Periferia nord con bingo

Posted on 1 gennaio 2011

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foto di carola pagani

Ottantacinque, trentasette, quaranta, tre… La cantilena meccanica dei numeri sorteggiati scivola in sala mentre le circa cinquanta persone sedute ai tavoli si affannano a ritrovare i numeri sulle cartelle pagate uno, due o tre euro. I premi scintillano sul display elettronico, cifre da capogiro brillano nell’aria fumosa e stantia dello stanzone dipinto di rosa. Il silenzio è interrotto dalla prima cinquina, la speaker controlla il codice della cartella e accerta la legittimità della vincita. Poi un commesso in uniforme porta il denaro su un vassoio al vincitore.

La signora Elena è da più di tre ore lì ad aspettare la sorte, adesso ha vinto i suoi primi trenta euro. Finora si è concessa soltanto un caffè in monouso per accompagnare le decine di sigarette inalate senza passione. Il gioco riprende subito, le monete e le poche banconote restano abbandonate sul tavolo: è denaro a perdere, serve a finanziare altre giocate, a casa non arriverà mai. Dopo pochi minuti un’altra interruzione: «Bingo!». Da un tavolo in fondo un’esclamazione muta, di routine, segnala la vincita, la fine del gioco. Il commesso consegna gli ottantanove euro, e si ricomincia. Le vincite non sono mai ingenti, il Bingo distilla la suggestione di arricchirsi. A volte il colpo grosso, ma sempre raro.

“Gorgonizzatevi!” recitava uno dei più famosi slogan di pubblicità locale degli anni Ottanta. A quei tempi Ikea era solo un esperimento nord-europeo: salotti, camere da letto e cucine del napoletano avevano il marchio della Gorgone Mobili. Le televendite erano un monopolio, lo stabilimento del mobilificio alle spalle dei quartieri di Scampia e Secondigliano quasi un modello produttivo: un minidistretto industriale in un quadrilatero di malaffare. Oggi negli spazi che un tempo ospitavano operai e macchine, c’è una delle sale Bingo più importanti della città, un fitness center e una sala per le scommesse sportive. La produzione si è smaterializzata, la fortuna è diventata un servizio, un business del terziario pensato per sopperire alla mancanza di reddito e salario.

La sala apre alle 16, tutti i giorni domenica compresa. La clientela arriva alla spicciolata, a piedi o in auto, in molti abitano nei dintorni, sono le figure anonime che vivono i palazzi costruiti senza criterio attorno alle Vele, oppure abitanti del deserto urbano che esiste tra Napoli e Melito. Per lo più sono donne, ragazzine e bambini, oppure uomini dalla faccia segnata dalle delusioni e dal tempo. Le età sono le più disparate. Quasi nessuna lavora, o meglio “fanno i servizi a casa” come tradizione vuole, accudendo figli che ben presto diventeranno un peso.

Il Bingo sembra svago, un’improvvisa opportunità di guadagnare, ma in concreto è solo un modo di sperperare denaro, di passare il tempo nell’illusione di contribuire al reddito familiare. Nell’entrare molte donne nascondono il viso con un cappuccio, si camuffano spaventate dalla possibilità che qualcuno possa raccontare al capofamiglia di averle viste entrare, giocare, socializzare la disperazione.

