Caserta, fino all’ultimo scavo

Posted on 8 novembre 2010

1


(foto di stefano esposito)

Le strade casertane sono sempre terminate con quegli sfondi, scorci di cave simili a gole di montagna. Il paesaggio circostante non è sempre stato così, eppure per chi ha un’età inferiore a quella dell’età estrattiva, per chi è cresciuto qui negli ultimi venticinque anni, quella vista ha eroso lentamente la misura della cose fino a pensare che sia sempre stato così.

Scavo dopo scavo, Caserta e i comuni che fiancheggiano i colli Tifatini sono diventati l’immagine dello scempio. «Nel 1954 le aree di cava nella catena dei Tifatini erano di appena ottantasette ettari su un’estensione complessiva di quasi quindicimila ettari. Oggi, nella sola città di Caserta, le aree interessate ammontano a circa mille ettari. In cinquant’anni trentasei campi di calcio distrutti e sottratti alla collettività ogni anno». Le associazioni ambientaliste casertane lo ricordavano già nel 2005, in un documento per l’istituzione del parco urbano dei colli Tifatini. Si respirava ottimismo all’indomani dell’Operazione Olimpo avviata dalla magistratura nel 2004 e conclusasi in primo grado, nel 2008, con “il fatto non sussiste”.

Il gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, Antonio Pepe, mandò a casa gli undici imputati del processo nato dall’inchiesta del sostituto procuratore Donato Ceglie che condusse a vari arresti tra i cavaioli e al blocco totale delle cave che circondano l’area tra Caserta e Maddaloni. Distruzione di montagne intere, canoni non versati, bonifiche mancate, falsificazione d’atti, corruzione, danno alla salute, disastro ambientale, ma “il fatto non sussiste”.

«Un’offesa all’intelligenza», fu la reazione a caldo dei pm Ceglie e Albano, che hanno fatto ricorso in appello. Ma allora come oggi si ripete la stessa strategia: applicare sistematicamente leggi non scritte in contrapposizione a quanto previsto per le bonifiche, la tutela del paesaggio, i rischi idro-geologici, la salute dei cittadini. Un giudice che non vuole ascoltare, un territorio che fa finta di non vedere, ma che consapevolmente subisce. Il copione è quello collaudato negli ultimi vent’anni, che ha fatto scomparire intere montagne falsificando autorizzazioni, ordini di servizio, cartografie, planimetrie al fine di poter cavare illegalmente. Gli attori, ieri come oggi, sono politici e cavaioli. Adesso il palcoscenico è occupato dal sindaco di Maddaloni Michele Farina, da provincia e comune di Caserta, dal Genio Civile, da autorità forestale e autorità di bacino della Campania nord-occidentale e naturalmente dalla Cementir del gruppo Caltagirone con i suoi avvocati.

Nel novembre 2007 la Cementir, uno dei principali produttori di cemento e calcestruzzo in Italia, ha fatto istanza al Genio Civile di Caserta per l’approvazione di un progetto di “coltivazione e recupero ambientale in ampliamento”, con soluzione di continuità, su un sito ricadente nel comune di Maddaloni sul versante orientale del Monte San Michele. Il progetto si divide in quattro lotti e avrebbe la durata complessiva di venti anni.

Dopo più di un anno di conferenze di servizi, gestite dallo stesso Genio Civile che fu definito “braccio armato che illegalmente operava nell’interesse dei controllati” dai pm dell’Operazione Olimpo, il 2 marzo si è tenuta la quindicesima Conferenza dei servizi per approvare a tutti i costi la continuazione dell’attività estrattiva a favore del gruppo di Francesco Caltagirone, proprietario tra l’altro del Mattino di Caserta. La fantasiosa idea di recupero ambientale, da effettuare tramite ampliamento della cava, si realizzerà con un’altra immensa voragine su un lato della collina di San Michele, esattamente alle spalle dei Ponti della Valle, opera ingegneristica vanvitelliana che rifornisce d’acqua la Reggia di Caserta e dal 1997 è patrimonio dell’Unesco.

Per prendere coscienza di quel che rischia di accadere, il paesaggio offre la migliore sintesi visiva. Dalla cima di San Michele l’area appare un grande groviera formato da colline sventrate a colpi di dinamite, in profondità, fino a mostrare i nervi tesi della roccia bianca. La lenta erosione è divenuta apparente immobilità, lasciando indifferente chi osserva il paesaggio da lontano. Bisogna salire, toccare con mano le pareti calcaree, sporcarsi di polvere bianca i pantaloni, arrivare lì in alto da dove si può osservare il tutto. In più di vent’anni è avvenuta una guerra illegale condotta contro il territorio che comprende i comuni di San Prisco, Casagiove, le frazioni del comune di Caserta di San Clemente, Tredici, Garzano, Centurano, Parco Cerasola e numerosi siti del comune di Maddaloni. L’ impressionante estensione di bianco delle cave, ben visibile su Google maps, assume i contorni della realtà quando si osserva da vicino. La cava Vittoria, oggetto dell’ampliamento “volto al recupero ambientale”, ti sovrasta. I lavori sono fermi, eppure sotto le mani, tra le dita subito si avverte la sensazione farinosa e umida della polvere di cava sollevata dal vento.

Decido di salire sulla sommità della cava lasciandomi alle spalle il cementificio Moccia e la cava Iuliano. Passando per Parco Cerasola noto la cava di Santa Lucia, ora trasformata in parcheggio per i fedeli dell’omonima chiesa salvata dalle ruspe. Attraverso la valle di Garzano e le sue cave a “effetto meteorite”, avanzo tra scorci di campagna rigogliosa e desolante devastazione, fino all’ingresso del santuario di San Michele. Questo luogo di pellegrinaggio ormai circondato da cave, letteralmente sull’orlo del precipizio, forse rappresenta l’ultimo avamposto di civiltà che ancora resiste quassù. Rimarrà forse una croce a memoria della montagna, simbolo di una civiltà ormai scavata dall’interno. Perché non importa se qui c’è un vincolo di dissesto idrogeologico, un vincolo paesistico per un bene Unesco e non verranno rispettati; non importa se c’è un vincolo di rimboschimento e gli alberi saranno abbattuti; non importa se l’area è stata percorsa da incendi e non si potrebbero svolgere attività per quindici anni; non importa se il costruendo Policlinico non entrerà mai in funzione fino a che cave e cementifici saranno attivi; se ai cavaioli è stato imposto di delocalizzare e non lo fanno; se l’area è stata definita dal Piano regionale per le attività estrattive zona altamente critica e si continua a scavare, non importa se tutti sono concordi nel distruggere anche le ultime cose rimaste.

Quel che importa oggi è che la cava Vittoria ha divorato la montagna lasciando immensi gradoni che lambiscono ormai la strada sull’estremità della montagna. Un cartello ripetuto più volte minaccia di non oltrepassare, pena la denuncia dei trasgressori. Quel che importa oggi è che osservando il paesaggio intorno ogni cosa sembra voler dire basta a chi vuole continuare come prima, come sempre, da quando sono nato. (alessandro de filippo)

 

Annunci
Messo il tag: ,
Posted in: hinterland