Londra, la protesta nel recinto

Posted on 18 dicembre 2010

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foto di stefano esposito

Un albero lo si conosce dai suoi frutti, e una democrazia la si conosce dalle tecniche che adopera per affrontare il dissenso. La pratica del kettle (letteralmente “bollitore per il tè”) è rappresentativa di tutte le inquietanti forme di controllo che la legislazione inglese suggerisce di praticare. Sperimentata già nella Germania Ovest anni Ottanta, e poi rispolverata da qualche anno dalla polizia del Nord Europa, è un modo subdolo e astuto per portarti all’inoffensività senza lasciare segni duraturi sulla pelle, o quasi, ma soprattutto per risucchiarti in un “buco nero” nel territorio urbano.

La formula è presto spiegata: anziché adottare la tattica disorganica e imprevedibile della dispersione della folla, con il kettle un intero tratto di strada – quello dove si trovano i manifestanti, di solito grande quanto un campo di calcio – è chiuso al resto del mondo. Per un tempo indefinito, chi si trova dentro non può più uscire. Da qui anche il termine di corral, recinto. Per sederti, riposarti o riscaldarti, da quel momento in poi ti basterà solo quello che troverai dentro lo spazio sigillato.

Quando, il 24 novembre scorso, a Londra, con circa seimila tra studenti e persone d’ogni età vengo rinchiuso nell’ultimo recintamento poliziesco, è una bella mattinata, gelida ma luminosa. Nick Clegg, guida del partito Liberal Democratico e vice-primo ministro inglese, ha intanto detto che chi protesta contro i corposi tagli all’istruzione e il più sensazionale innalzamento di tasse universitarie d’Europa vive in un “Dream World”, un mondo di sogni.

A Trafalgar Square, a mezzogiorno, convergono fiumane di variopinta umanità: studenti universitari con cartelloni ironici e il volto dipinto, altri non ancora maggiorenni, in calzettoni o gonnellina, che mai prima d’ora hanno tenuto un megafono in mano; non mancano punk attempati, insegnanti progressisti, giornalisti, anarchici, semplici curiosi. Ma il fenomeno più sorprendente, politicamente e socialmente parlando, è che, mentre buona metà della marcia è composta dai college militanti – UCL, SOAS, Goldsmiths –, per la prima volta è palpabilissima anche la gioventù proveniente dal Sud-Est povero, di Croydon, Peckham, dei council estates di Islington. Una militanza nera, minorenne, inaspettata.

Il tam-tam, come sempre, corre tramite Facebook. Non esiste in Inghilterra un movimento come lo conosciamo in Italia. Nessun portavoce unico, nessun capetto, niente di riconoscibile in un’icona o in una bandiera. Questa natura eterogenea è insieme la loro forza e il loro limite.

Non porto con me né acqua né scorte di junk food. Tolgo la batteria dal cellulare. Solo pochi tra i ragazzi lì presenti immaginano di venire catapultati, tra poche ore, in uno scenario da guerra civile. Cerco dunque di immedesimarmi nel passante che si è unito, con curiosità e determinazione, alla folla per caso.

Come previsto, le prime file del corteo si infilano nel lungo raggio di Horse Guards Parade, verso Parliament Square e la residenza del primo ministro. Cercano il contatto con la polizia. Lo trovano. Scoppiano piccole scaramucce. Una breve schermaglia, o un lancio di oggetti – anche un tentativo di “sfondamento” simbolico può funzionare – è sufficiente per scatenare il recintamento. A nord e a sud di Downing Street, decine di agenti con scudi e camionette sono già appostati per sigillare la strada da entrambi i lati, alla prima provocazione.

Tutto si svolge molto lentamente: i due cordoni di polizia in pochi secondi diventano una barriera invalicabile; si avvicinano irresistibili, pesanti, e quanto più si avvicinano, tanto si restringe il fazzoletto di strada per i manifestanti. Tutto è lento perché la tattica non si basa sulla sorpresa, si basa sulla limitazione dello spazio. Deve essere tanto efficace da impedire la presenza di spazi vuoti, o vie di fuga. Quelli che tentano di forzare subito il blocco sono colpiti dai manganelli e respinti dentro con gli scudi.

