Il registro tumori e i silenzi sulla salute

Posted on 11 novembre 2010

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( disegno di diegomiedo )

Il 4 novembre mattina partono tre diversi blitz presso le sedi delle Asl Napoli 1 e Napoli 2, a Scampia, Mugnano e Giugliano; brevi occupazioni simboliche e striscioni con cui i comitati antidiscarica delle tre zone riportano l’attenzione sulla mancanza di un registro dei tumori regionale in Campania. Un registro in realtà esiste dal 1995, ma riguarda solo trentacinque comuni della provincia di Napoli − quelli compresi nell’attuale Asl Napoli 3 Sud (ex Napoli 4 e 5) − sul totale dei novantadue che la compongono. I dati delle altre aree della Regione vengono estrapolati dall’unico registro disponibile, «ma è evidente che manca il principio di omogeneità presupposto da questa operazione: il Cilento e Villa Literno hanno poco in comune», sottolinea l’oncologo e tossicologo Antonio Marfella. «Non è mai stato attivato un registro nella provincia di Caserta, nonostante la maggior parte dei reati ambientali avvenga in questa zona, nè nelle altre province. In più, gli ultimi dati raccolti dal registro dell’Asl Napoli 3 Sud riguardano il 2007».

Dopo il picco della crisi dei rifiuti del 2007/2008, quindi, non sono più state raccolte nè diffuse informazioni sullo sviluppo e la tipologia dei tumori nella zona. «I tumori più diffusi in Campania sono quelli alla tiroide, al cervello, al fegato, ai polmoni. Entro certi margini ci può essere un’incidenza delle cattive abitudini individuali, ma nel caso della tiroide il problema è decisamente ambientale», sostiene Marfella. Eppure pare che proprio nel 2007 la Regione avesse stanziato una cifra considerevole, due milioni e mezzo di euro, per istituire un registro tumori in tutte le province, come è di prassi nelle altre regioni italiane – fondi poi destinati altrove. Ma i costi per installare un registro in ogni dipartimento di prevenzione delle Asl non sarebbero proibitivi: «Si tratta di circa centocinquantamila euro annui, una cifra tutto sommato contenuta», spega Marfella.

Nonostante non siano mancati i segnali d’allarme negli ultimi anni – e non si tratta solo degli studi apparsi su riviste estere o dell’allarme lanciato dalla marina militare statunitense: è sufficiente il numero di discariche di rifiuti tossici individuate finora – le istituzioni campane non hanno mai diffuso dati sull’inquinamento. Un contesto in cui manca da sempre non solo «il principio di precauzione nei riguardi delle popolazioni residenti», sottolinea Marfella, ma la stessa «volontà di conoscere l’entità di un danno che andrebbe a quel punto inevitabilmente affrontato». L’occasione in cui molti avevano sperato, lo studio Sebiorec, sembra essere miseramente naufragato. Il progetto, commissionato dalla Regione Campania nel 2007 a un gruppo di ricercatori del Cnr e dell’Istituto Superiore di Sanità, prevedeva l’analisi di ottocentoquaranta campioni di sangue e settanta di latte materno in sedici comuni delle province di Napoli e Caserta, aree caratterizzate da un diverso grado di inquinamento da rifiuti. Le analisi sono state consegnate al committente, ma non si sa se e quando verranno diffuse; inoltre, molti hanno sollevato dubbi sul metodo dell’indagine, che ha proceduto accorpando i campioni di sangue e latte per gruppi di dieci, piuttosto che analizzarli singolarmente. «Su Sebiorec c’è stato un question-time alla Regione a settembre, e l’assessore Romano aveva dichiarato che i risultati dello studio sarebbero stati resi noti al pubblico entro il 13 ottobre», racconta Marfella. «Quella data evidentemente è passata, e non se ne avuta più notizia. Da quello che è trapelato ufficiosamente, comunque, i risultati sarebbero “tranquillizzanti”. Mae lo studio  sembra  disegnato apposta per questo. In un territorio in cui le contaminazioni hanno una collocazione disomogenea e punti di estrema criticità, con concentrazioni di diossina anche diecimila volte superiori alla norma, come risultà già da analisi dei primi anni Novanta, andavano fatte analisi individuali, non di gruppo. Finora ad Acerra  non è stato ancora interdetto un solo metro quadro di terra alle coltivazioni. Ma la mancanza di analisi conoscitive è un problema generale, che non riguarda solo i rifiuti. Basta pensare all’esempio della cocaina: in tutta Europa sono cresciuti enormemente i consumi, e questo lo si è potuto determinare perchè in molte città europee e italiane, come a Milano, sono state analizzate le acque fognarie. Napoli è la città dalla quale entrano in Europa tutti i principali carichi di cocaina, ma non si è mai osato neanche pensare di procedere a un’analisi. Eppure le competenze ci sono, con sette università in regione».

Ad aggravare il quadro c’è la composizione del flusso dei rifiuti che vanno smaltiti in Campania. «L’attenzione è rivolta ai soli rifiuti urbani, dimenticando quelli industriali che vengono da dentro e fuori la regione, pur volendo parlare solo dei transiti legali, e che fanno passare dai due milioni e ottocentomila tonnellate di rifiuti urbani a un totale di circa sette milioni di tonnellate di spazzatura mista a scorie da smaltire ogni anno in Campania. Quelli che riescono a fare “rifiuti zero” in Veneto non dicono che i loro rifiuti tossici continuano a essere smaltiti fuori regione, ritrovati poi magari a Castel Volturno». La priorità quindi, continua Marfella, è  «separare i flussi dei rifiuti urbani e industriali, e capire che fine stanno facendo attualmente i rifiuti “non urbani”. La grande quantità di rifiuti di composizione mista in entrata rende anche impossibile costruire, per esempio, impianti di incenerimento di dimensioni normali. Se  volessimo sostenere per un attimo, provocatoriamente, l’impiego degli inceneritori, per Napoli in teoria basterebbe un impianto come quello di Vienna, da duecento tonnellate al giorno. Ma con tutto quello che c’è da smaltire non lo faranno mai così picccolo!».

Sebbene la qualità e la quantità delle informazioni diffuse tra cittadini e comitati sia cresciuta di molto in questi ultimi anni, rimane ancora impossibile ottenere alcunché dalle istituzioni regionali. «Negli anni passati c’era un problema di sottovalutazione; oggi nessuno nega più il problema ma non vogliono farne conoscere l’entità», dice Marfella. «Come Medici per l’ambiente non vogliamo saltare il livello istituzionale, vogliamo solo costringere chi deve a fare il proprio lavoro. In questi giorni cominceremo una nuova campagna, questa volta con il sostegno dell’Ordine dei medici, nell’area coperta dall’unico registro tumori attivo, e in particolare nella zona vesuviana. Ai medici di base verranno distribuiti dei formulari da dare ai pazienti, con i quali ognuno potrà fare richiesta di essere iscritto al registro, dando il consenso al trattamento dei dati personali, con il supporto di un avvocato penalista che seguirà la campagna. Nelle altre zone, dove non esiste ancora un registro tumori, cercheremo di mobilitare i medici di base, per spingere chi ha delle responsabilità a prendersele, e chi le ha usate male a pagare, dato che finora hanno pagato solo i cittadini». (vs)

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Posted in: rifiuti