Saharawi, la guerra nel deserto

Posted on 28 novembre 2010

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( foto di mauro abate )

Sono passati ormai trentacinque anni da quando il Marocco, occupando l’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale, ha costretto il popolo saharawi a dividersi tra l’isolamento nel deserto algerino e la condizione di minoranza indesiderata all’interno dello stesso stato marocchino. Dopo anni di guerriglia, dal 1991 i saharawi attendono che un referendum, con l’approvazione dell’Onu, stabilisca una volta per tutte la sovranità sull’area. Nell’attesa di soluzioni diplomatiche è nata ai primi di ottobre una tendopoli di protesta, arrivata  a contenere circa venticinquemila persone, vicino alla città di El-Aayun, capoluogo della provincia marocchina di Laâyoune e capitale ufficiosa del territorio saharawi. Nella notte tra l’8 e il 9 novembre però l’esercito e la polizia marocchina, spalleggiati dai coloni, hanno attaccato il campo abusivo con elicotteri, camion, idranti e proiettili. Il bilancio è di diciannove morti, settecentoventitré feriti e centocinquanta dispersi tra gli abitanti dell’accampamento. In questo clima  è partita ieri per il Sahara Occidentale l’equipe medica dell’associazione “Rio de Oro” guidata dal napoletano Mauro Abate. Un progetto di assistenza sanitaria nato quasi per caso nel 2003, che dal 2006 accompagna la vita della popolazione nei campi, come raccontano le foto dello stesso Abate.

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L’esperienza con i Saharawi di Mauro Abate – neurologo pediatra all’ospedale Santobono di Napoli e fotografo – risale al 2003, quando il circolo culturale “L’altro sguardo” di Formia, decise di invitare la scrittrice Fabrizia Ramondino a discutere del film di Mario Martone, “Morte di un matematico napoletano”, di cui è stata sceneggiatrice. «Non ci aspettavamo che venisse con tanto piacere. Ma ciò che sorprese un po’ tutti – ricorda Abate – fu la sua richiesta al termine del dibatttito seguito alla proiezione del film. “Conosci il popolo Saharawi?”, mi disse. Potresti aiutarmi a far conoscere la condizione in cui sono costretti a vivere? Io ho collaborato con Martone a un film su di loro sponsorizzato dall’Unicef. E vorresti che un gruppo di bambini saharawi venisse accolto dal comune di Formia?”».

La discussione tra Abate e la scrittrice continuò il mattino seguente in un bar nella piazzetta di Itri, dove lei abitava. Sorseggiando un caffè, la Ramondino lo informò dettagliatamente della condizione dei Saharawi, del loro esodo biblico nel deserto, delle feroci persecuzioni seguite all’occupazione delle loro terre da parte del Marocco e della Mauritania, del referendum per l’autodeterminazione sostenuto dall’Onu; e lo mise al corrente della presenza nel nostro paese di un’organizzazione a favore di quel popolo, sottolineando quanto fosse importante l’accoglienza estiva dei loro bambini nel nostro paese, «sia per sottrarli al caldo torrido del deserto e permetterne un adeguato controllo sanitario, che – aggiunse – per far conoscere loro un orizzonte più vasto del proprio mondo».

( foto di mauro abate )

Da quel giorno la macchina organizzativa di Abate e della Ramondino si mise in moto. A un assessore comunale di Formia, sensibile alle loro richieste, venne l’idea di ospitare un gruppo di bambini saharawi in una scuola alberghiera nel periodo estivo. I problemi organizzativi, burocratici ed economici, compresa l’attivazione della Asl per assicurare lo screening sanitario, vennero felicemente risolti, «con il contributo decisivo di Fabrizia che ci mise in contatto con il Fronte Polisario (la rappresentanza politica dell’autoproclamata Repubblica Araba Democratica Saharawi) e con una scuola di Napoli che aveva già sperimentato questo tipo di accoglienza», racconta Abate.