Dopo un’ora la brutalità del kettle è già evidente ai pochi attivisti-di-professione. Ma ci sono anche tante mamme venute col passeggino, studentesse col trucco perfettamente curato e bambini con cartelli ispirati ad Harry Potter. La varietà, la bellezza, l’ingenuità, il senso di pulizia non solo ideologico ma anche esteriore di alcuni manifestanti sono affascinanti, per chi ha esperienza dei brutali riots di Terzino e Chiaiano. Se i cosiddetti trouble-makers si preparano già alle barricate e ai tentativi di sfondamento, molti altri si respirano ancora un’atmosfera giocosa ed vivace. Ma presto, poiché non esistono spazi vuoti o vie di fuga, si ostruiranno anche i pensieri. Anche la rabbia più cruda, per esplodere, ha bisogno di un minimo di spazio.

Passano due, poi tre ore. Un’altra caratteristica del recintamento, quella essenziale, è che questa condizione produce una noia terribile. È ovvio: qualsiasi cosa ripetuta in continuazione, anche il semplice attendere in fila per un documento, per un consulto medico, o il guardare sempre la stessa scena, fare lo stesso percorso per ore, produce noia. E la noia è la base di questo nuovo tipo di repressione; quando la noia ti avvolge, inizi a scivolare in un sonno che raffredda e raggrinzisce, che non è un vero e proprio dormire, in quanto non lo hai prodotto tu, ma ti è imposto in modo coercitivo, deliberatamente. Una sorta di ipnosi.

Il recintamento è in se stesso ripetizione: elimina nella folla, come in un gregge, la necessità di pensare, e la ripetizione diviene un sostituto dei pensieri. Anche gli assalti a tutto ciò che è dentro al recinto – portoni, panchine, cassonetti – acquistano un ritmo prevedibile e robotico. E se provi a parlare con i poliziotti intorno al recinto, senza mostrarti arrogante, essi sono abbastanza furbi da darti false informazioni e intrattenerti con civili chiacchiere sullo stato della Nazione.

In questo modo si crea una perversa dipendenza dallo Stato-carceriere, che deciderà quando gli anziani potranno tornare al caldo, i diabetici avere la loro insulina, i tredicenni in preda al panico tornare a casa dalle loro madri. Alcuni ragazzi colpiti da malore portati a braccio vengono fatti uscire dalla trappola. I loro portatori rispediti dentro. L’incolumità della proprietà privata, la necessità di garantire il normale svolgersi della vita lavorativa di chi si trova “all’esterno” giustificano questo sfiancamento intenzionale, immensamente efficace.

Efficace perché vento, pioggia, grandine, neve, sono nemici disordinati, che è possibile vincere equipaggiandosi bene. Si può vincere la fame con un panino nello zaino. E la vescica, dopo quattro ore passate in piedi, la si può svuotare orinando dove possibile, come i cani. Si ritrova l’adrenalina contro la violenza dei manganelli, che si scopre continuamente, commette degli errori, e spesso colpisce di fianco. Ma contro la noia non c’è niente da fare. Niente a cui attaccarsi. La noia è la tenaglia del carnefici.

Cinque ore. Si sfiorano zero gradi. Qualcuno dice: “Accendiamo un fuoco!”. Tutto quello che era stato lasciato intatto prima del kettle, adesso viene preso di mira: vengono sfondate le vetrate di una pensilina dell’autobus; le panchine ridotte in un ammasso di schegge. C’è chi si arrampica sugli alberi e cade cercando di strappare rami e foglie per alimentare un falò. Delle ragazzine aprono gli zaini e buttano tra le fiamme pagine dei loro diari; altri, i cartelloni della protesta. Un odore pregnante di plastica e colla si diffonde nelle strade eleganti del centro.

