La munnezza vista dai camion

Posted on 13 novembre 2010

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( foto di stefano esposito )

Paolo, un nome fittizio, è il direttore tecnico di un’azienda privata che raccoglie i rifiuti per conto di un comune vesuviano di settantamila abitanti. È contento di poter esprimere il suo punto di vista come parte in causa, nessuno chiede il parere degli autisti degli autocompattatori e degli operatori ecologici, che sono osservatori privilegiati di quanto sta accadendo. «La monnezza ormai è un’entità astratta, una parola senza senso, che descrive più un atteggiamento che un elemento concreto», sostiene. Il comune in cui lavora fa la differenziata porta a porta al quaranta per cento, si usano camion e mezzi piccoli, dalle sei di mattina a mezzogiorno si inizia con la raccolta: organico, plastica, carta, con un calendario settimanale che regola lo sversamento nei diversi impianti. La linea aziendale è quella di mantenere gli stessi operatori ecologici nelle stesse zone, così da creare una relazione con il cittadino. «L’operatore ecologico è una figura che si è evoluta professionalmente, molto diversa da quella di anni fa, ha una formazione specifica, si distingue da quello che nel campo chiamano il “raccoglione”, prova a fare anche un’azione informativa per mettere in condizioni il cittadino di fare la differenziata». Fin qui tutto bene, a parte vari intoppi, come il fatto che alcuni intendono per porta a porta un servizio di raccolta a domicilio, e che educare a una corretta differenziazione non è proprio un processo immediato.

«Con l’indifferenziata invece inizia la tragedia. In una situazione d’emergenza come questa, spesso si creano cumuli tali di secco indifferenziato che stanno lì per giorni a marcire, servono le pale meccaniche per prelevarli, oltre a ore di straordinario del personale con un notevole costo per le aziende. Attualmente Terzigno è l’unica discarica attiva, si scarica da mezzanotte alle sei del mattino, e capita che l’attesa sia dalle ventiquattro alle trentasei ore. Viviamo in questa condizione dal 1999, i turni sono pazzeschi, io stesso dormo pochissimo, soprattutto in questi giorni che la tensione è particolarmente alta».

Poco prima che incontrassimo Paolo, sono stati pubblicati i risultati delle analisi chimiche che confermano la contaminazione delle falde acquifere nel terreno sottostante la cava Sari a Terzigno. Paolo si prepara con i colleghi a un’ennesima notte in bianco, sono sicuri che neanche questa volta riusciranno ad accedere alla discarica per un nuovo intensificarsi della protesta. Prima della provincializzazione dei rifiuti, che secondo lui è giusta, in casi di emergenza andavano a sversare fuori zona, a volte fino in Puglia, per giorni non tornavano a casa; ma adesso è proibito, e sono costretti ad affrontare la piazza.

«Vivo un conflitto interiore, in linea di principio sono contrario all’esistenza di una cava nel parco nazionale del Vesuvio, in cui è stato già sversato di tutto a partire dagli anni Novanta. Ma d’altra parte bisogna liberare le strade dai rifiuti, a qualunque costo. Per non mettere a repentaglio la vita dei lavoratori siamo costretti a “fare i furbi” e aggirare i manifestanti con stratagemmi, anche se mi vergogno a dirlo. A Terzigno io e il mio capo andiamo in avanscoperta ogni notte con una macchina diversa per non essere riconoscibili, studiamo la situazione e i movimenti dei presidianti, aspettiamo che se ne vadano a dormire, che anche l’ultimo crolli, o cerchiamo una strada alternativa meno pericolosa. Appena possiamo diamo il via libera agli autocompattatori che ad alta velocità si dirigono verso la discarica. Sembra che facciamo il contrabbando di immondizia, con le stesse modalità operative con cui si faceva il contrabbando di sigarette. A volte siamo stati circondati e allora serve l’intervento della polizia, che scorta i compattatori fino alla discarica… una scena ridicola. Noi ci troviamo di fronte a gente comune che ha tutte le ragioni, ma rischiamo quantomeno pietre in faccia tutte le volte. Una notte un compattatore è stato fermato da alcuni manifestanti sulla salita verso la discarica, hanno fatto scendere l’autista e lasciato andare il camion a marcia indietro in discesa: sono stati divelti diversi pali della luce, quelli pesanti, e l’autocompattatore è finito nella villetta di un privato. Non ci è scappato il morto per puro caso».

«D’altra parte – continua Paolo – se non facciamo la raccolta ci becchiamo una denuncia dal comune per interruzione di pubblico servizio. I sindacati stanno provando a organizzarsi e a dire che se i lavoratori si dovessero rifiutare di lavorare lo fanno per giusta causa e non devono essere penalizzati, ma abbiamo poco potere contrattuale. Tutti vogliono avere la priorità nella raccolta, il primo è proprio il comune. La cosa più divertente sono gli scambi epistolari tra i comuni e le aziende. In piena emergenza, con la raccolta paralizzata, capita che il funzionario comunale di turno faccia pressione “per la mancata raccolta in via Vesuvio n. 2”… ma perché proprio al numero due quando tutta via Vesuvio è impraticabile?».

Quando non si riesce a raccogliere per giorni, osserva Paolo, «la gente è come se si accanisse e butta di tutto. La normalità è un concetto che non si può applicare alla situazione dei rifiuti in Campania. In nessun’altra regione si può sversare la stessa tipologia di rifiuti, anche perché qui, con i vari decreti imposti dallo stato di emergenza, sono stati innalzati i parametri di inquinamento. A Terzigno, Ottaviano, Ercolano, Sant’Anastasia, negli ultimi venticinque anni è stato scaricato di tutto, nessuno protestava, e la puzza era spesso ugualmente intollerabile. In quegli anni capitava che privati cittadini permettevano che si scavassero fosse anche di cinquecento metri di ampiezza per cento di profondità dove veniva scaricata qualunque cosa, e nessuno diceva niente. Le olive vann a corie, come si dice dalle mie parti: quintali di rifiuti sotterrati che puzzavano a olive marcite».

Paolo riconosce comunque che, rispetto agli anni in cui dominava la camorra, si è diffusa tra le persone una coscienza ambientale maggiore. «Anche se ormai si credono tutti esperti di rifiuti e differenziata, vengono con le pile a indagare all’interno dei camion per trovare la prova del fatto che chissà cosa stiamo andando a sversare, ma in realtà c’è molta approssimazione, si scambia magari il percolato con l’acqua piovana che scorre dopo giorni di permanenza dei sacchetti per strada…». La soluzione per lui è la differenziata, che ritiene possa arrivare al settanta per cento se fatta bene, e per il secco indifferenziato preferibilmente una discarica con una buona gestione, o, in mancanza di alternative, la combustione. Ma troppi anni di cattiva amministrazione, la riluttanza di Napoli e Caserta e provincie a fare la differenziata, una situazione ambientale ormai esasperata, lasciano poco spazio all’immaginazione di un futuro “migliore”.

È sera. Mentre chiacchieriamo Paolo riceve numerose telefonate dal suo capo che lo informa della situazione prima di andare alla discarica, che non sembra buona. Passeggiamo ai Quartieri Spagnoli invasi di spazzatura, mi indica un bella credenza di vetro e ferro incastonata tra i cumuli di sacchetti: «Ma non se la potevano tenere in casa?». (emma ferulano)

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