Alla fine venti bambini saharawi giunsero a Formia, nel luglio 2004. L’accoglienza si rivelò straordinaria. I bambini si divertirono. Andavano al mare e venivano curati. Da quel momento, anche Georgia, la figlia di Abate, e Steven, il suo fidanzato, si sentirono coinvolti nel rapporto con i Saharawi. «Solo che quasi alla fine del campo estivo, iniziarono i problemi con l’amministrazione comunale», spiega Abate. L’assessore, forse ingelositosi per il ruolo attivo di Abate, boicottò il film che Steven aveva realizzato su quel soggiorno, con la voce narrante della Ramondino; documento prezioso (anche per il contributo diretto in audio della scrittrice da poco scomparsa) che venne invece apprezzato dalle autorità saharawi, girò per le scuole di Formia e successivamente venne trasmesso da una televisione privata.

Nonostante le spaccature create dall’attacco dell’amministratore al film, da quel momento comincia una nuova fase; Abate, sempre in stretto contatto con la Ramondino, partecipa ad alcune iniziative dell’ANPS (Associazione Nazionale Popolo Saharawi) dove conosce Rossana Berini, che con la sua associazione, “Rio de Oro”, organizza da anni l’accoglienza e la cura dei bambini saharawi, soprattutto quelli con handicap motori. «Aveva anche avviato – racconta Abate –, con la sua associazione, una campagna per le adozioni a distanza e per la costruzione di case nei campi di Tindouf; in quella zona di profughi “nel mare di sabbia del Sahara”, che la Ramondino nel suo bel libro sul Polisario ha descritto come “un’astronave dimenticata nel deserto”».

( foto di mauro abate )

La Berini organizza anche delle “commissioni” oculistiche e ortopediche che periodicamente si recano nei campi per visite e interventi chirurgici. Nello stesso periodo Abate entra in contatto anche con un’altra associazione, “Bambini senza confini”, guidata dall’architetto Fulvio Rino, e partecipa nel 2005 all’accoglienza di bambini saharawi a Napoli da questi organizzata. Nel frattempo la figlia Georgia stringe amicizia con Rossana offrendosi come volontaria per l’accoglienza nelle Marche dei bambini con handicap. Poi la svolta nel 2006, quando il “trio” (Mauro, Georgia e Steven) decide di recarsi nei campi per conoscere da vicino la situazione sanitaria e sperimentare un progetto concreto a nome dell’associazione “Rio de Oro”.

«L’impatto con la realtà dei campi – dice Abate – fu stupefacente. Mi aspettavo che fossero organizzati, ma non mi aspettavo di trovare delle vere e proprie città costruite nella sabbia, con ospedali, officine, edifici pubblici, scuole. E in questa incredibile organizzazione comunitaria, non mi fu difficile riconoscere l’orgoglio e la fierezza di un popolo di cui mi aveva parlato la Ramondino. Fummo ospitati nella capitale Rabuni e, dopo un giro tra ospedali e ambulatori, Rossana organizzò per me ambulatori neurologici e visite domiciliari. In questi giri veloci riuscii anche a scattare delle fotografie con le quali allestii delle mostre».

Da quella prima volta, Abate è ritornato periodicamente nei campi come responsabile della “Rio de Oro” per la quale ha organizzato una struttura medica capillare che si occupa della diagnosi e cura delle epilessie gestita da medici e tecnici italiani che non ricevono compensi, ma al contrario pagano il viaggio nei campi e collaborano con personale tecnico saharawi. Nonostante la situazione politica sia nuovamente grave: nel più assoluto silenzio dell’Occidente, solo pochi giorni fa è stato spazzato via un campo di protesta civile allestito da più di ventimila saharawi.

