L’università riformata della Gelmini

Posted on 6 dicembre 2010

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( foto di jános )

Mentre i lavori parlamentari sono sospesi e gli atenei di mezza Italia sono occupati, il disegno di legge 1905, approvato alla Camera il 30 novembre, aspetta di essere calendarizzato in Senato. L’attesa potrebbe essere lunga, e nulla si può ancora dire sul dopo-sfiducia. Questione controversa, la riforma Gelmini.

Se gli universitari, in una lettera aperta al Quirinale, ne denunciano l’incostituzionalità, altri la accolgono, ammiccando ai processi di riforma della pubblica istruzione e formazione che investono l’Europa da un decennio. Il ddl rappresenta un momento decisivo nella tendenza che ha imposto precise linee alle politiche in materia di università, a destra come a sinistra: da Berlinguer a Moratti, a Mussi alla Gelmini. Questa volta la spinta per rovesciare l’esistente è troppo forte, colpisce troppe categorie universitarie perché non si alzi una voce critica compatta e decisa. Il ddl parla chiaro: qualità, efficienza, razionalizzazione, ottimizzazione delle risorse, trasparenza, promozione dell’eccellenza. Parla di abilitazioni ai ruoli di docenza universitaria garantite ogni anno. Ma a che prezzo?

Gli atenei sono riorganizzati, con l’adozione di uno statuto che prevede novità significative all’interno degli organi accademici (in particolare l’ingresso massiccio, su designazione ministeriale, di figure esterne all’ateneo, a profilo manageriale e dirigenziale, nei consigli di amministrazione); con l’introduzione di un piano finanziario di sostenibilità da sottoporre periodicamente ai ministeri dell’istruzione e dell’economia. E gli atenei che non si mettono in regola vedono il ministero intervenire direttamente, con commissariamenti e nomine di commissioni manageriali ad hoc. Non solo: deleghe al governo sono previste in ogni caso “per incentivare la qualità e l’efficienza” del sistema universitario.

Il sistema di reclutamento del personale accademico è completamente riorganizzato, e l’iter da dottore a ricercatore a professore è ora maggiormente controllato e formalizzato, e nelle intenzioni sottratto alle logiche dei favoritismi locali. Ma molti dei titoli – quello di ricercatore, quello di professore abilitato – sono a scadenza, e se non si riesce a stare al passo con l’alta competitività promossa dal nuovo sistema, se non si viene assorbiti nel nuovo organismo universitario con una chiamata al livello successivo, o se il lavoro svolto non viene valutato positivamente da un apposito sistema nazionale di monitoraggio della qualità universitaria, allora si resta bloccati o ci si trova tagliati fuori per sempre. E i fondi stanziati per università e ricerca dalla finanziaria non promettono certo le migliaia di assunzioni previste, in linea teorica, dalla riforma Gelmini.

Certo, le novità in materia di gestione e alimentazione dei fondi per i finanziamenti all’università non mancano. Ecco che ai privati sono aperte ufficialmente le porte dei finanziamenti all’università, e con una serie di convenzioni si promuovono collaborazioni tra atenei ed enti privati. Così un’azienda può stanziare fondi per finanziare la ricerca universitaria, con la possibilità di vincolarli a “specifici usi”. Il sistema dei finanziamenti introduce meccanismi premiali: l’istituzione di un fondo per il merito degli studenti affianca all’A.Di.S.U. (Agenzia per il Diritto allo Studio Universitario, cioè il sistema previgente di erogazione delle borse universitarie che passa attraverso la Regione e il cui ammontare è comunque ridimensionato dalla finanziaria), la possibilità di usufruire di buoni e premi, cioè fondi concessi allo studente per essere poi restituiti dopo il compimento degli studi. Gli istituti concedenti – nella fattispecie la ConSAP (Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici, società per azioni) –, beneficeranno di una quota da trattenere sia sulle somme erogate allo studente che sulle rate rimborsate.

Incentivi finanziari sono poi previsti per le università eccellenti, che ricevono fino al dieci per cento in più del fondo di finanziamento ordinario. Naturalmente i fondi per il merito sono alimentati da risorse private, ma chi decide quali studenti e quali atenei meritano premi di eccellenza? Ecco l’ANVUR -(Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca) che, da mero organo consultivo istituito da Mussi sotto il governo Prodi, ora assume di fatto un ruolo centrale: indica i criteri di valutazione su cui è basata la distribuzione delle risorse finanziarie e, sulla base di questi, si esprime in merito agli atenei (sarebbe bene invece esprimersi sui singoli dipartimenti, poiché da sempre ogni ateneo sviluppa l’eccellenza relativa a un settore scientifico). Tra i criteri dell’ANVUR: la semplificazione dell’articolazione interna dell’ateneo (che frutta molti risparmi, il taglio di alcuni sprechi, ma rischia l’appiattimento dell’offerta formativa su quei settori che tirano di più sul mercato del lavoro), la sostenibilità economico-finanziaria dei programmi d’ateneo (criterio sovrano, che è il rovescio di quello, sano, dell’investimento sulle risorse dell’università e della ricerca), la capacità di attrazione di collaborazioni internazionali e finanziamenti esterni (ai quali si rischia di rimanere pericolosamente vincolati), l’efficienza didattica, che si misura sugli esiti dell’apprendimento (i voti) e l’inserimento nel mondo del lavoro, per cui all’università converrà piegarsi al criterio dell’efficienza lavorativa, che rischia di mettere in serio pericolo, in pochi anni, le facoltà umanistiche e l’idea stessa di un sapere umanistico.

Alimentare i settori di ricerca che possono fruttare nell’immediato e tagliare fuori gli altri dai finanziamenti è una politica pericolosa. Ma soprattutto, premiare chi è già grande senza investire significa alimentare la disparità tra le risorse, e creare una rete di atenei di serie A alimentati da ulteriori finanziamenti statali e dai privati. La corsa all’efficienza determina anche l’eliminazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, che svolgeva attività di ricerca per l’ateneo a vita, e l’introduzione di contratti di ricercatore triennali “da precari”, che, dopo un massimo di otto anni, vanno convertiti, con l’abilitazione scientifica nazionale, in possibilità di diventare professore. Istituti privati, scuole speciali, collegi, sono in molti casi equiparati alle università e accedono con maggiore facilità ai fondi pubblici. La norma su Parentopoli pretende di eliminare il ben più ampio problema del clientelismo.

Senza che ce ne si accorga, il sistema universitario frutto delle conquiste del secolo passato, che, pur con molti difetti rappresenta un enorme ricchezza, rischia di essere spazzato via.  (Alice Colantuoni)

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