Chi ha subito un’esperienza simile a Copenhagen l’anno scorso, durante il Climate Summit Onu, è già fornito di provviste, acqua, sciarpe e maglioni in quantità. Tanti falò sono accesi per non morire di freddo, ma ci sono anche sound-system che sparano musica elettronica e classici del rock. Chi ha uno smartphone con dieci ore di batteria ascolta musica o manda sms agli amici e alla mamma: “Guarda quanta gente, sto bene!”. Ma una distrazione non è una liberazione, e nessuno di questi diversivi aiuta a focalizzarsi su un punto: si è prigionieri dello Stato, che ti squadra impassibile mentre ti appisoli in piedi, appoggiato su altri sconosciuti.

Sei ore. Visto con gli occhi della polizia, il controllo inizia con l’essere separati dalla folla. L’osservazione è la chiave del recintamento. Osserva la massa. Non fare nulla: nessuna ripetizione di cariche, nessun lancio di lacrimogeni. Limitati a osservare qualsiasi cosa faccia la massa. Non disturbarla, non prevenirla, non reprimerla. Lasciala sfogare se è il caso. Limitati a essere un osservatore.  Questo è l’unico modo di separarti da qualsiasi cosa, per non provare alcun sentimento.

Pian piano, anche per te che sei rimasto nel kettle, la massa come l’hai conosciuta all’inizio del corteo è così distante che fai fatica a percepirne l’esistenza: è una semplice eco in una valle lontana. E alla fine, persino quell’eco scompare. Dopo sette ore quel che rimane è il singolo, perduto nelle sue ossessioni, nelle sue nevrosi, nelle sue addiction tecnologiche. Questo è il vero dissolversi della folla, senza sforzo alcuno da parte della polizia: la si lascia semplicemente morire, di morte naturale.

E se si provasse a capovolgere questo suggerimento? Osservare, da testimone partecipante, ma poi immediatamente sciogliersi nella massa. Osservando anche tu ti renderai conto che, per la prima volta, hai l’opportunità di condividere una temporanea prigionia con persone e storie che non avresti mai incrociato prima, e che forse nemmeno trent’anni fa a Londra si sarebbero ritrovate insieme: post-noglobal e adolescenti figli dell’hyper-sexualization, proletariato marginale e precariato colto. Se questa moltitudine, costretta fisicamente all’inazione e senza vie di fuga, si compattasse non con la paura, non con il freddo, ma nell’osservazione, in un religioso silenzio, potrebbe diventare qualcosa di indecifrabile agli occhi dei carcerieri, e ancora più inquietante.

Osservando quanto accade non ti addormenti, come gli altri, al contrario divieni più sveglio, più consapevole. Libero da qualsiasi intimidazione, scopri che aldilà della ripetizione e della noia c’è un’infinita gamma di possibilità per future rivolte. Allorché la folla, nel suo senso più dozzinale e retorico, un “noi” che fa da coperta a troppe responsabilità, è ora assolutamente assente – se n’è andata del tutto, e non la riesci più a trovare da nessuna parte – per la prima volta diventi consapevole, perché la stessa energia che era assorbita dalla folla, non trovandola più, si ribalta su di te.

Dopo otto ore un sussulto tra i corpi intirizziti: si diffonde la voce che finalmente la polizia lascerà passare tutti, ma alla spicciolata, solo dopo aver identificato i responsabili delle violenze e averli arrestati, come in una sorta di filtro. C’è chi ripete a tutti una volenterosa filastrocca: «Avete il diritto di non farvi fotografare / Avete il diritto di non dichiarare i vostri dati personali». Ma nessuno ascolta, e una torma di fantasmi infreddoliti e mansueti si accalca davanti ai cordoni, aspettando solo di uscire. Tutti o quasi hanno accettato, di fatto, la condizione di livestock, bestiame, nel grande London Zoo. Eppure qualcuno, tra quanti sono appena usciti dalla prima esperienza di piazza, già pensa a come riorganizzarsi, a come sfuggire alla prossima trappola. Nel mesto e vacillante ritorno a casa, di certo c’è che la storia non finisce qui. (paolo mossetti)

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