Sono le 21 di un giorno feriale. Piove, la cantilena dei numeri va avanti da ore. Un trambusto fa alzare la testa dalle cartelle. Un uomo stanco e adirato entra nella sala sbraitando, gira tra i tavoli roteando le braccia. Una donna tenta di sgattaiolare via dal fondo, portando con sé un bambino semiaddormentato che inizia a lamentarsi. L’uomo la nota e si precipita all’inseguimento. «Lo sapevo che eri qui, lo sapevo…», e si getta a corpo morto, la manca, ruzzola per terra, si rialza, inizia un inseguimento tra i tavoli. Il bambino si mette a lato attonito, si siede. L’uomo afferra la donna e le molla un paio di sganascioni, la donna incassa curvandosi, difendendo il capo con le mani, poi riesce a sgusciare dalla morsa, si trascina verso il banco, due inservienti la bloccano e la spingono verso l’uscita. L’uomo inizia a correre, impreca: «E i soldi del mese dove sono? Dove sono?». La donna guadagna la porta e scompare nella notte, l’uomo si avvicina al bambino, lo prende rudemente per mano e con un velo di vergogna si allontana dalla sala. Dopo un attimo di esitazione il banco riprende voce: «La partita ricomincia…». Non si tratta di un accadimento eccezionale, sono cose già viste, che non sconvolgono più di tanto gli astanti, i commessi, l’annunciatrice dei numeri. Tutti riprendono immediatamente l’attività.

Il gioco per molti è un lavoro vero e proprio, i commessi hanno superato tutti i trent’anni e in molti hanno famiglia. Le due speaker sono più giovani, una è la figlia del padrone (o gestore come ama definirsi), l’altra è una ragazza che vive nei dintorni. Ha fatto la commessa, un corso di formazione e poi è stata assunta come CoCoPro al Bingo. «È già una fortuna avere il contratto, lo fanno per forza perché ci tengono che qui sia tutto regolare». Certo. Quando si gioca con la sorte si attirano odio, invidia e astio, le visite delle forze dell’ordine non sono rare. A tutto si trova una soluzione. I commessi sono smaliziati e gentili, tentano di meritarsi le mance dai vincitori che di frequente arrivano a lasciare sul vassoio un buon dieci per cento della vincita.

Sasà è stato soldato in missione di peace keeping in Albania nei giorni del primo governo Prodi quando la crisi delle Triadi finanziarie travolgeva il governo di Sali Berisha e l’Italia temeva un’invasione di migranti disperati. Con quei soldi comprò una moto, visse qualche anno e trovò lavoro come guardia giurata. Non è durato molto per via dei turni massacranti e dello stipendio scarso. Ha tentato la sorte al nord, Reggio Emilia, Modena, Milano: bodyguard, security, guardianie… Ma Sasà non ha il fisique du role, su sua ammissione il lavoro di sorveglianza gli piace perché è un lavoro tranquillo e non troppo stancante. Ritornato a Napoli ha trovato il Bingo, è diventato inserviente ai tavoli. Per la verità la sua figura un po’ abbondante non incute timore, i suoi modi affabili lo rendono simpatico ai più. Va su e giù per la sala distillando consigli sui numeri da giocare e battute rincuoranti. Ogni tanto invita le anziane ostinate a ritirarsi verso casa meritandosi improperi e corna sotto i tavoli.

All’esterno della sala c’è una quiete interrotta soltanto da qualche automobile da cui scendono le mogli dei militari in servizio nella caserma poco distante. Sono loro la clientela più assidua del fitness center adiacente al Bingo. Tre ragazzi sulla ventina se ne stanno appoggiati al tavolo della reception flirtando con la ragazza che accoglie i giocatori con buongiorno e buonasera. A turno uno di loro va a prendere il furgone all’esterno e accompagna a casa un gruppetto di donne. Le stesse che sono andati a prendere qualche ora prima: è il servizio navetta che ogni Bingo che si rispetti provvede a organizzare. La clientela si accompagna e si prende a casa, altrimenti c’è il rischio che nessuno venga. È un marketing primordiale, che ovvia alle difficoltà del territorio (le donne spesso non hanno l’auto, soprattutto quelle più anziane; si muovono raramente senza la compagnia dei mariti). La navetta dà un senso di sicurezza: chi perde trova nel momento di transito tra gioco e casa il tempo per sfogarsi, dannarsi, compatirsi. Chi vince si gloria e non teme eventuali malintenzionati. Per i ragazzi è lavoro che produce un reddito di circa settecento euro mensili, a nero, con turni che vanno dalle quattro di pomeriggio alle due di mattina. Chi guida conosce la zona, scorazza per tutta la periferia nord con sicurezza, approfitta di un minuto in più per una sosta, ruba un momento di svago.

