, rinnova la musica senza fermarla a Di Giacomo e Mario Merola, senza strumentalizzare e spremere il passato fino a ridurlo a fastidioso simbolo per turisti, pronto per essere inserito nella macchina commerciale. Ma questa città con quella tradizione fa i conti tutti i giorni, perché perderla di vista sarebbe uno stupido e inutile avanguardismo, uno sciocco e dannoso rifiuto del passato e della propria coscienza.

Maradona è la Napoli migliore, la più intelligente, quella di Massimo Troisi, che non vuole farsi assorbire, vuole diventare mito senza essere banale, vuole diventare marchio senza essere Che Guevara. Vuole inventarsi ogni giorno qualcosa di nuovo: un ballerino di tango, un golfista, un allenatore ai mondiali, un giocatore di calcetto in strani campi che chiamano show-bowl. Inventa, come sua abitudine, ma alla fine sempre al punto di partenza ritorna: il movimento di due gambe tozze e sgraziate, e il suo pallone. Non è forse il destino di quella città che proprio non vuole saperne di diventare macchietta, pur avendo ben chiaro di essere nata tonda, e di non poter morire quadra? (riccardo rosa)

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