Roma, assedio a Montecitorio

Posted on 15 dicembre 2010

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(foto di eleonora sasso)

 

«Questa è la cosa più simile a una guerra che abbia mai visto nella mia vita», mi ha confessato un ragazzo tornando a casa, piuttosto colpito da quello che era successo a Roma durante il corteo di ieri.
L’idea era chiara. “Assediamo Montecitorio”, d’altronde, era il nome scelto per la manifestazione. I manifestanti volevano provare a circondare il palazzo del Parlamento, e creare uno stato di tensione tale da far cadere il governo dalla strada, senza necessità di affidarsi agli onorevoli deputati, e al poco edificante spettacolo che li ha visti saltellare nelle ultime settimane da uno schieramento all’altro. Con la stessa facilità con la quale il governo sembra avere – almeno per ora – risolto i propri problemi di inferiorità numerica.

È stato chiaro da subito che il corteo non sarebbe stato una passeggiata, dal momento che l’ampia zona rossa a protezione dei palazzi del potere era sorvegliata da un gran numero di forze dell’ordine. La composizione del corteo era varia. C’erano tantissimi studenti di liceo, i precari di scuola e università, ma anche quelli per i quali le emergenze sembrano non terminare mai, come i terremotati dell’Aquila e i manifestanti di Terzigno. I più numerosi, però, erano gli studenti universitari, il cui destino era fortemente legato all’approvazione della fiducia. È notizia di oggi, infatti, che una volta evitata la debacle, il parlamento ha fissato la data per la votazione della riforma Gelmini già tra il 20 e il 22 dicembre. Il primo provvedimento del governo salvatosi ieri.

“Cadi, governo ladro!”, recitava uno striscione, ma l’auspicio dei manifestanti non si è compiuto. Molto determinati, fin da subito, erano i ragazzi che formavano i cordoni delle prime file. Ci tenevano ad arrivare almeno all’esterno di Montecitorio, e non volevano sentire ragioni. I primissimi, quasi tutti romani, si riparavano con grandi scudi a forma di libro, sui quali erano scritti i titoli e gli autori per loro più importanti.  Subito dopo i cordoni delle altre città. «Hanno detto ca simm’ ‘e black block», mi racconterà poi divertito un liceale. Il primo scontro avviene all’altezza di corso Rinascimento: i manifestanti provano ad avvicinarsi al palazzo della Camera, ma lo schieramento di polizia è numeroso. Dopo un primo contatto cominciano a lanciare botti e fuochi artificiali, così come era accaduto a Terzigno. La polizia risponde con lacrimogeni, che riescono ad allontanare chi provava a forzare. Iniziano a girare i limoni, ma nel frattempo il corteo riparte: di lì non si passa.

Mentre il folto serpentone prosegue sul lungo Tevere arriva la notizia che il governo ha ottenuto la fiducia. «Ce l’hanno fatta ancora una volta, comprandosi una manciata di parlamentari!». L’atmosfera cambia, il corteo prosegue con uno spirito tra il deluso e il rabbioso, dopo un passaggio in piazza del Popolo, fino a via del Corso. Man mano che i manifestanti si avvicinano nuovamente alla zona rossa, la tensione aumenta, fino a che non si arriva a un nuovo scontro. Questa volta è più duro, perché in generale il corteo è più nervoso, e i manifestanti vengono respinti con forza dagli agenti sotto una pioggia di lacrimogeni. Alcuni poliziotti rilanciano anche le pietre che ricevono, e il corteo comincia a disperdersi. Gli scontri, però, si allargano a tutto il centro, e a quel punto la confusione è totale. Il corteo viene separato in più spezzoni, più o meno all’altezza di piazza del Popolo, da cordoni di agenti in antisommossa e blindati. Nella zona di villa Borghese, e nelle strade alla destra della piazza avvengono i contatti più duri, tanto che più volte gli agenti di polizia e della guardia di finanza arrivano al corpo a corpo con alcuni manifestanti. Sembrano non mancare gli infiltrati: già in serata si diffonderanno foto di una persona incappucciata, che armata di manganello e manette pare proteggere un (collega?) finanziere a terra, per poi alzare poco dopo un cassonetto e lanciarlo con forza in strada, creando un nuovo parapiglia.

Nel tardo pomeriggio la situazione si tranquillizza. Quello che rimane, soprattutto nella zona circostante la piazza, sono i resti delle automobili bruciate, e utilizzate per le barricate, le vetrine infrante (come quella della sede della Protezione civile) e il via vai di sirene. Se è vero che spesso il fine giustifica i mezzi, però, è anche vero che il fine sembra non essere stato raggiunto, almeno per ora: «Abbiamo scritto la storia oggi – dice uno studente – ma ci vogliono dieci, venti giornate di questo genere perché questi capiscano che il paese non li vuole».

Tornando, nel pullman, gli animi sono ancora surriscaldati. Mi trovo per la maggior parte con liceali, mentre altri sono appena sbarcati all’università. Sono stati in prima linea, sempre, durante la giornata, e forse mi stupisce vedere come abbiano le idee chiare su quello sta accadendo. Non appena la tensione del post-corteo cala un po’, dopo aver curato le botte prese, e raccontato a chi era rimasto più dietro quello che è accaduto, si fermano a riflettere anche sul significato politico della giornata. Sono tutti concordi che per ottenere un risultato sarebbe necessario non fermarsi. Nelle prime file, adesso, si parla della riforma, non più solo degli scontri, e mi accorgo che questi ragazzi non sembrano assolutamente all’oscuro delle ragioni per le quali protestano, come si va dicendo in giro. Il viaggio è meno lungo del previsto, perché l’autista comincia a correre, infastidito dalla partenza ritardata. Arrivando a Napoli c’è tempo solo per prendere l’ultima metro: il freddo è polare, e quello che è successo a Roma sembra già lontano. (riccardo rosa)

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Posted in: scuole