Il crollo di Pompei tra tagli e marketing

Posted on 9 novembre 2010

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(disegno di diegomiedo)

Come le case moderne, anche le domus di Pompei crollano. Le infiltrazioni d’acqua piovana e i restauri inappropriati degli anni Cinquanta hanno ridotto in macerie nei giorni scorsi la Schola Armaturarum, l’edificio costruito dopo il terremoto del 62 avanti Cristo come sede di un’associazione di tipo militare. In essa i giovani pompeiani si riunivano e praticavano le arti gladiatorie; ancora lì depositate varie armature di bronzo furono trovate intatte al momento della scoperta. Ai lati dell’ingresso da via dell’Abbondanza erano dipinte armi a ricordare la funzione dell’edificio. La perdita della struttura s’inserisce in una serie ormai lunghissima di catastrofi che colpiscono il nostro patrimonio artistico, archeologico e paesaggistico. La maggior parte di questo disfacimento non ha dignità di notizia e si consuma all’interno di musei non custoditi o inadatti, di aree archeologiche abbandonate, in molte città e paesi dalla storia millenaria.

Gli eclatanti e recentissimi crolli di muri nell’area occupata dalla Domus Aurea e di porzioni del Colosseo a Roma, e di alcune strutture della Casa dei Casti Amanti a Pompei sono i segni più evidenti di un degrado e di un disinteresse verso il patrimonio culturale da parte di chi dovrebbe difenderlo. Tale stato di cose è percepibile da tutti coloro che si concedono, per esempio, una passeggiata archeologica, una visita a un museo o a un sito di interesse artistico. È questa in Italia una storia infinita (dato il patrimonio immenso, il degrado fisiologico e le poche risorse economiche) che però negli ultimi anni sta diventando grottesca e irritante. L’attuale governo ha preso subito a cuore la sorte di Pompei; proprio nel 2008, nel momento in cui la Protezione civile estendeva per decreto il suo controllo non solo sui disastri nazionali ma anche sui grandi eventi religiosi, sportivi e sui vertici e le celebrazioni ufficiali, il ministro Bondi dichiarava che «definire intollerabile la situazione di Pompei è poco». Fu deciso così di contrastare l’incuria con «un atto d’amore nei confronti della cultura»: la nomina di un commissario straordinario per Pompei.

Svilito il ruolo dei soprintendenti e degli ispettori archeologici, tagliato ogni fondo per restauri e interventi di consolidamento, considerato il randagismo il problema più grave di Pompei, l’affidamento di ogni potere al commissario straordinario per gli scavi sembrava essere la soluzione agli pseudo-problemi del sito. La città sepolta dal Vesuvio è diventata così solo un affare di marketing: l’unica preoccupazione è stata quella di rendere appetibile il sito alle mandrie di turisti, con il minimo degli investimenti economici e professionali. Dopo due anni di poteri speciali, i problemi risolti dal commissario sono stati il randagismo (pochi innocui cani che si aggirano tra gli scavi senza recare disturbo) e l’apertura di un pessimo – dal punto di vista estetico e culinario – punto ristoro per giapponesi nostalgici degli hamburger del McDonald’s. Le critiche degli archeologi alla gestione amatoriale del sito dal 2008 al 2010 sono rimaste inascoltate, ritenute fuori luogo e inopportune per una gestione moderna. Per la cronaca, la Corte dei conti recentemente si è pronunciata fotografando ufficialmente lo stato delle cose. È stato dichiarato «inesistente lo stato di emergenza» e «illegittimo l’intervento della Protezione civile», affermando inoltre che il commissariamento «non sembra rispondere all’esigenza di tutelare l’integrità della vita, dei beni, degli insediamenti e dell’ambiente dai danni derivanti da calamità naturali, da catastrofi o da altri grandi eventi, che determinino situazioni di grave rischio».

A poche ore dal crollo assistiamo al solito gioco delle parti. Il presidente della repubblica ha espresso tutta la sua indignazione: «Quello che è accaduto a Pompei dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia e chi ha da dare delle spiegazioni – ha aggiunto – non si sottragga al dovere di darle al più presto e senza ipocrisie». I motivi del disastro li ha individuati «senza ipocrisie» Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte di fama internazionale: tagli economici indiscriminati (il decreto legge 112 del luglio 2008 ha previsto un taglio ai Beni culturali per oltre un miliardo e duecento milioni di euro nel triennio), a cui non potevano che seguire disfunzioni e problemi d’ogni sorta; delegittimazione dei soprintendenti e funzionari ministeriali.

Il ministro banalmente ha risposto: «Se avessi delle responsabilità mi dimetterei». Quindi non solo le responsabilità oggettive diventano un fatto soggettivo, ma è già dietro l’angolo un nuovo tentativo di speculazione sulle catastrofi. Mentre tutti i funzionari ministeriali e gli archeologi hanno dichiarato che occorrono subito per Pompei duecentoquaranta milioni di euro, Bondi ha affermato che «il problema non è solo di risorse economiche, ma c’è bisogno di spendere meglio i fondi e di affiancare ai soprintendenti, che svolgono il loro ruolo di tutela del patrimonio, nuove figure professionali». E su questo sempre il ministro: «Penso a giovani manager che dobbiamo valorizzare, penso a una fondazione privata da affiancare al lavoro del ministero e della Regione per gestire la valorizzazione e la salvaguardia dei beni». Mentre Pompei crolla, la preoccupazione non è quella di impiegare “eserciti” di archeologi e architetti ma di adottare “giovani manager”.

Se non ci impegniamo a non indignarci più in modo retorico e momentaneo per la distruzione della nostra memoria e se continuiamo a considerare i beni artistici e archeologici solo una questione di marketing, meglio seguire i consigli di Bondi: «Preparatevi ad altri crolli». Non solo materiali però. (simone foresta)

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