Irpinia, i falsi imprenditori del terremoto

Posted on 27 novembre 2010

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( disegno di diegomiedo )

da www.altreconomia.it

La sbarra che chiude il parcheggio riservato agli operai del “Calzaturificio San Mango”, nell’area industriale di San Mango sul Calore, si è abbassata per sempre da quasi vent’anni. Vetri rotti ed erbacce narrano invece lo stato d’abbandono dello stabilimento delle “Amiderie italiane”, a Nusco: la fabbrica, chiusa ormai da una decina di anni, tornò a far parlare di sé nel 2007, quando Guido Bertolaso – in veste di commissario straordinario per l’emergenza rifiuti in Campania – l’aveva individuata come un possibile deposito provvisorio delle cosiddette “ecoballe”.

San Mango sul Calore e Nusco sono due località in provincia di Avellino: la prima è sconosciuta, mentre la seconda ha dato i natali al più famoso uomo politico locale, Ciriaco De Mita. Le accomuna il terremoto dell’Irpinia. A trent’anni dalle scosse e a un anno e mezzo dal terremoto de L’Aquila, vale la pena raccontare una “ricostruzione” mai terminata. Il dato che salta agli occhi è quello “contabile”: la Finanziaria del 2007 ha stanziato altri centocinquantasette milioni e mezzo di euro (fino al 2024) per la prosecuzione degli interventi; e continuiamo a pagare anche un accisa di settantacinque lire su ogni litro di benzina, introdotta nel 1980 per far fronte all’emergenza. C’è, però, anche da guardare al territorio. Per questo le due “fotografie” di San Mango sul Calore e Nusco, sono esemplari: sono state scattate all’interno di due delle venti grandi aree industriali realizzate nelle province di Avellino, Salerno e Potenza in base alla legge per la ricostruzione, la numero 219 del 1981. Realizzate grazie a finanziamenti pubblici, ha “accolto” imprenditori graziati da contributi a fondo perduto (al 75%).
Alle aziende sono andate quasi tremila miliardi di lire. Sono una decima parte degli oltre trentaduemila che il Paese ha destinato complessivamente all’Irpinia, secondo l’ultima delibera della Corte dei Conti che s’è occupata del terremoto, la 21 del 2008.

«Un punto su cui tutti furono d’accordo nel dibattito precedente all’approvazione delle legge, è che la ricostruzione dovesse rappresentare un trampolino di lancio, per avviare una nuova fase di crescita per le aree interne», spiega Stefano Ventura, un giovane ricercatore che all’università di Siena ha discusso nel 2009 una tesi di dottorato su “L’Irpinia dopo il terremoto. Le conseguenze sociali, politiche, economiche, urbanistiche”. Ventura, nato nel 1980 a Teora (Av), uno dei borghi più devastati dal sisma, collabora con l’osservatorio sul doposisma della Fondazione Mida (Musei integrati dell’ambiente, http://www.fondazionemida.it) di Pertosa (Salerno), per cui ha curato il rapporto “Trent’anni di terremoti italiani” (in uscita a fine novembre).
Anche se era un neonato, ha le idee chiare su ciò che successe dopo il terremoto: vennero dotate di infrastrutture ben venti aree industriali (dodici in Campania e otto in Basilicata), anche se il 60,7% delle domande di insediamento era riferito a sole cinque di esse. «Non vennero posti limiti né ai finanziamenti né alla tipologia di aziende che andavano a installarsi nell’area terremotata», spiega Ventura.

Il primo stabilimento finanziato nell’ambito dell’articolo 32 della legge 219 (quello che invitava a individuare le “aree da destinare agli impianti industriali”) era operativo nel 1985 (era l’Eurosodernic, 1,591 miliardi di lire di contributi). I fondi erogati con l’articolo 32 hanno modificato radicalmente la struttura produttiva del territorio. «La differenza più significativa tra le aziende presenti in provincia di Avellino dopo il 1985 era tra quelle a proprietà locale e quelle esterne. Le prime, infatti, svolgevano attività produttive “conto terzi”, mentre le imprese esterne operavano “per conto proprio”», dice Ventura. Nel 1985 le imprese esterne avevano il 16% degli stabilimenti e il 26,5% degli addetti; solo sei anni dopo, il 38,7% degli stabilimenti e il 62,4% degli addetti. Grandi e medi gruppi industriali si sono arrampicati tra le montagne dell’Irpinia, attratti da un’industrializzazione “supportata” dalle casse dello Stato. Per fare solo alcuni esempi, il gruppo Ferrero, i cui due stabilimenti di Porrara (Av) e Balvano (Pz) sono ancora aperti, ha ricevuto quasi ottanta miliardi di lire; Parmalat, quasi nove miliardi (nel 2005 lo stabilimento è passato al gruppo Vicenzi, marchio “Mister Day”); trentaciqnue miliardi sono andati alla “Tubi Sud” (oggi di proprietà di ArcelorMittal, il primo gruppo al mondo nella produzione di acciaio). Tantissimi miliardi ad aziende che poi sono state travolte da scandali e bancarotte, come la “Italgrani” (oltre trentasei miliardi di lire).