Ritorna l’appello rivolto dalla Ramondino al medico fotografo, che ha ritratto la scrittrice tra i bambini Saharawi con immagini d’infinita dolcezza: «Quella dei Saharawi è una storia drammatica, straordinaria che dobbiamo far conoscere al mondo». Abate non ha mai dimenticato queste parole ed è già ripartito con Georgia, un’altra spedizione per i profughi del mare di sabbia di Tindouf. (antonio grieco)

( foto di mauro abate )

Sono passati ormai trentacinque anni da quando il Marocco, occupando l’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale, ha costretto più di centocinquantamila saharawi a dividersi tra l’isolamento nel deserto algerino e la condizione di minoranza indesiderata all’interno dello stesso stato marocchino. Dopo anni di guerriglia, dal 1991 i saharawi attendono che un referendum, approvato dall’Onu, stabilisca una volta per tutte la sovranità sull’area. Nell’attesa di soluzioni diplomatiche è nata intanto ai primi di ottobre una tendopoli di protesta, arrivata rapidamente a contenere circa venticinquemila persone, vicino alla città di El-Aayun, capoluogo della provincia marocchina di Laâyoune e capitale ufficiosa del territorio saharawi. Nella notte tra l’otto e il nove novembre l’esercito e la polizia marocchina, spalleggiati dai coloni, hanno attaccato il campo abusivo con elicotteri, camion, idranti e proiettili. Dopo due giorni di scontri il bilancio è di diciannove morti, settecentoventitré feriti e centocinquanta dispersi tra gli abitanti dell’accampamento. In questo clima ieri, sabato 27 novembre, è partita nuovamente per il Sahara Occidentale l’equipe medica dell’associazione “Rio de Oro” guidata dal napoletano Mauro Abate. Un progetto di assistenza sanitaria nato quasi per caso nel 2003, che dal 2006 accompagna la vita della popolazione nei campi, documentata anche dalle foto dello stesso Abate.

 

L’esperienza con i Saharawi di Mauro Abate – neurologo pediatra all’ospedale Santobono di Napoli e fotografo – risale al 2003, quando il circolo culturale “L’altro sguardo” di Formia, decise di invitare la scrittrice Fabrizia Ramondino a discutere del film di Mario Martone “Morte di un matematico napoletano”, di cui è stata sceneggiatrice. «Non ci aspettavamo che venisse con tanto piacere. Ma ciò che sorprese un po’ tutti – ricorda Abate – fu la sua richiesta al termine del dibatttito seguito alla proiezione del film. “Conosci il popolo Saharawi?”, mi disse. Potresti aiutarmi a far conoscere la condizione in cui sono costretti a vivere? Io ho collaborato con Martone a un film su di loro sponsorizzato dall’Unicef. E vorresti che un gruppo di bambini saharawi venisse accolto dal comune di Formia?”».

 

La discussione tra Abate e la scrittrice continuò il mattino seguente in un bar nella piazzetta di Itri, dove lei abitava. Sorseggiando un caffè, la Ramondino lo informò dettagliatamente della condizione dei Saharawi, del loro esodo biblico nel deserto, delle feroci persecuzioni seguite all’occupazione delle loro terre da parte del Marocco e della Mauritania, del referendum per l’autodeterminazione sostenuto dall’Onu; e lo mise al corrente della presenza nel nostro paese di un’organizzazione a favore di quel popolo, sottolineando quanto fosse importante l’accoglienza estiva dei loro bambini nel nostro paese, «sia per sottrarli al caldo torrido del deserto e permetterne un adeguato controllo sanitario, che – aggiunse – per far conoscere loro un orizzonte più vasto del proprio mondo».

 

Da quel giorno la macchina organizzativa di Abate e della Ramondino si mise in moto. A un assessore comunale di Formia, sensibile alle loro richieste, venne l’idea di ospitare un gruppo di bambini saharawi in una scuola alberghiera nel periodo estivo. I problemi organizzativi, burocratici ed economici, compresa l’attivazione della Asl per assicurare lo screening sanitario, vennero felicemente risolti, «con il contributo decisivo di Fabrizia che ci mise in contatto con il Fronte Polisario (la rappresentanza politica dell’autoproclamata Repubblica Araba Democratica Saharawi) e con una scuola di Napoli che aveva già sperimentato questo tipo di accoglienza», racconta Abate.