Di fianco alla reception c’è il bar che serve anche in sala, di solito caffè. La barista è un’avvenente campagnola ucraina dalle spalle e mani grosse. Parla poco e scruta ciò che accade intorno. Gli anziani giocatori quando vincono tentano di offrirle di tutto, ma lei non si fida: ne ha visti tanti salire sugli scudi di una vittoria di Pirro e uscire mesti l’indomani con le tasche vuote masticando amaro. Poco più in là si entra nella sala delle slot machine. È buia, illuminata soltanto dalle luci violacee delle macchine automatiche. Di tanto in tanto un tintinnio di monete sovrasta la musichetta meccanica. C’è un sorvegliante sulla soglia che evita inutili sbattimenti e regola le poste. Per legge non si può giocare con gettoni di un valore superiore ai cinquanta centesimi di euro, poi ci sono le eccezioni, basta regolare la taratura del peso del meccanismo che accetta le monete.

Il popolo della sorte automatica è diverso da quello della sala, ci sono giovani che vanno lì dopo essere passati alla sala scommesse all’esterno, è un rapporto con la fortuna diverso, metallico, anche se all’apparenza più umano. Premere il tasto per scegliere la sequenza di simboli vincente sembra offrire una possibilità individuale al giocatore, un modo effimero per mascherare l’assoluta discrezione della sorte, del perdere e del vincere.

Al Bingo di Napoli Nord, come nelle altre decine di sale disseminate tra città e provincia, si è attivato in pochi anni un circuito singolare di integrazione del reddito familiare, o della sua dilapidazione dissennata. Madri, nonne e figlie in età da marito che affollano le sale sono marginali rispetto al mercato del lavoro. Vivono degli spiccioli lasciati a casa dal marito, della mesata che deve garantire pranzo, cena e tutto il resto. Il più delle volte sgraffignano sui resti della spesa, e poi amministrano il patrimonio di vincite. È un momento di intrattenimento che si sovrappone alla possibilità di fare soldi. Una mercificazione della socialità. Da sempre in alcuni quartieri esistono sale informali dove le donne giocano a tombola in maniera meno meccanica e organizzata ma non meno dispendiosa. Quei luoghi sono però ad accesso limitato. Le sale Bingo trasformano il gioco in un fenomeno di massa dai tratti compulsivi, creano sacche di possibile produzione di valore sottraendo in realtà porzioni consistenti di reddito a famiglie monoreddito, disoccupati, sottoproletariato marginale, il tutto con il consenso attivo dell’Intendenza di Finanza dello Stato.

Molte sale fino a qualche anno fa erano cinema, teatri diventati in breve dei centri per il dragaggio di denaro extrafiscale. Le casse dello Stato ricevono dalle scommesse, lotto, sale bingo e altri giochi diventati legali un ingente flusso di denaro. La ricaduta occupazionale di questo particolare settore non giustifica le somme ingannevoli che si promettono ai giocatori. In un certo senso è una spinta all’indebitamento collettivo, al rimettersi alla sorte, a rinunciare alla costruzione di solidarietà collettive, mutuo appoggio, riappropriazione del proprio tempo e spazio.

Le palline dei numeri sono risucchiate dall’aria compressa che le spinge nelle piste ottonate del marchingegno del sorteggio: due, trenta, quarantacinque… Il Bingo distribuisce nevrosi e sollievi. La signora Elena beve il secondo caffè. Le ragazze scollacciate confabulano tra loro a margine della partita, la madre dal viso traboccante di cosmetici fissa catatonica la cartella. Poi un urlo: «Bingo!» Maledizione. Chissà chi ha vinto. (-ma)

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