Negli uffici del Consorzio per l’area di sviluppo industriale (www.asi-avellino.com) di Avellino, un ente pubblico economico, mi accoglie l’ingegner Giuseppe Tolino. Ha elaborato per noi un database sulle otto aree industriali presenti nel territorio provinciale, per fotografare la situazione attuale in ogni “lotto”. Nel riquadro dedicato allo “stato dell’azienda”, le variabili sono “chiusa”, “in produzione”, “in costruzione”. In alcuni casi, però, c’è scritto “lotto libero”. Significa che in quei lotti, dall’80 a oggi, nessuno si è mai insediato. Restano piattaforme di cemento, dotate di tutte le infrastrutture. «La situazione peggiore è a Nerico e a Calitri. Nel primo caso, ci sono due lotti mai occupati. Nel secondo, c’è un lotto diviso tra tre aziende. E un altro è libero», racconta Tolino. Nell’area industriale di Nerico su sei lotti, per complessivi centodiecimila metri quadri, solo uno è attualmente occupato. E l’area di Calitri è a pochi chilometri. Trent’anni fa, al momento di decidere dove realizzare le aree industriali, ha prevalso la logica “un campanile una ciminiera”, ricostruisce Ventura. Non si è tenuto conto di risorse scarse, come il suolo o il corso dei fiumi Sele e Ofanto. Le montagne e le golene sono state sbancate per fare spazio alle aree industriali.

Legambiente, in un dossier del 2005, fa i conti: le aree industriali hanno preso il posto di trecentoventi ettari di suolo agricolo in Campania, di duecentotrenta in Basilicata. Il tutto per far spazio a “false imprese e falsi imprenditori” (secondo il titolo di un libro del 1993 di Salvatore Casillo). False imprese perché nessuno rischiava del proprio: in base all’articolo 32, per non vedersi revocato il finanziamento gli imprenditori si impegnavano a raggiungere nell’arco di quattro anni un livello di produttività o di occupazione del 75% rispetto a quanto approvato nei progetti. A quel punto, poteva ottenere il trasferimento in proprietà del lotto assegnato e già occupato. Ma ciò era difficile per chi non aveva l’idea di produrre.

A risolvere la questione ci pensò Pierluigi Bersani. Con la legge 266 del ‘97, bastava il certificato di collaudo e un’autocertificazione della ditta che dichiarava che tutto andava bene, ossia di aver raggiunto al 50% (e non più al 75%) uno dei due obiettivi (e non entrambi) per ottenere, con i soldi dello Stato, il terreno dove, con i soldi dello Stato, era stato realizzato l’opificio. Nella colonna delle “note”, nel database di Tolino, c’è una sfilza di notazioni “ditta fallita”. E ciò significa, a volte, lunghi e noiosi percorsi giudiziari, e l’impossibilità di cercare un nuovo occupante per un lotto. Tolino mi parla, per esempio, del braccio di ferro tra l’Asi e la curatela fallimentare del “Calzaturificio San Mango” (37,6 miliardi di lire, il contributo pubblico; 38.579 metri quadri di lotto abbandonato). Finché non sarà finito, non potrà realizzarsi il progetto di Oswald Zuegg di allargare la sua azienda nell’area industriale di San Mango. Zuegg occupa il lotto accanto a quello dell’ex calzaturificio (12,8 miliardi, il finanziamento). Oggi vorrebbe portare in Irpinia anche una linea d’imbottigliamento. L’idea di Zuegg me la confida Michele Di Napoli, per oltre trent’anni sindaco di Luogosano, dove insiste l’insediamento industriale. «Ci sarebbe voluta più oculatezza nell’individuare gli imprenditori che sono venuti nelle nostre zone», dice. (luca martinelli)

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