Alla fine venti bambini saharawi giunsero a Formia, nel luglio 2004. L’accoglienza si rivelò straordinaria. I bambini si divertirono. Andavano al mare e venivano curati. Da quel momento, anche Georgia, la figlia di Abate, e Steven, il suo fidanzato, si sentirono coinvolti nel rapporto con i Saharawi. «Solo che quasi alla fine del campo estivo, iniziarono i problemi con l’amministrazione comunale», spiega Abate. L’assessore, forse ingelositosi per il ruolo attivo di Abate, boicottò il film che Steven aveva realizzato su quel soggiorno, con la voce narrante della Ramondino; documento prezioso (anche per il contributo diretto in audio della scrittrice da poco scomparsa) che venne invece apprezzato dalle autorità saharawi, girò per le scuole di Formia e successivamente venne trasmesso da una televisione privata.

Nonostante le spaccature create dall’attacco dell’amministratore al film, da quel momento comincia una nuova fase; Abate, sempre in stretto contatto con la Ramondino, partecipa ad alcune iniziative dell’ANPS (Associazione Nazionale Popolo Saharawi) dove conosce Rossana Berini, che con la sua associazione, “Rio de Oro”, organizza da anni l’accoglienza e la cura dei bambini saharawi, soprattutto quelli con handicap motori. «Aveva anche avviato – racconta Abate –, con la sua associazione, una campagna per le adozioni a distanza e per la costruzione di case nei campi di Tindouf; in quella zona di profughi “nel mare di sabbia del Sahara”, che la Ramondino nel suo bel libro sul Polisario ha descritto come “un’astronave dimenticata nel deserto”».

 

La Berini organizza anche delle “commissioni” oculistiche e ortopediche che periodicamente si recano nei campi per visite e interventi chirurgici. Nello stesso periodo Abate entra in contatto anche con un’altra associazione, “Bambini senza confini”, guidata dall’architetto Fulvio Rino, e partecipa nel 2005 all’accoglienza di bambini saharawi a Napoli da questi organizzata. Nel frattempo la figlia Georgia stringe amicizia con Rossana offrendosi come volontaria per l’accoglienza nelle Marche dei bambini con handicap. Poi la svolta nel 2006, quando il “trio” (Mauro, Georgia e Steven) decide di recarsi nei campi per conoscere da vicino la situazione sanitaria e sperimentare un progetto concreto a nome dell’associazione “Rio de Oro”.

 

«L’impatto con la realtà dei campi – dice Abate – fu stupefacente. Mi aspettavo che fossero organizzati, ma non mi aspettavo di trovare delle vere e proprie città costruite nella sabbia, con ospedali, officine, edifici pubblici, scuole. E in questa incredibile organizzazione comunitaria, non mi fu difficile riconoscere l’orgoglio e la fierezza di un popolo di cui mi aveva parlato la Ramondino. Fummo ospitati nella capitale Rabuni e, dopo un giro tra ospedali e ambulatori, Rossana organizzò per me ambulatori neurologici e visite domiciliari. In questi giri veloci riuscii anche a scattare delle fotografie con le quali allestii delle mostre».

 

Da quella prima volta, Abate è ritornato periodicamente nei campi come responsabile della “Rio de Oro” per la quale ha organizzato una struttura medica capillare che si occupa della diagnosi e cura delle epilessie gestita da medici e tecnici italiani che non ricevono compensi, ma al contrario pagano il viaggio nei campi e collaborano con personale tecnico saharawi. Nonostante la situazione politica sia nuovamente grave: nel più assoluto silenzio dell’Occidente, solo pochi giorni fa è stato spazzato via un campo di protesta civile allestito da più di ventimila saharawi.

