La cucina che unisce a Scampia

Posted on 16 novembre 2010

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( foto di giuliano longone)

Campo rom a via Cupa Perillo, Scampia. Sono le cinque e mezzo del pomeriggio, e all’ingresso del campo c’è una fila di macchine in attesa. Arriva dopo poco una macchina blu con lampeggiante, che passa avanti alle altre. Una volante è già dentro, e un uomo in divisa all’entrata indica la strada alla macchina di rappresentanza in arrivo.  Una volta tanto non è successo niente di grave, nessuno sgombero o controllo a sorpresa; ma vedere le autorità di polizia che partecipano alla presentazione di un progetto di formazione in un campo rom non è comunque frequente da queste parti. Il prefetto entra nella baracca che fa da sede all’associazione “Chi rom… e chi no”, nel cosiddetto “campo delle case rosa”, e si siede insieme ai rappresentanti del terzo settore, associazionismo laico e cattolico, e membri della comunità rom locale. Un paio di poliziotti stazionano sulla soglia della baracca, entrano ed escono. I rom di Scampia non si sono mai sentiti così sicuri, ma forse non ci sono abituati, e un bambino chiede a uno di loro: «Ma con quella pistola spari a tutti i cattivi?». L’atmosfera è surreale ma allegra, i ragazzini sono sovraeccitati per l’arrivo degli ospiti e delle macchine e vogliono partecipare a tutti i costi alla riunione dei grandi.

L’occasione è la presentazione di “La Kumpania – Percorsi gastronomici interculturali”, un progetto di formazione  rivolto a un gruppo di donne rom e italiane di Scampia, “costruito intorno al tema della cucina come strumento in grado di favorire le relazioni, l’incontro tra culture e la sperimentazione di forme di lavoro auto-imprenditoriale”, come spiega l’associazione “Chi rom… e chi no” che per realizzare questa idea ha ottenuto un finanziamento dall’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (Unar) del Dipartimento per le pari opportunità. «Abbiamo già sperimentato come il cibo riesca a legare in maniera naturale persone di culture diverse», racconta Barbara introducendo il progetto ai presenti. «In una gara di cucina organizzata a Scampia qualche tempo fa i napoletani provarono e votarono anche i piatti preparati dai rom, e uno di questi risultò tra i vincitori. La cucina può diventare quindi un ambito privilegiato di incontro tra culture diverse, oltre che un’occasione di emancipazione per le donne del quartiere».  L’obiettivo finale è la creazione di un’impresa, una cooperativa che riesca a proporre un servizio di catering professionale e a trovare un mercato. «Non possiamo dire che da qui a un anno ci riusciremo, il tempo e i fondi non saranno probabilmente sufficienti», ammette Barbara. «Ma ci affacciamo a questa possibilità guardando alla formazione come un processo in divenire, attraverso cui promuovere anche obiettivi culturali più ampi: la sostenibilità dei consumi, l’attenzione alla qualità degli alimenti e la diffusione del biologico, la valorizzazione delle diverse tradizioni culinarie».

La sfida è interessante quanto complicata; se è vero, come sottolineano i ragazzi dell’associazione, che in un campo rom a Scampia, una periferia nella periferia, c’è sicuramente più spazio di azione e sperimentazione rispetto al centro, è vero anche che loro stessi affrontano tutti i giorni una situazione a tratti insostenibile, dato l’accumulo di rifiuti e la mancanza di servizi nell’area. La presentazione di “La Kumpania” – che in lingua romaní indica l’insieme delle famiglie che convivono o che fanno parte dello stesso sottogruppo – è diventata quindi ieri un’ennesima occasione di confronto sui problemi del quartiere. Approfittando anche dell’ospite d’eccezione, il nuovo prefetto Andrea De Martino, in carica da agosto, che si dice disposto a fare pressione al comune per l’installazione di un servizio di videosorveglianza, per ridurre gli scarichi abusivi di rifiuti nell’area. È ormai noto infatti, come testimoniato anche dai controlli dell’ Asl locale, che ai rifiuti normali prodotti dalle diverse comunità rom che vivono nella zona di via Cupa Perillo si aggiungono rifiuti ingombranti e inquinanti (macchine, elettrodomestici, pannelli di amianto), abbandonati da chi ha deciso che l’area sia da considerare ormai una discarica ufficialmente riconosciuta. «Il costo di ogni operazione straordinaria è di circa duecentomila euro», ricorda l’assessore uscente alle politiche culturali e giovanili della municipalità, Maria De Marco. Quello che tutte le associazioni e gli operatori del settore, oltre che le stesse comunità rom, chiedono da anni è piuttosto un servizio di raccolta ordinaria dei rifiuti, con contenitori per i sacchetti e prelievi quotidiani, e di illuminazione stradale – senza lampioni le telecamere avrebbero probabilmente poca efficacia.

Certo è difficile parlare di raccolta rifiuti nei campi rom a Scampia quando tutta la città boccheggia nell’immondizia non raccolta. «A Napoli in tutta la città ci vuole una bella pulizia generale!», fa notare al prefetto Gennaro, un abitante del quartiere. Ma l’area di intervento in questione, come sottolinea De Marco, «è soggetta a tre livelli di discriminazione: un campo rom, abusivo, e a Scampia». Quarto: essere donna a Scampia può essere più complicato che esserlo altrove, per la conformazione urbanistica che non offre spazi di socializzazione sicuri, per i nuclei familiari disastrati da disoccupazione e galera, la carenza di servizi sociali, l’alto numero di gravidanze precoci, la violenza domestica – tutti temi su cui cerca di lavorare la consulta delle donne promossa dalla stessa De Marco, che forse per il troppo attivismo non si è vista però rinnovare il secondo mandato dell’assessorato. Rimane la specifica del rapporto tra la comunità rom, le istituzioni, gli altri residenti del quartiere. «Stavolta ben centocinquanta rom hanno firmato un documento con nome, cognome e nazionalità, in cui chiedono alle istituzioni un intervento per i rifiuti», racconta Gennaro Sanges della Cgil. «Un comitato di cittadini di Scampia però ha raccolto mille firme per un altro appello incentrato sui problemi connessi ai roghi di rifiuti di cui sono responsabili i rom, e loro sono riusciti ad arrivare a Domenica in e La vita in diretta».

Proprio per cercare di smontare sul nascere queste guerre tra vicini, e smussare gli angoli potenzialmente acutissimi di conflitti interculturali che nascondono problemi in realtà condivisi, “Chi rom… e chi no” dal 2002 punta a lavorare mettendo insieme i due fronti. In questo senso l’occasione di un corso di formazione professionale unisce le donne rom e napoletane offrendo a tutte una boccata d’aria. «Ad aprile il parlamento europeo ha fatto una legge per facilitare l’accesso delle minoranze etniche e culturali ai corsi di formazione professionale», dice Nino, che abita in un altro campo rom di Scampia. «Il nostro popolo per la maggioranza è analfabeta, e ha bisogno di strumenti che aiutino l’inserimento nel  mercato del lavoro».  Per la sua impostazione interculturale “La Kumpania” si propone come progetto pilota. «Non ne esistono altri in Italia che mettano insieme rom e italiani – spiega Marco – nonostante l’Unione europea abbia sottolineato che la questione rom va affrontata come particolarità, ma evitando approcci separati e  ulteriormente ghettizzanti».  Finita la presentazione, spazio al tè e ai biscotti offerti a tutti i partecipanti. In attesa di assaggiare il resto. (viola sarnelli)

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