Roma, rifugio in ambasciata

Posted on 28 dicembre 2010

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(disegno di cyop&kaf)

 

Un’ambasciata dovrebbe godere di extra-territorialità. Ma cosa accade quando il paese che rappresenta si sbriciola a causa di una sanguinosa e lunga guerra civile? A Roma l’ex-ambasciata somala è diventata un ricovero di fortuna per centoquaranta persone. Lo stabile cade a pezzi, come lo Stato che un tempo rappresentava, e le nostre istituzioni rimangono a guardare in silenzio.

Piove a dirotto. Corriamo in cerca di riparo, guardando sospetti i cornicioni pericolanti. «Questo è venuto giù pochi minuti fa», dice un ragazzo indicando dei frammenti di stucco sul selciato. L’ex-ambasciata della Somalia di via dei villini numero nove doveva essere una gran bella sede di rappresentanza. Con le scale a chiocciola e il terrazzo panoramico. Con il giardino e il garage per le macchine dei dipendenti. Con il patio e le ampie finestre sul giardino. Doveva essere molto elegante, l’ex-ambasciata. Oggi si può solo immaginare. Chiudere gli occhi e tapparsi il naso. Fare un salto indietro, a quando il paese africano era ancora un paese, e la sua rappresentanza diplomatica era ancora una rappresentanza. Bisogna non guardare la moquette lercia. Eliminare i mucchi di immondizia dagli angoli, le finestre rotte, il vento freddo invernale che fischia nei corridoi. Ci vuole un grande sforzo di immaginazione, per pensare al passato di quel posto.

Oggi in via dei villini numero nove, in uno dei quartieri più esclusivi di Roma, vivono centoquaranta persone. Tutti uomini, tutti somali, tutti in possesso di documenti in regola, o perchè rifugiati o perchè richiedenti asilo. Sono contenti di farci vedere quello che da anni è il loro rifugio. Sono felici che la gente sappia cosa significa essere richiedenti asilo in Italia. «Sono arrivato a Crotone, e dopo qualche giorno in un centro di prima accoglienza mi hanno detto vai a Roma, a via dei villini nove, ed eccomi qua» racconta uno di loro. Lo sanno sin dall’inizio, è noto ormai che questo stabile è un punto di appoggio per chi scappa dalla Somalia.

Ma l’ex-ambasciata non ha elettricità, e non ha acqua. «Un vicino gli ha allungato un tubo che eroga acqua nel loro giardino», spiega Salvatore, un giovane salesiano che da mesi cerca di aiutare queste persone. «Quella è l’unica fonte di acqua che hanno». Tutto il vicinato ormai conosce questa situazione, e oscilla tra un sentimento di stizza e indignazione e uno di pietà e vergogna. Ma le istituzioni non sembrano fare niente. Questa è una realtà che esiste ormai da anni, eppure tutto tace. Il problema è che lo stato ha l’obbligo di garantire una soluzione alternativa a questi richiedenti asilo, allora preferisce tacere, e lasciare che tra le ville in stile liberty del quartiere a pochi metri da Porta Pia esista uno stabile fatiscente in cui centoquaranta persone sopravvivono. «Quanto meno adesso il portiere non li chiude più dentro – commenta Salvatore – anni fa, quando l’ambasciata ha smesso di svolgere la sua funzione e già alcune persone cominciavano a venire a dormirci dentro, il portiere ogni sera alle otto veniva a chiudere i cancelli, senza preoccuparsi di chi c’era, per poi riaprirli la mattina seguente».

Dopo anni di silenzio, i somali hanno deciso di venire allo scoperto. Sono più consapevoli dei propri diritti, sanno che non hanno niente da perdere. Qualcuno di loro si è rivolto a “Medici per i diritti umani”, un’associazione di medici che da anni lavora in situazioni di crisi. Un’unità mobile si è istallata nello stabile, per portare cure socio-sanitarie agli abitanti. «Le condizioni igienico-sanitarie sono a dir poco precarie – ha commentato Alberto Barbieri di Medu – qui è pieno di topi, non c’è elettricità e il freddo di questi giorni ha debilitato diverse persone».

Per la vigilia di natale la comunità somala ha invitato i romani a vedere cosa c’è all’interno del cancello nero di via dei villini numero nove. Sotto una pioggia battente ci hanno accompagnato con l’ombrello lungo il cortile sino all’ingresso posteriore, ci hanno indicato il bagno improvvisato che si sono inventati in giardino, ci hanno fatto salire le scale e visitare le camere da letto, occupate da mucchi di coperte, sacchi a pelo, teloni. Ci hanno fatto vedere dove stendono i panni, nel terrazzo che un tempo doveva essere l’orgoglio dell’ambasciata. Anche in questa casa è arrivata la guerra civile. Ma una volta fuori, una volta chiuso il cancello nero, ci si dimentica di tutto. (marzia coronati)

 

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Posted in: attualità, in Italy