Ritorna l’appello rivolto dalla Ramondino al medico fotografo, che ha ritratto la scrittrice tra i bambini Saharawi con immagini d’infinita dolcezza: «Quella dei Saharawi è una storia drammatica, straordinaria che dobbiamo far conoscere al mondo». Abate non ha mai dimenticato queste parole ed è già partito con Georgia; un’altra spedizione per i profughi del mare di sabbia di Tindouf. (antonio grieco)

Sono passati ormai trentacinque anni da quando il Marocco, occupando l’ex colonia spagnola del Sahara Occidentale, ha costretto più di centocinquantamila saharawi a dividersi tra l’isolamento nel deserto algerino e la condizione di minoranza indesiderata all’interno dello stesso stato marocchino. Dopo anni di guerriglia, dal 1991 i saharawi attendono che un referendum, approvato dall’Onu, stabilisca una volta per tutte la sovranità sull’area. Nell’attesa di soluzioni diplomatiche è nata intanto ai primi di ottobre una tendopoli di protesta, arrivata rapidamente a contenere circa venticinquemila persone, vicino alla città di El-Aayun, capoluogo della provincia marocchina di Laâyoune e capitale ufficiosa del territorio saharawi. Nella notte tra l’otto e il nove novembre l’esercito e la polizia marocchina, spalleggiati dai coloni, hanno attaccato il campo abusivo con elicotteri, camion, idranti e proiettili. Dopo due giorni di scontri il bilancio è di diciannove morti, settecentoventitré feriti e centocinquanta dispersi tra gli abitanti dell’accampamento. In questo clima ieri, sabato 27 novembre, è partita nuovamente per il Sahara Occidentale l’equipe medica dell’associazione “Rio de Oro” guidata dal napoletano Mauro Abate. Un progetto di assistenza sanitaria nato quasi per caso nel 2003, che dal 2006 accompagna la vita della popolazione nei campi, documentata anche dalle foto dello stesso Abate.

L’esperienza con i Saharawi di Mauro Abate – neurologo pediatra all’ospedale Santobono di Napoli e fotografo – risale al 2003, quando il circolo culturale “L’altro sguardo” di Formia, decise di invitare la scrittrice Fabrizia Ramondino a discutere del film di Mario Martone “Morte di un matematico napoletano”, di cui è stata sceneggiatrice. «Non ci aspettavamo che venisse con tanto piacere. Ma ciò che sorprese un po’ tutti – ricorda Abate – fu la sua richiesta al termine del dibatttito seguito alla proiezione del film. “Conosci il popolo Saharawi?”, mi disse. Potresti aiutarmi a far conoscere la condizione in cui sono costretti a vivere? Io ho collaborato con Martone a un film su di loro sponsorizzato dall’Unicef. E vorresti che un gruppo di bambini saharawi venisse accolto dal comune di Formia?”».

La discussione tra Abate e la scrittrice continuò il mattino seguente in un bar nella piazzetta di Itri, dove lei abitava. Sorseggiando un caffè, la Ramondino lo informò dettagliatamente della condizione dei Saharawi, del loro esodo biblico nel deserto, delle feroci persecuzioni seguite all’occupazione delle loro terre da parte del Marocco e della Mauritania, del referendum per l’autodeterminazione sostenuto dall’Onu; e lo mise al corrente della presenza nel nostro paese di un’organizzazione a favore di quel popolo, sottolineando quanto fosse importante l’accoglienza estiva dei loro bambini nel nostro paese, «sia per sottrarli al caldo torrido del deserto e permetterne un adeguato controllo sanitario, che – aggiunse – per far conoscere loro un orizzonte più vasto del proprio mondo».

Da quel giorno la macchina organizzativa di Abate e della Ramondino si mise in moto. A un assessore comunale di Formia, sensibile alle loro richieste, venne l’idea di ospitare un gruppo di bambini saharawi in una scuola alberghiera nel periodo estivo. I problemi organizzativi, burocratici ed economici, compresa l’attivazione della Asl per assicurare lo screening sanitario, vennero felicemente risolti, «con il contributo decisivo di Fabrizia che ci mise in contatto con il Fronte Polisario (la rappresentanza politica dell’autoproclamata Repubblica Araba Democratica Saharawi) e con una scuola di Napoli che aveva già sperimentato questo tipo di accoglienza», racconta Abate.

Alla fine venti bambini saharawi giunsero a Formia, nel luglio 2004. L’accoglienza si rivelò straordinaria. I bambini si divertirono. Andavano al mare e venivano curati. Da quel momento, anche Georgia, la figlia di Abate, e Steven, il suo fidanzato, si sentirono coinvolti nel rapporto con i Saharawi. «Solo che quasi alla fine del campo estivo, iniziarono i problemi con l’amministrazione comunale», spiega Abate. L’assessore, forse ingelositosi per il ruolo attivo di Abate, boicottò il film che Steven aveva realizzato su quel soggiorno, con la voce narrante della Ramondino; documento prezioso (anche per il contributo diretto in audio della scrittrice da poco scomparsa) che venne invece apprezzato dalle autorità saharawi, girò per le scuole di Formia e successivamente venne trasmesso da una televisione privata.

Nonostante le spaccature create dall’attacco dell’amministratore al film, da quel momento comincia una nuova fase; Abate, sempre in stretto contatto con la Ramondino, partecipa ad alcune iniziative dell’ANPS (Associazione Nazionale Popolo Saharawi) dove conosce Rossana Berini, che con la sua associazione, “Rio de Oro”, organizza da anni l’accoglienza e la cura dei bambini saharawi, soprattutto quelli con handicap motori. «Aveva anche avviato – racconta Abate –, con la sua associazione, una campagna per le adozioni a distanza e per la costruzione di case nei campi di Tindouf; in quella zona di profughi “nel mare di sabbia del Sahara”, che la Ramondino nel suo bel libro sul Polisario ha descritto come “un’astronave dimenticata nel deserto”».

La Berini organizza anche delle “commissioni” oculistiche e ortopediche che periodicamente si recano nei campi per visite e interventi chirurgici. Nello stesso periodo Abate entra in contatto anche con un’altra associazione, “Bambini senza confini”, guidata dall’architetto Fulvio Rino, e partecipa nel 2005 all’accoglienza di bambini saharawi a Napoli da questi organizzata. Nel frattempo la figlia Georgia stringe amicizia con Rossana offrendosi come volontaria per l’accoglienza nelle Marche dei bambini con handicap. Poi la svolta nel 2006, quando il “trio” (Mauro, Georgia e Steven) decide di recarsi nei campi per conoscere da vicino la situazione sanitaria e sperimentare un progetto concreto a nome dell’associazione “Rio de Oro”.

«L’impatto con la realtà dei campi – dice Abate – fu stupefacente. Mi aspettavo che fossero organizzati, ma non mi aspettavo di trovare delle vere e proprie città costruite nella sabbia, con ospedali, officine, edifici pubblici, scuole. E in questa incredibile organizzazione comunitaria, non mi fu difficile riconoscere l’orgoglio e la fierezza di un popolo di cui mi aveva parlato la Ramondino. Fummo ospitati nella capitale Rabuni e, dopo un giro tra ospedali e ambulatori, Rossana organizzò per me ambulatori neurologici e visite domiciliari. In questi giri veloci riuscii anche a scattare delle fotografie con le quali allestii delle mostre».

Da quella prima volta, Abate è ritornato periodicamente nei campi come responsabile della “Rio de Oro” per la quale ha organizzato una struttura medica capillare che si occupa della diagnosi e cura delle epilessie gestita da medici e tecnici italiani che non ricevono compensi, ma al contrario pagano il viaggio nei campi e collaborano con personale tecnico saharawi. Nonostante la situazione politica sia nuovamente grave: nel più assoluto silenzio dell’Occidente, solo pochi giorni fa è stato spazzato via un campo di protesta civile allestito da più di ventimila saharawi.

Ritorna l’appello rivolto dalla Ramondino al medico fotografo, che ha ritratto la scrittrice tra i bambini Saharawi con immagini d’infinita dolcezza: «Quella dei Saharawi è una storia drammatica, straordinaria che dobbiamo far conoscere al mondo». Abate non ha mai dimenticato queste parole ed è già partito con Georgia; un’altra spedizione per i profughi del mare di sabbia di Tindouf. (antonio grieco)

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